Ezio Filippi di Chemorbis Italia: “A breve, un’inversione di tendenza”

In pochi mesi le quotazioni delle materie plastiche hanno raggiunto livelli mai visti, ma secondo Ezio Filippi, Chief Representative di Chemorbis Italia, la situazione sta per cambiare. Almeno in alcuni quadranti del mondo.

Non è la prima situazione di shortage che il settore delle materie plastiche affronta. vede delle similitudini con il passato?
Sebbene le cause scatenanti siano diverse, l’attuale situazione di shortage delle materie plastiche a livello economico presenta dinamiche molto simili a quelle del 2008 e del 2015. Ritengo però che sia la crisi più grave in assoluto, per capacità di incidere sui meccanismi del trading globale in tutti i settori e per tutte le materie prime. Limitandoci al mondo della plastica, abbiamo assistito ad aumenti record dovuti a una ripresa della produzione repentina quanto inaspettata, che ha spiazzato i produttori di polimeri e compound con gravi ripercussioni sull’intera filiera.

Cosa è successo al mercato dei polimeri a partire dall’inizio del 2020?
La pandemia ha impattato in modo significativo su tutti i settori economici, compresa ovviamente l’industria petrolchimica e il relativo mercato delle materie prime. Il pesante rallentamento di tutti gli indici nei primi mesi del 2020 è coinciso con un importante e generalizzato calo dei prezzi, seppure non a livello dei minimi storici rilevati nelle crisi del 2008 e 2015. Gli stessi si sono poi mantenuti costanti per tutto il resto dell’anno, con alcune eccezioni come quella del PVC, che ha iniziato ad aumentare nel secondo semestre. Nello specifico, per il settore dei polimeri, il calo dei volumi si è assestato attorno a un accettabile -5%, anche grazie a una vigorosa ripresa dell’economia e degli scambi nella seconda parte dell’anno.

Quale lo scenario dopo i primi mesi di difficoltà e chiusure?
In questo panorama, i margini dei produttori di materie prime sono rimasti bassi e, di conseguenza, hanno cominciato a programmare le manutenzioni degli impianti e a rinviare le nuove produzioni, anche di piccole capacità. Gli effetti sono stati subito evidenti quando l’economia ha iniziato a ripartire, per certi aspetti anche con un vigore non prevedibile, iniziando dal Far East e poi anche in Europa con i primi segnali di risveglio soprattutto dell’automotive. Una situazione che ha spiazzato i produttori di polimeri, forse rassegnati ad affrontare una crisi più duratura. In aprile e maggio si sono toccati i prezzi storici più alti di sempre per tutti i polimeri, come minimo raddoppiati. L’ABS segna un +80% rispetto allo stesso periodo del 2020, lo stesso per diversi gradi di film in polietilene e, anche se non con queste proporzioni, PET e PVC non hanno mai segnato livelli così alti.

Come si è comportato il “sistema plastica” in Europa?
Il comparto si è trovato di fronte a un aumento della domanda molto “salutare”, perché dovuto a una reale esigenza di materiale per far fronte a nuove commesse. In Europa, la situazione si è ulteriormente inasprita a causa del blocco delle importazioni dalle principali aree di fornitura del Medio Oriente e Sudest asiatico, dovuto a un’oggettiva difficoltà del sistema logistico che si è concretizzata in un’impennata dei costi di trasporto, di fatto anche quintuplicati. Considerando che, paradossalmente, sono aumentate le esportazioni di materie prime prodotte in Europa, la catena di forniture per il nostro sistema industriale, già retto da un delicato equilibrio, è oggettivamente andata in crisi e da questo punto di vista le proiezioni sul primo trimestre 2021 paiono confermare la situazione in essere.
È interessante notare che la risalita dei prezzi in Europa si è verificata in ritardo rispetto ad altre zone, come la Cina, in cui l’economia ha dato segnali di ripresa mesi prima e dove anche durante l’emergenza si erano assestati su quote mediamente più alte.

Attualmente il quadrante asiatico mostra un lieve accenno di inversione di tendenza, ma nel vecchio continente – anche a causa di effetti speculativi – i prezzi sono i più alti a livello mondiale, mettendo in crisi la situazione creditizia di molte aziende costrette a un esborso decisamente più elevato per gli stessi volumiEzio Filippi

Quali prospettive attendono il mercato europeo dei polimeri?
I segnali di normalizzazione iniziano a giungere a partire dalla rinnovata efficienza del sistema logistico. Le forniture di merce verso l’Europa si sono fatte più consistenti ed entro la fine del primo semestre si prevede un effetto calmierante sui prezzi, dopo il picco probabilmente raggiunto a maggio, anche se con importanti differenze tra le diverse famiglie di polimeri. Se gli stirenici hanno già mostrato segnali di calo, per alcuni gradi di polietilene la crisi è grave ed evidente. In generale, però, i mercati scommettono su un’inversione di tendenza nel breve periodo dovuta a una progressiva e maggiore disponibilità di materiali. Nel complesso, si può pensare a una discesa rapida ma controllata, sulla falsariga di ciò che accadde nel 2008 e 2015, in cui nel corso di pochi mesi si assistette a un graduale ritorno alla normalità.

Questa tendenza vale anche per i materiali rigenerati?
Nelle dinamiche che regolano i prezzi a livello globale, l’impatto del materiale riciclato è ancora marginale: pensiamo che se il mercato del PET vergine vale circa 3,4 milioni di tonnellate, il polimero di recupero pesa meno del 10%, seppur con un trend inevitabilmente destinato a crescere, estendendosi a settori e utilizzi legati alle sole leggi del marketing. Oggi, però, non possiamo parlare di volumi che incidono realmente sulle dinamiche globali.

Lo shortage è indubbiamente stato innescato da una congiuntura reale, ma quanto pesa l’aspetto speculativo sulla sua evoluzione?
Quella delle manutenzioni è una dinamica da sempre utilizzata dai produttori per bilanciare i rapporti tra domanda e offerta. Come nel 2015, al primo segnale di calo dei prezzi sono state anticipate le chiusure di alcuni impianti per far fronte con minore produzione a una marginalità da loro considerata insoddisfacente. In questi casi, praticamente nessuno sceglie di continuare a produrre per stoccare materiali fermando capitali importanti, tanto che per la maggior parte degli esperti la ripresa non si sarebbe innescata almeno fino a novembre. La ripartenza dell’economia e la messa in campo di forti misure da parte dei principali governi ha di fatto spiazzato il mondo dei produttori di materie prime, che a quel punto non hanno avuto sufficiente tempo e spazio per aumentare la produzione. Il problema si quindi è presentato in tutta la sua serietà.

In che misura queste dinamiche hanno impattato in Italia?
In Italia, le dinamiche di prezzo si manifestano storicamente con qualche settimana di ritardo rispetto ai mercati “spot” di Cina e Turchia, dove da settimane sta manifestando la tendenza di molti trader, e perfino di trasformatori, a rivendere grandi quantitativi di materiale stoccato, esportando questi volumi principalmente in Europa attratti dalle quotazioni più elevate. Come per il resto del continente, la ripresa delle importazioni porterà, presumibilmente intorno a giugno, significativi miglioramenti, mettendo i trasformatori in condizioni di far funzionare con tranquillità le proprie linee.

Soprattutto per il polipropilene, il livello di shortage è stato quasi drammatico, interessando anche i produttori di packaging, costretti a effettuare ordini “aperti” con oscillazioni drastiche di prezzo su base settimanale, pur di poter disporre anche di minime quantità lavorabiliEzio Filippi

L’attività di Chemorbis come è stata influenzata dalla pandemia?
La sezione del nostro portale dedicata al trading dei polimeri, durante il periodo di massimo picco dei prezzi, come si può facilmente immaginare, ha subito un drastico calo delle transazioni, con una netta sproporzione tra la fortissima domanda e un’offerta praticamente inesistente. Le aziende, con il tempo, hanno acquisito maggiore consapevolezza rispetto a dinamiche di difficile interpretazione, con variazioni settimanali dei prezzi e offerte molto differenti a parità di materiale.
Altro fenomeno osservato, un forte aumento dell’interesse verso i nostri report sulle quotazioni da parte di imprese produttrici di beni finiti, probabilmente allarmate dai forti aumenti di prezzi sulle forniture, generalmente stabili per sei mesi o un anno.

Si è parlato di un’Europa arrivata all’emergenza con una situazione strutturale debole e troppe produzioni dipendenti da altre zone del mondo…
Certamente questa crisi dovrebbe innescare un dibattito per un serio ripensamento delle politiche strategiche in molti settori, a partire da quello dell’industria chimica, perché la tendenza in atto da anni di delocalizzare molte produzioni industriali, anche per discorsi legati alla scarsa popolarità di questi impianti, ha di fatto reso vulnerabile la nostra industria. Credo che quanto successo con la pandemia possa fornire all’Europa l’occasione di riprogrammare le sue politiche e ripensarsi come leader di un’industria chimica e petrolchimica responsabile e rispettosa dell’ambiente. Abbiamo norme certamente più lungimiranti e severe – rispetto ad altri comparti industriali e continenti – oltre a capacità tecnologiche e il capitale umano per farlo. È quindi indispensabile che si cominci seriamente a lavorare sul riposizionamento del settore anche in termini di una corretta immagine pubblica.

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