Luca Iazzolino, Unionplast: “È in arrivo la tempesta perfetta”

Tempi sfidanti per i produttori di imballaggi e articoli monouso in plastica. Prima il movimento plastic free, poi la direttiva europea sugli articoli monouso, quindi la plastic tax italiana, che senza proroghe entrerà in vigore a luglio con il primo versamento in ottobre. E per finire, per comporre la “tempesta perfetta”, anche l’emergenza sanitaria da Covid-19 con le ripercussioni a livello industriale sia sul fronte della domanda, sia su quello dell’operatività. Un tema delicato, che abbiamo affrontato con Luca Iazzolino, dal 2017 presidente di Unionplast, l’associazione dei trasformatori di materie plastiche che opera all’interno di Federazione Gomma Plastica, Consigliere di Corepla, nonché – nella sua veste professionale – CEO di Plastotecnica, società padovana attiva nella produzione di imballaggio flessibile per uso alimentare e industriale.
«Nonostante le campagne denigratorie a cui è stata e viene tuttora sottoposta, la plastica sta mostrando in questo tragico frangente di essere un prezioso alleato contro il Covid-19» esordisce Iazzolino. «Non solo per l’ampia diffusione nel settore medicale e farmaceutico, dove è indispensabile, ma anche in quello alimentare dove garantisce igiene e sicurezza».

Le aziende della trasformazione sono state inserite tra quelle essenziali, potendo restare aperte anche nel periodo di lockdown. È una buona notizia?
Senz’altro in termini economici e per il contributo che i nostri materiali possono offrire in situazioni di emergenza, ma non nascondo che operare in una simile condizione non è stato facile, soprattutto nelle fasi iniziali del lockdown quando mancava tutto: dalle protezioni individuali, guanti e mascherine, alle materie prime. Ciò nonostante molte nostre imprese, anche se non tutte, hanno deciso di riaprire i portoni degli stabilimenti: sono ripartiti i fornitori delle industrie strategiche, i produttori di imballaggi alimentari e farmaceutici, come quelli di stoviglie monouso, ma anche di parti e componenti di apparecchiature medicali. Essendo fermi altri comparti, come l’auto o l’imballaggio industriale, alcune imprese avrebbero potuto lavorare per decreto, ma hanno deciso di restare chiuse in mancanza di un’adeguata domanda da soddisfare, oppure hanno provato a riconvertire alcune linee per produrre dispositivi per la protezione individuale e fornire un aiuto al personale sanitario e alla popolazione.

MOOD
Nonostante le difficoltà gli imprenditori hanno continuato a lavorare, consapevoli di dover servire il proprio Paese in emergenza

I trasformatori di materie plastiche che hanno rimesso in marcia gli impianti in che scenario operano?
Come si può immaginare, si lavora in condizioni di scarsa serenità e di elevata incertezza, con la paura di essere contagiati; nel periodo più acuto dell’epidemia, abbiamo registrato elevati tassi di assenteismo soprattutto nei territori più colpiti, come la Lombardia e il Veneto. Molte aziende hanno sperimentato anche problemi di ricezione delle materie prime a causa dell’interruzione delle supply chain, oppure difficoltà di spedizione dei prodotti finiti in alcune aree, ad esempio l’Est Europa. Nonostante le difficoltà e le tensioni, gli imprenditori del settore hanno continuato a lavorare, anche per senso di responsabilità, consapevoli di dover servire il proprio Paese in un periodo di emergenza.

Avete notato mutamenti significativi della domanda legati al lockdown?
Il cambiamento repentino delle abitudini e dello stile di vita dei cittadini, costretti a restare a casa per quasi due mesi, ha avuto un impatto su molti comparti, senza contare quelli che hanno visto crollare le vendite per la chiusura dei negozi, come nel caso dei mezzi di trasporto, auto e moto. Per quanto concerne il packaging, ad esempio nel comparto delle acque minerali, si è ridotto il consumo della domanda di bottigliette d’acqua da mezzo litro, utilizzate prevalentemente fuori casa, ed è aumentata la richiesta dei formati famiglia da 1,5 e 2 litri. In generale, è cresciuto il consumo di imballaggi in plastica per alimenti, sia per il maggior utilizzo domestico sia per lo scarso appeal, in tempi di contagio, dei prodotti esposti a banco o distribuiti sfusi.
Sono stati cambiamenti improvvisi, che si sono propagati rapidamente lungo la filiera fino ad arrivare ai trasformatori, chiamati a modificare velocemente la produzione. Un processo avvenuto nell’arco di qualche settimana, in un periodo in cui era già difficile reperire la materia prima necessaria per le produzioni programmate. Se alcuni settori hanno registrato un forte calo della domanda, in altri – come medicale e packaging – la domanda è esplosa in pochi giorni costringendo le aziende a operare alla massima capacità, lavorando anche nel fine settimana per non far mancare generi di prima necessità. In queste condizioni, è difficile, se non impossibile, pianificare la produzione e l’approvvigionamento di materie prime; oltre tutto, mentre continuiamo a essere messi all’indice, presso l’opinione pubblica, per il solo fatto di produrre articoli in materiale plastico.

LOCKDOWN
Non è stato facile ripartire quando mancava tutto: dai guanti e le mascherine alle materie prime

Possiamo trarre qualche insegnamento da questa crisi?
Credo che vi siano due lezioni da imparare per il futuro. Dobbiamo riscoprire l’importanza del Made in Italy, soprattutto per i prodotti strategici e di prima necessità. Quando tutti i Paesi si trovano in condizioni critiche, come nel caso di una pandemia, gli approvvigionamenti dall’estero sono a forte rischio, perché i governanti pensano prima di tutto ai propri cittadini. Tipico esempio sono le mascherine e i camici protettivi, produzioni a basso valore aggiunto che avevamo lasciato agli asiatici, diventate introvabili nel momento in cui la domanda mondiale ha surclassato l’offerta e i governi hanno limitato l’export. Ora stiamo tornando a produrle in Italia, per necessità, ma in poco tempo è difficile rimettere in piedi una filiera produttiva su scala industriale.
La seconda lezione, a me cara, è che l’emergenza sanitaria sta facendo riscoprire l’utilità della plastica monouso: oggi ogni prodotto viene confezionato per ragioni igieniche, anche quelli da forno e altri alimenti da banco serviti nei supermercati. Nelle mense, le stoviglie devono essere monouso, confezionate singolarmente, per evitare rischi di contagio. Anche le borracce utilizzate per contenere l’acqua hanno lasciato nuovamente il posto alle bottiglie di PET sigillate.

Quando si parla di monouso non si può evitare il tema della plastic tax. Anche se il Governo decidesse di posticiparne l’entrata in vigore rispetto alla data prevista del 1° luglio 2020, resterebbe comunque una spada di Damocle sull’intero comparto…
Rimane comunque un altro balzello a carico di un comparto già in tensione. E non solo per l’entità della tassa, 450 euro per tonnellata di prodotto, ma anche per l’inevitabile carico burocratico gravante sulle imprese.
La scelta del regime fiscale caratteristico delle accise porta con sé una serie di complicazioni di carattere burocratico e amministrativo di costosa e difficile gestione per imprese, anche le più strutturate, e sarà aggravato da un sistema sanzionatorio esorbitante (fino a dieci (!) volte l’imposta non versata) e da una nota e pericolosa abitudine dello Stato ad aumentare periodicamente le accise per coprire spese correnti. Il decreto attuativo, che deve essere studiato entro il mese di maggio dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli deve anche definire una serie innumerevole di criticità a partire dal campo di applicazione della tassa (definizione di MACSI), ma anche le esenzioni (identificazione dei prodotti riciclati) e i meccanismi di rimborso ex post (in caso di esportazioni).

MONOUSO
L’emergenza sanitaria sta facendo riscoprire l’utilità della plastica monouso. Perché tartassarla con la plastic tax?

Cosa non vi piace della plastic tax, oltre al fatto che graverà in primis sul costo di produzione delle vostre imprese?
Innanzitutto non è un’imposta di scopo – come la si vuole far passare – ma è paragonabile a un’accisa, un’imposta di fabbricazione, oltre tutto potenziale causa di distorsioni di mercato e di limite alla libera circolazione delle merci in ambito comunitario. Se l’obiettivo era di natura ambientale, si poteva intervenire più efficacemente potenziando ulteriormente i sistemi consortili di raccolta e riciclo che si occupano della gestione dei rifiuti plastici da imballaggio.
L’entità dell’imposta resta esorbitante: 450 euro a tonnellata. Questo importo era pari al 50% del valore medio dei polimeri comunemente impiegati per la fabbricazione dei manufatti in materie plastiche, ma detto valore oggi raggiunge facilmente anche il 70% essendo il mercato, come ben noto, in una fase di forte e perdurante criticità. L’imposizione di tale imposta significa inoltre aumentare il rischio finanziario per le imprese, dato che per un produttore di imballaggi la plastic tax inciderà, si stima, per circa il 30% del fatturato. Ciò significa che un’azienda dovrà anticipare allo Stato l’imposta che riscuoterà dai suoi clienti solo successivamente, considerando i tempi di pagamento vigenti nel nostro paese. E nel caso di mancati o ritardati pagamenti, le sanzioni sono pesanti: da due a dieci volte l’imposta evasa o una maggiorazione del 30% nel caso di ritardo del versamento. Da un’indagine che stiamo conducendo, risulta che i tempi di pagamento si stanno allungando di ulteriori 60-90 giorni rispetto ai 90-120 che già esponevano le aziende a rischi fortissimi, una situazione già identificata dal sistema bancario che ha collocato il settore (anche a causa della potenziale introduzione della plastic tax) in area di forte rischio finanziario, esasperando le necessità di anticipazioni di cassa.

FUTURO
Dobbiamo riscoprire l’importanza del Made in Italy, soprattutto per i prodotti strategici e di prima necessità

Alla plastic tax italiana potrebbero aggiungersi imposte europee?
Il Parlamento europeo ha approvato l’anno scorso la direttiva che limita, a partire dal 2021, l’utilizzo di alcuni articoli monouso in plastica, tra cui le stoviglie, dove l’Italia è il primo produttore europeo e il principale mercato di sbocco. Le aziende italiane di questo comparto sono un’eccellenza, da sempre impegnate anche sul fronte della sostenibilità.
E non è tutto. Sta per arrivare anche una tassa europea sulla plastica non riciclata, a carico dei Paesi membri, ma che rischia di gravare indirettamente sulle aziende: si parla di 800 euro a tonnellata che in Italia si sommeranno – presumibilmente – alle imposte già in vigore. Voglio ricordare che l’industria del packaging si è impegnata molto negli ultimi anni per migliorare la sostenibilità ambientale dei suoi prodotti. Prendiamo il caso dell’acqua minerale o delle bevande: lo spessore delle bottiglie è stato ridotto a un terzo negli ultimi vent’anni, il tappo, spesso, pesa meno di un grammo e il film di materiale plastico che avvolge le bottiglie ha dimezzato il proprio spessore. Il consumo di materie prime è stato ridotto in modo significativo, senza creare alcun nocumento al bene imballato, ma non solo: i contenitori in PET vengono riciclati e raramente finiscono in discarica. Mi chiedo perché, quindi, tali prodotti debbano essere tartassati in questo modo. In generale per quanto riguarda il mondo del packaging e delle stoviglie monouso va favorita la strada del maggior riciclo, e non quella dei divieti, delle restrizioni o delle tassazioni.

Sarà la fine di interi comparti della trasformazione?
Non voglio drammatizzare, ma credo che la plastic tax possa mettere a rischio la sopravvivenza di molte aziende, già duramente provate dall’emergenza Covid-19 e impossibilitate, in queste condizioni, a competere a livello internazionale. Rischiamo di fare la fine del comparto nautico, un’eccellenza del Made in Italy decimata dal peso delle imposte.

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