Wow, la fabbrica del futuro

Gli equilibri economici mondiali sono cambiati e oggi stanno emergendo i Paesi che hanno puntato sull’innovazione e sulle tecnologie per il manufacturing

Sarebbe facile scrivere un pezzo interamente dedicato alla fabbrica del futuro. Sarebbe pieno di wow, di punti esclamativi e di maiuscole. Sarebbe bello raccontare uno scenario orwelliano con effetti speciali e colpi di scena in ogni frase. Sarebbe bello immaginare uno stabilimento ideale, dove i processi produttivi sono efficientissimi, i manufatti senza difetti, i reparti ordinati, pulitissimi e completamente automatizzati, meglio ancora gestiti senza fatica da un’entità impalpabile che, come una sorta di “big brother”, controlli tutto e tutti a distanza con un tablet. Ma un simile racconto sarebbe uno sterile esercizio stilistico utile solo ad appagare la vanità giornalistica dell’autore.
Proviamo invece a ipotizzare un percorso diverso, tentando di trasferire tecnologie oggi note – e soprattutto già disponibili sul mercato – all’interno di un’ipotetica fabbrica dedita allo stampaggio a iniezione. Pensiamola come un ambiente controllato, aperto solo all’entrata delle materie prime e all’uscita di parti finite. Ebbene, è già realizzabile.

Foto Siemens
Foto Siemens

Credo che sia ormai nota a tutti gli operatori del settore l’esistenza di sistemi centralizzati e completamente automatizzati per la deumidificazione, il dosaggio e il trasporto dei granuli direttamente alle macchine a iniezione. Macchine in grado di autoregolare in tempo reale i parametri di processo in base alle diverse condizioni ambientali, dello stampo e delle materie prime. Macchine dotate di sofisticati sistemi di controllo per il monitoraggio in continuo della qualità della produzione, e per l’acquisizione e l’analisi statistica dei dati di processo.

La parola chiave della fabbrica del futuro è integrazione
Macchine a basso consumo energetico, precise e flessibili, adatte alle diverse applicazioni. Macchine equipaggiate con stampi “one shot-one part”, cioè capaci produrre un pezzo finito senza bisogno di assemblaggio. Macchine asservite da robot per la movimentazione delle parti dallo stampo fino all’imballaggio. Un insieme che deve necessariamente interagire con i sistemi di supervisione e gestionali dell’intero flusso produttivo, compreso il magazzino. La parola d’ordine di una tale fabbrica è integrazione.

Ma lo scenario appena descritto quanto spazio lascia all’operatore?
Poco – direi quasi nessuno – alla manodopera aspecifica. Molto al tecnico esperto, dotato delle competenze per comprendere e analizzare le diverse fasi del processo e per prendere decisioni in merito alla sua ottimizzazione. Moltissimo a un ingegnere con un approccio integrato, cioè capace di gestire il processo dalla progettazione alla scelta dei materiali e delle tecnologie, operando su un terreno dove la progettazione assistita da computer gioca un ruolo fondamentale. E qui, la parola d’ordine è cultura.

Ma, se la tecnologia e i luoghi per la formazione sono disponibili, cosa manca alla nostra impresa per diventare come quella appena descritta?
Premessa l’evidenza positiva di essere la seconda realtà manifatturiera in Europa dopo la Germania, l’Italia scivola al 12esimo* posto nella classifica UE delle imprese innovatrici e al 16esimo* in quella degli investimenti in ricerca e sviluppo. I dati sull’istruzione terziaria dai 15 a 65 anni velano di luce ancor più malinconica il quadro, rivelando un’Italia in 26esima posizione nell’UE27, prima solo della Romania (dati AlmaLaurea, 2013).

La crescita di un Paese passa per la sua capacità di produrre ricerca, che si traduce in innovazione di prodotto e di servizio. Una direzione che vede sempre il blocco nordeuropeo alla vetta delle classifiche. Il nostro Paese riuscirà a recuperare? Data per scontata la necessità di un substrato e di riforme adeguate, se il bisogno di ricerca industriale non verrà collegato al modo di pensare imprenditoriale, probabilmente l’Italia non ce la farà. E mi riferisco a chi non sente il bisogno di tecnologia e di risorse umane ad alta scolarizzazione, pur avendo la capacità di esprimersi nella meccanica, nella robotica, nei nuovi materiali… A quell’impresa che, pur essendo uno dei vanti del made in Italy, non riesce a distaccare i produttori asiatici, esteuropei o turchi.

* dati Corriere Innovazione inserto del Corriere della Sera (9 ottobre 2014)

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