Voglia di leggerezza

Pensiero leggero. E questa l’arma per combattere i tempi duri

Sembra sia verde la scintilla che può far riaccendere il motore della crescita industriale. Una scintilla che i sostenitori della green economy definiscono uno straordinario strumento capace di avviare un nuovo ciclo di sviluppo all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione tecnologica, con ricadute di lungo periodo che spaziano dalla salvaguardia dell’ambiente al rilancio dell’industria e dell’occupazione. Una scintilla che sta brillando nel microcosmo delle bioplastiche, offuscando a torto – almeno in una parte dell’opinione pubblica – l’intera galassia delle plastiche tradizionali. In realtà, la spinta green sta permeando ovunque si avverta l’esigenza di una maggiore efficienza produttiva, esigenza che passa inevitabilmente attraverso la riduzione del consumo di risorse non rinnovabili – materia prima o combustibili – e delle emissioni inquinanti.

lightÈ quanto sta accadendo nell’imballaggio, dove i grammi risparmiati hanno una ricaduta positiva anche sulla minore energia necessaria per trasportarli, ma soprattutto nell’automotive, dove norme sempre più restrittive stanno agendo da propulsore allo sviluppo di materiali e di tecnologie ideali per generare soluzioni che rappresentino il miglior compromesso tra prestazioni, produttività e costi. Così, l’alluminio e i compositi con fibra di carbonio stanno cominciando a sostituire l’acciaio, esattamente come i tecnopolimeri hanno già preso il posto dei metalli e del vetro. È una tendenza senza possibilità di ritorno, una tensione evolutiva finalizzata alla costruzione di parti più leggere, pensate e costruite per trovare posto nelle vetture ibride ed elettriche – che sempre più case automobilistiche premium stanno proponendo – per compensare il peso delle batterie e dei motori elettrici, come dei dispositivi di sicurezza.

Ma la “regola” della leggerezza o, secondo la più moderna locuzione anglosassone, del lightweight vuole che per centrare l’obiettivo si debbano prendere le decisioni giuste già in fase di progettazione. Decisioni in qualche caso da pionieri, che spingono ad abbandonare la strada maestra del “consolidato” per inoltrarsi nei sentieri sempre più irti di una nuova logica: il pensare leggero. In altre parole il pensare alternativo, quello che ci pone in ascolto rispetto al mondo, alle sfumature culturali, alle innovazioni tecnologiche. Ci vuole una grande curiosità, un forte entusiasmo per accostarsi a quello che non si conosce. Ci vuole il coraggio di esplorare, di avventurarsi in luoghi distanti in quello da cui si è nati per passare da un punto di vista “a bassorilievo” a uno “a tutto tondo”, assicurandoci così una visione tridimensionale del progetto. Un coraggio che non tutti hanno. Oggi, infatti, è ancora forte il disallineamento tra quanto la scienza sa – e traduce in tecnologia – e quello che le imprese praticano. E quel che è più preoccupante è che, mentre camminiamo sulle macerie di uno tsunami economico, una parte dell’imprenditoria continui a basare le sue decisioni su modelli più che consolidati obsoleti, e su talenti non sempre aperti al pensiero innovativo. Ma se vogliamo davvero rompere con questo caos economico, se davvero vogliamo ottenere risultati di alto livello nelle attività che seguono i trend tipici del XXI secolo, la soluzione non è perseverare nelle cose sbagliate, vecchie.

Diamo sempre per scontato che per una crescita strutturata siano necessarie buone idee, investimenti e tecnologia, dimenticandoci che le risorse umane sono più che mai strategiche. Menti e talenti che il Medioevo economico che stiamo attraversando ha appiattito con il ricatto della necessità. Menti che, per entrare in un nuovo Rinascimento, devono essere messe a far parte di progetti importanti. Non credo che il bastone serva più a minacciare come la carota ad allettare. Serve un approccio nuovo, più leggero, basato sulla motivazione. Sul desiderio di fare cose perché hanno senso, perché ci piacciono, perché sono interessanti, perché fanno parte di qualcosa di importante.
Per come la vedo io, questo nuovo sistema operativo del fare impresa gira attorno a tre elementi: scopo, ambizione e autonomia. Scopo, la pulsione a perseguire ciò che facciamo per servire qualcosa di più grande rispetto a noi. Ambizione, il desiderio di migliorarci costantemente in qualcosa che conta. Autonomia, la libertà di formulare e di proporre progetti innovativi. 
Sono queste le pietre su cui si fonda un sistema operativo totalmente nuovo per le nostre imprese.

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