La plastica è sostenibile e lo dimostra con i fatti. Parola di Mario Ceribelli, Country Head Italia di Covestro

L’intero mondo della plastica condivide l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale dei suoi prodotti, ma si muove per affrontare un tema decisamente complesso, troppo spesso protagonista di campagne mediatiche con un grado di approfondimento modesto, al limite della banalizzazione. Mario Ceribelli, Country Head Italia di Covestro, ce ne parla non solo come rappresentante di un Gruppo che occupa una posizione di leadership mondiale nello sviluppo e produzione di polimeri high-tech, ma anche in virtù del suo ruolo nella Commissione Economia Circolare di Federchimica-PlasticsEurope, impegnata in un importante confronto con le istituzioni europee, che si è recentemente concretizzato in una presa di posizione ufficiale sulla direttiva che regolamenterà le plastiche monouso e, più in generale, sulle priorità per l’industria chimica italiana.

Che bilancio si può trarre dai recenti contatti con le istituzioni europee?
Abbiamo ribadito alcuni concetti che riteniamo non possano essere esclusi dal dibattito. PlasticsEurope e le aziende ne fanno parte sono convinte che il ragionamento sull’impatto ambientale dei nostri prodotti non debba essere condotto in base a una spinta emozionale che dipinge la chimica, e conseguentemente la plastica, come il problema dei problemi. Le direttive sui rifiuti, quelle sui prodotti monouso e sulla dispersione nell’ambiente delle microplastiche non sono un dibattito tra buoni e cattivi. Spesso ci si concentra solo sul riciclo e sul fine vita dei manufatti in plastica, senza minimamente tenere conto dei benefici che, durante il loro intero life cycle, apportano in termini di risparmio di risorse e miglioramento dell’impatto ambientale, per esempio nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

Quali dati possono supportare la vostra visione?
Pensiamo, per esempio, al settore dell’auto, che sfrutta in modo sempre più intensivo i vantaggi del metal replacement, confermati da dati incontrovertibili: la sostituzione di parti in metallo con omologhe a base polimerica permette infatti una riduzione media del peso della vettura di 200 chilogrammi, ma soprattutto un risparmio fino a circa12 milioni di tonnellate annue di carburante. Un discorso simile può essere affrontato in diversi settori, dall’edilizia in termini di saving energetico dovuto a isolanti sempre più performanti, o dal packaging, dove l’utilizzo di imballaggi plastici consente il prolungamento della vita degli alimenti, riducendone lo spreco. Ma non solo. Se confrontiamo le emissioni di anidride carbonica generate dalla produzione di un chilogrammo di carne – circa 13 chilogrammi – con quelle dovute alla produzione della vaschetta di polipropilene che lo contiene – circa 0,04 chilogrammi – scopriamo che la realtà è ben diversa dal messaggio veicolato, che tende a colpevolizzare proprio l’imballaggio. Ottimizzare le confezioni, ridurne lo spessore e il peso, consente inoltre un contenimento degli spazi, che porta benefici anche sull’impatto dovuto ai trasporti. Temo, però, che solo gli operatori del settore siano a conoscenza di tali vantaggi… Ecco perché il nostro mondo ha un grande bisogno di comunicare dati di fatto come l’insostituibilità della plastica. Si tratta, come ben si comprende, di una sfida non facile, se il focus del discorso parte dal riciclo e dallo smaltimento e mai dall’inizio della filiera.

Nessuna azienda sarebbe credibile promuovendo ambientalismi di facciata o semplicemente non sostenibili, pena la sua stessa sopravvivenza Mario Ceribelli

Dati oggettivi, ma anche problemi oggettivi. Il marine litter mette oggi più che mai la plastica sul banco degli imputati…
Un conto è riconoscere, come giusto, la complessità di un problema come quello del marine litter, un altro è cercare di affrontarlo nel modo più completo possibile. Prima di colpevolizzare la plastica è necessario intervenire per modificare i comportamenti del consumatore, impedendo così che la plastica arrivi in mare. Serve un cambio culturale che può essere sintetizzato in una frase: “la plastica è troppo preziosa per essere gettata”. Ragionando in questo modo si riuscirebbe a separare i fatti e i dati dai comportamenti scorretti, aumentando il livello di consapevolezza del consumatore. E in questa direzione la comunicazione è fondamentale, già fin dalle scuole primarie.

Come si promuove la cultura di un corretto uso della plastica?
PlasticsEurope è in prima linea nella lotta alla dispersione delle plastiche, a partire dal Plastics2030 – Voluntary Committment che si pone l’obiettivo di recuperare il 60% degli imballaggi in plastica entro il 2030 e il loro completo riutilizzo entro il 2040 nell’UE-27, in Norvegia e in Svizzera. Per raggiungere questo risultato si sta lavorando su molti fronti, compreso l’aspetto del riciclo chimico, che possa permettere la depolimerizzazione e il ritorno ai monomeri di partenza, ma anche alla riconversione delle plastiche miste. Si tratta di processi noti, mai considerati dal punto di vista industriale perché considerati troppo costosi, ma che potrebbero diventare interessanti se ottimizzati dal punto di vista tecnologico e soprattutto incentivati in termini normativi ed economici.
PlasticsEurope si sta impegnando anche per sensibilizzare le istituzioni locali e nazionali perché si attivino per migliorare il sistema della gestione dei rifiuti, partendo dalla raccolta – soprattutto in alcune regioni del Sud – per arrivare al potenziamento delle infrastrutture, puntando a evitare, per quanto possibile, il semplice conferimento in discarica.

Secondo lei, si è abusato anche del concetto di sostenibilità, almeno dal punto di vista della comunicazione?
Purtroppo, si sventola la sostenibilità ambientale come se fosse una bandiera, trattandola come un concetto svincolato dalla realtà. La sostenibilità deve essere anche economica: ogni processo va pensato in un’ottica più ampia, riflettendo sull’occupazione creata e sul conseguente benessere per i dipendenti e la popolazione. Nessuna azienda sarebbe credibile promuovendo ambientalismi di facciata o semplicemente non sostenibili, pena la sua stessa sopravvivenza. Si è davvero sostenibili se si lavora per generare profitti e se ne investe parte in ricerca e sviluppo per migliorare la qualità della vita e dell’ambiente.

Anche la sostenibilità, quindi, non può prescindere dagli investimenti in ricerca e sviluppo…
Ritengo che l’innovazione sia una condizione essenziale, da declinare sia nella ricerca di nuove materie prime, sia nei processi per produrle e trasformarle. È uno degli aspetti fondamentali della filosofia adottata da Covestro. Per esempio, recentemente abbiamo messo a punto un processo per la produzione di anilina partendo da materie prime vegetali e biomasse. Il progetto, attualmente in fase sperimentale, in un universo temporale più ampio potrebbe diventare un’alternativa al petrolio per la produzione di una materia prima così importante: ogni anno, infatti, vengono prodotti a livello mondiale cinque milioni di tonnellate di anilina, quantità che cresce annualmente con un tasso del 5%. Noi siamo uno dei principali produttori, con una capacità installata pari a un milione di tonnellate, e al contempo utilizzatori: impieghiamo l’anilina nella produzione di schiume poliuretaniche rigide destinate ad applicazioni di isolamento termico in edifici e impianti di refrigerazione.

Crediamo che il concetto di open innovation sia fondamentale, perché nessuna azienda può pensare di sviluppare conoscenze solo con le proprie forze Mario Ceribelli

A quali altri progetti innovativi state lavorando?
La metà dei nostri progetti di ricerca è connessa a uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Uno dei più interessanti riguarda la sintesi di polioli da risorse rinnovabili, tra cui biomasse, che pensiamo di impiegare nella produzione di schiume poliuretaniche flessibili. La sperimentazione, condotta in consorzio con altre aziende e con il supporto di istituzioni accademiche, potrebbe sfociare anche nello studio di applicazioni nei poliuretani rigidi per il settore dell’edilizia. Un altro dei programmi di Covestro riguarda la riduzione del 50% del consumo energetico entro il 2025, con progetti volti a favorire l’aumento dell’efficienza energetica e l’ottimizzazione dei parametri di processo, con modifiche degli impianti finalizzate alla diminuzione del consumo specifico di energia per chilogrammo di prodotto.

In generale, i vostri progetti di ricerca coinvolgono il mondo accademico?
Siamo decisamente aperti alla collaborazione con centri di ricerca e università. Crediamo che il concetto di “open innovation” e della condivisione delle conoscenze sia fondamentale, perché nessuna azienda può pensare di sviluppare conoscenze solo con le proprie forze. Da questi approcci spesso nascono prototipi e materiali che portano nel tempo a soluzioni replicabili nel mondo reale. Ne è un esempio Solar Impulse, l’aereo a energia solare alla cui realizzazione Covestro ha fornito un importante contributo in termini di materiali e tecnologie, oggi fruibili da settori come l’automotive e l’industria aerospaziale, sempre più alla ricerca di soluzioni che richiedono leggerezza, trasparenza e flessibilità. Un altro esempio è la vettura elettrica a propulsione solare realizzata all’Università di Aachen, che ha partecipato con successo alla World Solar Challenge 2017.

Il veicolo a propulsione solare Sonnenwagen è stato per Covestro l’occasione per sperimentare i propri materiali hi-tech

Qual è il bilancio del Gruppo dopo la separazione dalla controllante Bayer?
La scissione da Bayer ha permesso a Covestro di concentrarsi ulteriormente sui propri business di riferimento. I risultati dei primi due anni sono particolarmente positivi e, parlando del nostro Paese, il polo di Filago, i cui volumi sono in crescita, è per il Gruppo il punto di riferimento produttivo europeo per il policarbonato e addirittura mondiale per lo sviluppo del colore, grazie alla presenza del Color Competence and Design Center.

Quale, invece, la situazione dell’impianto umbro?
La strategia è quella di un disimpegno per il business delle lastre, come già avvenuto con la cessione a Plaskolite degli impianti di Sheffield, negli Stati Uniti. Lo stesso accadrà in Europa, presumibilmente nel 2019, dove cederemo gli impianti di Nera Montoro e quello presente in Belgio. Stiamo parlando, per quanto riguarda la realtà umbra, di una fabbrica in piena salute, che beneficia degli investimenti compiuti negli scorsi anni per riorganizzare il modello di fabbrica in ottica Industria 4.0. L’intenzione è di tagliare un ramo aziendale non più strategico, ma pienamente competitivo, seguendo il modello che negli Stati Uniti ha portato alla completa salvaguardia dei posti di lavoro.
Mi piace anche sottolineare che, purtroppo, l’Italia non era presente ai recenti mondiali di calcio in Russia, mentre Covestro, e in particolare Nera Montoro, lo era, avendo fornito le lastre di policarbonato con cui era coperto lo stadio di Mosca in cui si sono svolte la gara inaugurale e la finale!

Il polo di Filago, sede dell’impianto Covestro

Parlando di numeri, qual è la situazione attuale delle performance di Covestro?
Il mercato italiano ha fatto registrare due anni di forte crescita, con un +7,5% nel 2017, mentre il 2018 mostra tendenze alla stabilità. Il nostro obiettivo globale rimane finalizzato verso la crescita complessiva dei volumi, che naturalmente fotografano meglio dei fatturati la situazione del mercato, con questi ultimi spesso influenzati dai prezzi delle materie prime.
Ovviamente guardiamo agli scenari politici internazionali con grande interesse, a partire dalla decisione del governo statunitense sui dazi che colpirebbe certamente il mercato europeo dell’auto, quello tedesco in primis, e conseguentemente i fornitori. Al di là degli aspetti congiunturali, posso certamente ribadire che Covestro continuerà a investire per supportare la crescita del Gruppo e le proprie strategie per il futuro.

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