Cultura. Ecco quanto vale

Nell’Unione Europea, in media, i laureati nella fascia “età da lavoro” oggi sono il 25,3%, in Francia il 42,9%, nel Regno Unito il 45%. In Italia solo il 12,7%. Come mai gli italiani non si iscrivono all’università?

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Per far ripartire l’Italia bisogna crederci. Riacquistare la fiducia e agire, nonostante le nefandezze del nostro “Sistema Paese”. È quello che stanno facendo molti imprenditori illuminati, che hanno deciso di puntare sulla specializzazione, sulla qualità e sull’export. E le statistiche sembrano confermare che sia la strada giusta. Una strada lastricata di lungimiranza e di progetti imprenditoriali robusti, perseguiti da risorse umane qualificate, dotate della cultura necessaria per pianificare e gestire i processi di innovazione.

libri_3La cultura. Un patrimonio di cui il mondo del lavoro italiano – in generale – non sembra riconoscere il valore. Un’amara evidenza che riguarda il settore privato e pubblico, con una maggiore incidenza sul primo, e si riflette significativamente sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana. I dati Eurostat segnalano infatti che nel 2012 ben il 27,7% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato al massimo la scuola dell’obbligo, contro il 13,3% della media europea a 15 Paesi, il 19,3% della Spagna (in ritardo nei livelli di scolarizzazione degli adulti e con tratti socio-culturali simili al nostro Paese) e il 5,2% della Germania, con cui si è soliti fare i confronti perché caratterizzata da un peso del settore manifatturiero paragonabile al nostro. Nel 2012 la quota di manager italiani laureati era il 24%: meno della metà della media europea a 27 Paesi, che è invece il 53%. Nel 2010 la situazione era addirittura peggiore: in Europa i manager laureati erano il 44% contro il 14,7% dell’Italia.

Le ragioni di tale discrepanza, secondo quanto si legge in alcuni report del consorzio AlmaLaurea, sono legati all’incapacità di valorizzare il capitale umano della struttura imprenditoriale italiana, spesso più abituata a premiare l’anzianità anagrafica e di servizio invece che a dar peso alla conoscenza e alla competenza. L’altra possibilità è che le nostre imprese proprio non necessitino di personale con titolo di istruzione superiore. Una considerazione desolante, tuttavia confermata dal fatto che chi inizia la carriera con il titolo di dottore in tasca, nel nostro Paese, deve faticare molto prima di ottenere uno stipendio elevato. Secondo le più recenti rilevazioni di AlmaLaurea, nel quinquennio 2008-2013 le retribuzioni reali dei neolaureati sono diminuite del 20%. Si tratta di stipendi che oscillano, secondo l’area geografica, intorno a una media di 1.070 (Nord) e di 860 (Mezzogiorno) euro mensili netti, ben lontani dal garantire un tenore di vita dignitoso. È pur vero che le statistiche dicono che nel corso dell’intera carriera professionale la situazione migliora, ma si tratta comunque di tempi lunghi. E la pazienza, come è noto, non è una virtù giovanile…

libri_2Tutto questo a cosa porta? La documentazione OCSE indica che nel 2012 l’Italia si trovava agli ultimi posti per la quota di laureati sia per la fascia d’età 55-64 anni, sia per quella 25-34 anni. E ancor peggio, le aspettative della Commissione Europea di raggiungere entro il 2020 l’obiettivo del 40% di laureati nella popolazione di età 30-34 anni sono ormai vanificate per ammissione dello stesso Governo Italiano, che ha rivisto nel 26-27% un obiettivo più realisticamente raggiungibile dal nostro Paese. La Commissione Europea, non ha potuto che prenderne atto. Del resto, la percentuale di diciannovenni italiani che si iscrive a un programma di studi di livello universitario è solo il 30%. L’evidenza ci dice che stiamo rischiando di perdere ulteriore terreno ed energie straordinarie. Siamo sicuri che è quello che serve al nostro Paese?

L’Italia ha bisogno di immettere ovunque (imprese, ma anche banche, amministrazioni ed enti locali) persone capaci di darsi obiettivi di ricerca e sviluppo e di porli nel contesto nazionale e internazionale, di dotarsi degli strumenti necessari per crescere, e anche di correggere il percorso procedendo. L’Italia ha bisogno di innovatori. Se si comprende questo, e si agisce di conseguenza, chiunque abbia un “pezzo di carta” nel cassetto potrebbe trasformarsi da ennesima risorsa sprecata a investimento. Basta crederci.

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