Perché la biodiversità è la nuova variabile strategica per le imprese

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Non solo tensioni geopolitiche ed energia: il deterioramento degli ecosistemi costa all’Italia 3 miliardi di euro all’anno. Dal monitoraggio degli alveari ai progetti di riforestazione, ecco come le aziende più illuminate stanno integrando la tutela della natura nei piani industriali per difendere la loro competitività

di Nadia Anzani 

A mettere a rischio i bilanci aziendali non è più solo la precarietà degli equilibri geopolitici – con i relativi impatti su costi energetici e consumi globali – ma anche la crisi della biodiversità. Secondo alcune analisi di Reuters (una delle più grandi agenzie di stampa al mondo) e del World Resources Institute, infatti, il cosiddetto nature risk sta diventando una delle principali vulnerabilità sistemiche per le imprese di tutto il mondo. E non è più solo una questione etica o ambientale, ma un elemento che riguarda direttamente costi, materie prime, continuità operativa e capacità produttiva di un’azienda.

Perché, dietro alle filiere industriali, alla produzione agricola e agli approvvigionamenti, esiste un’organizzazione fatta di acqua, fertilità del suolo, foreste, insetti impollinatori ed ecosistemi marini. Quando questo network si deteriora, non si blocca solo la biodiversità ma rallentano anche produzione, commercio e stabilità economica.

20 miliardi di euro all’anno per il ripristino del 30% degli ecosistemi UE

Foxy (Gruppo ICT) ha deciso di monitorare 73 alveari sparsi in tutta Europa, per comprendere meglio l’interazione tra api e biodiversità

In questo scenario, la situazione dell’Italia appare particolarmente critica. Nel nostro Paese si contano già oltre 160 specie ad alto rischio di estinzione, con il 19,6% degli ecosistemi in uno stato di conservazione sfavorevole. Questa perdita di biodiversità si traduce in un danno economico tangibile: circa 3 miliardi di euro l’anno, causati principalmente dalla contrazione della produttività agricola e dal declino delle attività legate agli ambienti marini.

Il problema, tuttavia, non riguarda solo noi. Secondo la Commissione Europea, infatti, saranno necessari circa 20 miliardi di euro all’anno per finanziare il ripristino del 30% degli ecosistemi europei entro il 2030.

Si tratta di un’emergenza che chiama in causa direttamente il mondo corporate e, in particolare, i settori agroalimentare, energetico, delle utility, chimico e dei materiali. Negli ultimi anni, le aziende più lungimiranti hanno iniziato a muoversi: due imprese su tre citano la biodiversità nei bilanci non finanziari, anche se solo il 27% ha già avviato piani concreti. Il dato emerge dall’Osservatorio Innovazione per la Biodiversità, nato dalla sinergia tra la Polimi School of Management (attraverso il gruppo di ricerca Innovation, Strategy & Family Business e il Food Sustainability Lab), l’Istituto Sant’Anna e il National Biodiversity Future Center.

Ma la consapevolezza è in forte crescita: il 53% delle organizzazioni nazionali prevede di sviluppare una strategia dedicata entro il 2030, stando a quanto riportato dal report Biodiversità e settore privato in Italia: tendenze, politiche e strumenti finanziari, realizzato da Etifor, spin-off dell’Università di Padova, con il supporto del progetto B4B ItalyNextGenerationEu, nato proprio per guidare le imprese verso un’economia rigenerativa, capace di restituire alla natura più di quanto prelevi.

Anche le PMI possono fare la loro parte

A poco più di un anno dalla sua fondazione, Women in Plastics Italy continua a espandersi, raddoppiando il numero delle associate e consolidando una community sempre più attiva e partecipata, impegnata nella promozione di inclusività, sostenibilità e valorizzazione delle competenze nel settore della plastica

Un tema caldo, che è stato al centro di un recente webinar organizzato da Women in Plastics Italy e che ha visto la partecipazione di Virginia Castellucci, head of Sustainability & Advocacy di 3Bee, società naturetech specializzata in tecnologie innovative per rigenerare la biodiversità e supportare le aziende nei loro piani di sostenibilità. Durante l’incontro si è dato spazio anche a come le organizzazioni possono muoversi per impattare il meno possibile sulla biodiversità e gli esempi pratici citati sono stati diversi. Tra questi, Toyota Italia, dopo due anni di monitoraggio della biodiversità attraverso la tecnologia Hive-Tech, ha scelto di prendersi cura attivamente di 400 piante nettarifere per sostenere la rigenerazione della ricchezza naturale locale.

Un altro esempio viene da Foxy (Gruppo ICT – Industrie Cartarie Tronchetti), che ha deciso di monitorare 73 alveari sparsi tra Italia, Spagna, Polonia, Francia, Regno Unito, Irlanda e Germania, per comprendere meglio l’interazione tra api e biodiversità.

Inoltre ha creato 24 oasi in Italia, Francia, Spagna, Germania e Polonia, dove sono state piantate 2350 piante autoctone ad alto rendimento di nettare, che, una volta raggiunta la maturità, contribuiranno a ricreare habitat ospitali per gli insetti impollinatori, fornendo sia nutrimento che riparo.

Oasi Tech della biodiversità

Azienda specializzata in soluzioni impiantistiche integrate, Comoli Ferrari ha invece realizzato l’Oasi Tech della biodiversità, rigenerando un’area degradata di Novara, città dove ha sede, a beneficio dell’ambiente e dell’intera comunità. Piccole cose che anche una PMI attenta all’ambiente può mettere in pratica sul territorio dove opera, contribuendo così a rigenerare la natura circostante.

A spingere in questa direzione non è solo la conformità normativa, ma una chiara logica economica: ignorare il deterioramento degli ecosistemi nel tempo costerà molto più che proteggerli. La biodiversità è ormai una variabile strategica fondamentale per la competitività aziendale, tanto che una quota sempre maggiore di investitori esige trasparenza sull’esposizione delle imprese ai rischi naturali. Un fattore su cui è tempo di riflettere seriamente.

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