Le caratteristiche della governance e la gestione delle competenze all’interno dei family business italiani sono fra i temi centrali di una ricerca realizzata e pubblicata dall’Università Cattaneo – LIUC su input della società di consulenza legale e tributaria PwC TLS e frutto di circa due anni di lavoro
di Roberto Carminati
Competenze, governance e family business – Un dialogo fra accademici, imprenditrici e professionisti è il titolo di un volume uscito nel 2025 per Università Cattaneo Libri e curato da Rafaela Gjergji, Sofia Brunelli e Salvatore Sciascia. Obiettivo dichiarato dell’opera è «investigare l’importanza delle competenze aziendali» così come essa è percepita soprattutto dalle imprese familiari e ponendo in particolare un marcato accento sul tema della governance.
Attraverso una survey cui hanno preso parte circa 270 realtà attive in più settori – ma con il significativo apporto di un 10% di attori delle materie plastiche – si è voluto indagare «un ampio ventaglio» di skill. Si è spaziato cioè da quelle di tipo più tradizionale e funzionali a quelle considerate «necessarie per affrontare la twin transition»: digitale e ambientale.
L’ora delle leader
Oltre a una disamina della letteratura specialistica disponibile e alla presentazione dei risultati del sondaggio, il libro Competenze, governance e family business si dipana attraverso una serie di conversazioni fra accademici, consulenti e imprenditori: anzi, imprenditrici.
«Anche l’emergere sempre più frequente di una leadership al femminile», ha detto infatti a Plastix il professor Sciascia, «può esser considerato come l’espressione di un’altra transizione in atto nell’economia. Finalmente si comincia a garantire il giusto spazio a donne manager di valore e capaci col loro stesso pensiero di dare impulso allo sviluppo delle aziende».
Tutto è cominciato nel 2023 – Anno europeo delle competenze – quando si è fatto più intenso il dibattito sul tema della già citata twin transition. FABULA (il Family Business Lab dell’università lombarda presieduto da Salvatore Sciascia) si è quindi chiesto quali skill fossero ritenute decisive per competere.
«L’iniziativa», ha spiegato il professore, «ha preso forma in seno al rapporto che abbiamo con la società PwC TLS, tipicamente a stretto contatto con il panorama imprenditoriale, interessata allo studio delle caratteristiche della governance delle aziende che risultano essere anche le più dotate in termini di competenze. Il fabbisogno di conoscenza era quindi condiviso e cioè avvertito in egual misura dai professionisti, dagli accademici e naturalmente dalle imprese medesime. L’università ha messo a disposizione, dal canto suo, il proprio bagaglio di conoscenza e i metodi scientifici utili a rispondere alle diverse domande di ricerca avanzate dal mercato».
Conoscere per programmare

Le 264 persone intervistate sono tutte appartenenti al network degli abituali interlocutori e collaboratori della LIUC e se il “peso della plastica” è tanto rilevante rispetto al totale è per via della storica presenza di industrie del comparto sia in Lombardia sia sul territorio nazionale. Molte di esse sono inoltre a conduzione familiare e pertanto, a maggior ragione, toccate da progetti come quello di Fabula.
«Fra le competenze preziose per queste e altre realtà», ha riflettuto Sciascia, «marketing e vendite sono senz’altro ai primi posti perché consentono di comprendere meglio le esigenze dei mercati di riferimento, per poi potervi dialogare. Seguono il trinomio amministrazione, finanza e controllo; infine, la governance e la strategia. Si tratta dunque di skill di alto livello e determinanti per redigere dei piani adeguati e pianificare il futuro con accuratezza. Quest’ultimo è un aspetto che non di rado viene trascurato, per lo più dalle imprese più piccole».
Nell’esaminare le società che si ritengono più dotate di competenze, gli autori si sono domandati se queste possedessero caratteristiche comuni degne di nota. «È stato intrigante», ha detto Sciascia, «e ha permesso di notare che il fatto di avere una famiglia molto presente impatta in positivo sul know-how relativo alla produzione, alla logistica, agli acquisti e all’ambiente. In assoluto le competenze sono però più vaste e variegate là dove ai vertici c’è un consiglio di amministrazione, magari formato da un nutrito numero di membri e componenti esterni al nucleo familiare. Questo sembra suggerire che, per quanto la famiglia possa o debba rimanere trainante, dotarsi di un CdA a cui partecipino esponenti di altri ambiti è un plus competitivo».
Il passaggio chiave

Si è arrivati così alla tematica della leadership e la ricerca ha evidenziato che i CEO più giovani – appartenenti alla seconda generazione della proprietà – sono in genere «i più sensibili alle competenze ambientali»: la sostenibilità è d’altronde più sentita presso le nuove leve.
Ma a proposito di generazioni, per quanto non siano state affrontate direttamente nel volume, le difficoltà del passaggio di testimone sono del massimo interesse per Fabula. «Stiamo entrando in una fase», ha commentato il professore, «nella quale si prevedono numerosi cambiamenti al vertice, non necessariamente fra genitori e figli. Tutt’altro: ci si devono attendere aperture importanti della proprietà e della leadership.
Nonostante l’argomento sia noto e caldo, l’impressione è che la maggior parte dei family business non si stia attrezzando per farvi fronte. Sia perché chi è in sella e in buona forma fisica non ha alcuna intenzione di mollare le redini; sia perché forse il legame dei potenziali eredi coi valori dell’impresa, della famiglia, del territorio è mediamente più labile».
Se l’università è tanto coinvolta è anche perché le spetta almeno in parte il compito di colmare il gap – o mismatch – delle competenze che separa il mondo del lavoro da quello della didattica. «Dobbiamo riuscire», ha concluso il professor Salvatore Sciascia, «a indirizzare un fabbisogno mutevole, perché le competenze ricercate dalle aziende si rinnovano di continuo e star dietro all’evoluzione non è certo facile.
Si aggiungano le dinamiche demografiche negative del nostro Paese: uno sforzo verso l’apertura dev’esser compiuto da tutti e in primo luogo dalla società e dall’economia, mentre il compito di rendere l’Italia più attrattiva è prerogativa della politica. Né si deve pensare che servano solo le competenze e le conoscenze tecniche, in questo momento. Il sapere umanistico è quanto mai cruciale perché arriva là dove la tecnologia e le macchine non arrivano. Anche in ambito ingegneristico il cuore, l’anima e le menti umane faranno ancora la differenza».
«L’innovazione richiede apertura. E un pensiero laterale»

Fra le imprenditrici coinvolte nei dialoghi che costituiscono il cuore del saggio Competenze, governance e family business c’è la CEO di Lati, Michela Conterno che ne ha voluta ospitare non a caso una presentazione in occasione del recente Family business day organizzato dalla sua azienda. Dai temi trattati da Fabula è interessata in vari modi.
«Il focus del volume», ha detto Conterno alla redazione di Plastix, «è più sulle competenze core e specifiche del business come il marketing ed è meno marcato l’accento sulla digitalizzazione e la sostenibilità. Certo, le imprese interpellate esprimono bene le eccellenze tecniche del Paese e forse il digitale è in secondo piano perché la sua gestione risulta talvolta ancora complicata. Per noi le competenze ambientali sono al centro e ci sono riconosciute: sono dimostrate dalla rendicontazione e dal Report di sostenibilità e dal fatto che siamo del tutto pronti per la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD). Si tratta di un aspetto che, come il riciclo, abbiamo consolidato nel tempo grazie all’attività di ricerca e sviluppo».
Si interseca così con l’innovazione di prodotto e la scelta dei materiali; con gli studi sull’LCA condotti a quattro mani con atenei come l’Università dell’Insubria e con l’analisi dell’impatto: l’efficienza dei processi e degli impianti è perciò, presso Lati, la parte di un insieme ben più ampio.
Tornando più propriamente ai temi del libro, e in particolare alla governance, è opinione di Conterno che le imprese corrano spesso «il rischio di una certa autoreferenzialità», ma che il dibattito stimolato dal libro dica ben altro. «È emersa la volontà di aprirsi e confrontarsi», ha detto, «e di cambiare strategie, in uno scenario tanto controverso quale quello attuale. Il cambiamento si affronta anche con la collaborazione di un team di persone forti al punto da mettere sempre gli imprenditori alla prova. È una fonte preziosa di arricchimento, sul piano personale e professionale».
Predisporsi all’evoluzione significa naturalmente iniziare a riflettere su quel che una tecnologia come l’intelligenza artificiale può dare, in più, all’R&D, alle operation o alla formulazione. Sull’avvenire dell’industria l’AI può esercitare un peso notevole, ma un boost non minore per la crescita viene «dalle competenze trasversali».
Ovvero: «Le competenze umanistiche, che ho nel mio background insieme a quelle manageriali», ha spiegato la CEO, «possono contribuire a produrre grandi risultati. Le stesse tematiche della sostenibilità richiedono un pensiero laterale e, per paradossale che possa sembrare, la cultura classica è alleata del cambiamento e dell’innovazione; è perfettamente complementare al know-how ingegneristico e alla scienza dei materiali. Nello studio dei prompt di AI le nozioni umanistiche si rivelano di grande utilità».
«L’ideale», ha concluso Michela Conterno, «è creare un connubio costruttivo che valorizzi le competenze core e quelle trasversali».
(Articolo tratto dalla rivista Plastix di aprile 2026)




