Ucraina, l’altro volto di un conflitto

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Le stime dell’Ocse parlano chiaro. Tra peso delle sanzioni, emergenza dei rifugiati, difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e caro energia, l’invasione dell’Ucraina rischia di cancellare l’1,4% del PIL dell’Eurozona, l’1,2% per l’Italia. La minor crescita sarà accompagnata da un’inflazione più alta rispetto alle stime elaborate prima della guerra, che dovrebbe salire di due punti in Europa e quasi di un punto e mezzo negli Stati Uniti. Uno shock imprevisto per l’economia globale che, secondo le previsioni dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico diffuse lo scorso dicembre, avrebbe dovuto mantenere l’andamento positivo innescato nel 2021, con un aumento del PIL di circa il 4,5% nel 2022 e del 3,2% nel 2023.

Lo scenario ipotizzato è solo una prima valutazione – formulata poco più di due settimane dopo l’inizio delle ostilità – perché, come afferma Laurence Boone, capo economista all’Ocse, l’incertezza regna sovrana.

A risentire più lievemente degli effetti dell’offensiva di Putin, almeno in questa fase, saranno le economie avanzate della regione Asia-Pacifico e delle Americhe che, oltre a essere – in alcuni casi – importanti produttori di materie prime, hanno legami commerciali e di investimento con la Russia meno intensi rispetto all’Europa. Il protrarsi del conflitto, però, avrà ripercussioni negative sulla crescita economica globale perché agirà su diversi livelli, dalla disponibilità di fonti alimentari alle difficoltà di approvvigionamento di materie prime ed energia, alla crisi dei rifugiati. E questo perché, sebbene Russia e Ucraina, insieme, rappresentino solo circa il 2% del PIL globale giocano un ruolo tutt’altro che marginale nell’economia mondiale in qualità di principali fornitori in numerosi mercati.

I due paesi valgono circa il 30% dei flussi di esportazione di grano, il 20% di mais e fertilizzanti minerali, la cui interruzione colpisce soprattutto le aree a basso reddito e le economie emergenti.

La carenza di metalli e altri elementi chiave, invece, pesa in misura maggiore sull’Europa. Il settore automotive, già compromesso dallo shortage di chip, sta risentendo della mancanza di cablaggi per l’alimentazione dei sistemi elettrici dei veicoli provenienti dall’Ucraina, come del palladio e del nichel russo, impiegati rispettivamente nella produzione di convertitori catalitici, acciaio e batterie. Russia e Ucraina sono anche fonti di gas inerti come argon e neon, utilizzati nei semiconduttori. L’industria degli pneumatici e degli articoli in gomma, invece, dipende per il 40% dal carbon black russo e bielorusso.

Sul versante dell’energia la situazione è addirittura peggiore. Il conflitto ha messo in evidenza la forte dipendenza di molte economie dalle risorse della Federazione Russa, che fino a poco tempo fa forniva oltre il 40% delle importazioni europee di gas naturale, una percentuale simile di carbone e circa il 25% dell’import di petrolio. Le conseguenze sono preoccupanti: oggi il prezzo del gas è dieci volte superiore rispetto a un anno fa, mentre quello del petrolio è quasi raddoppiato nello stesso periodo.

Le raccomandazioni dell’Ocse per far fronte alla situazione sono di una saggezza disarmante: proteggere i consumatori e le imprese più vulnerabili attraverso politiche temporanee e ben mirate, potenziare le misure di risparmio energetico, continuare a utilizzare il nucleare – ove possibile – e al contempo accelerare sulle energie rinnovabili per non spostare la dipendenza energetica da un paese a un altro. Le difficoltà sono legate solo alla volontà delle forze politiche di seguire questi suggerimenti e di progettare il futuro in modo da garantire la sicurezza energetica e la transizione verde. Molto probabilmente sarà necessario sviluppare un nuovo Recovery Plan e una strategia di finanziamento comune a tutta l’Europa. Nell’immediato, oltre agli aspetti sopra menzionati, le priorità comprendono le spese militari e per il sostegno ai rifugiati e ai paesi in prima linea nella gestione dell’emergenza. Anche in questo caso, i governi europei devono attivarsi per condividere le responsabilità e trovare la strada per lavorare insieme in modo coeso.

Mai come in questo momento la fondazione degli Stati Uniti d’Europa è sembrata una scelta inderogabile e rassicurante. E la compattezza dimostrata dai paesi membri nell’affrontare i pericoli in corso fa sperare che possa davvero diventare realtà.