Unionplast si oppone con forza all’ipotesi plastic tax

Unionplast, associazione di categoria che riunisce i trasformatori di materie plastiche, si oppone con forza alle anticipazioni – apparse sui giornali – in merito alla volontà del Governo di inserire, nell’ambito della Legge di Bilancio, una tassazione che andrebbe a colpire le imprese produttrici di imballaggi in plastica.

Secondo il Presidente di Unionplast Luca Iazzolino, «La plastic tax rischia di affossare ulteriormente la competitività di un settore di eccellenza che sta già intraprendendo una transizione verso soluzioni più sostenibili. Già oggi, infatti il 15% della plastica utilizzata proviene da economia circolare, con un trend in continua crescita, anche sulla spinta delle dinamiche di mercato. Basti pensare che la domanda di polimeri riciclati è salita nel 2018 del 3,1%, a fronte di una discesa dei consumi di materie plastiche vergini. Dobbiamo evitare il ripetersi di provvedimenti inappropriati che fanno male al Paese, come ad esempio la messa al bando tout-court delle plastiche monouso, che ha messo a rischio la sopravvivenza di 30 aziende e di 3mila posti di lavoro, per la maggior parte nelle aree del Centro e del Sud Italia che già scontano elevati tassi di disoccupazione e di desertificazione produttiva».

A favore dell’industria della trasformazione delle materie plastiche è intervenuto anche Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem CGIL, secondo cui «La tassa sulla plastica non ha alcun razionale logico. Le aziende produttrici di imballaggi già pagano ai consorzi per il recupero e riciclo dai 150 ai 500 euro a tonnellata in funzione proprio delle differenti difficoltà di raccolta e riciclo dei prodotti. Produrre una tonnellata di plastica per imballaggi costa circa 1000 euro e la ventilata ipotesi di una tassa aggiuntiva del 20% metterebbe a rischio il futuro di 50.000 lavoratori e di 2000 imprese. Non si tratta di difendere gli interessi di un settore ma di evitare un disastro dal punto di vista sociale e produttivo. Il Governo deve dotarsi di una seria politica industriale, basta seguire istinti ed emotività!».

«Vogliamo un pianeta migliore dal punto di vista ambientale» ha continuato il segretario generale della Filctem Cgil «e la nostra categoria è in prima linea nel rivendicare dalle imprese investimenti per rendere le produzioni più sostenibili, ma siamo in un momento di forte transizione che va governata usando la testa e non la pancia. Non si può pensare di fare cassa sulla pelle dei lavoratori. È ora che questo Paese, la seconda manifattura in Europa, investa nel suo tessuto industriale e nella ricerca stimolandone lo sviluppo e l’ammodernamento. Contrarre forzatamente questo settore significa metterlo in difficoltà desertificando importanti aree produttive e generando disoccupazione».

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