Plastic tax: ogni Paese ha la sua

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Divieti e tasse: questa facile ricetta sembra essere l’unica strada imboccata da governi e istituzioni sovranazionali alla ricerca di una soluzione al problema della dispersione in ambiente di una famiglia di materiali che ha l’unica colpa di essere ampiamente diffusa in virtù della praticità, versatilità e basso costo.

Non tutte le gabelle sono però uguali, anche circoscrivendo l’analisi alla sola Europa, che su questo tema – come su altre restrizioni ambientali – è senz’altro all’avanguardia. Accanto alla Plastic Tax UE, che interessa solo la plastica non riciclata ed è a carico dei governi, sono state varate – o sono in fase di definizione – imposte a livello nazionale che colpiscono selettivamente singoli manufatti o famiglie di prodotti, dai sacchetti agli articoli monouso, fino agli imballaggi, con modalità e intensità che variano da paese a paese, in barba al principio del mercato unico.

La madre di tutte le tasse

La tassa europea sui rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati è stata introdotta all’inizio del 2021 ed è entrata in vigore nel maggio dello stesso anno con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Europa (GUCE) del Regolamento UE 2021/770, che fissa le modalità di calcolo e di versamento dell’imposta. Istituita con l’intento di reperire tra 6 e 8 miliardi di euro a beneficio del Bilancio UE 2021-2027, l’imposizione fiscale prevede un’aliquota uniforme, pari a 0,80 euro per chilogrammo (800 euro a tonnellata), sul peso dei rifiuti di imballaggio in plastica che non vengono riciclati. Stimolo per i paesi membri a impegnarsi maggiormente sul fronte della raccolta, selezione e recupero dei rifiuti plastici.

I contributi vengono calcolati sulla base dei dati Eurostat, che ogni stato membro è già tenuto a raccogliere e comunicare nell’ambito della direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (94/62/CE). I primi contributi saranno calcolati su base previsionale e alcuni Paesi potranno beneficiare di una riduzione forfettaria, per scongiurare effetti eccessivamente regressivi. Nel caso dell’Italia il contributo annuo – sulla base dei dati 2018 – dovrebbe attestarsi intorno a 845 milioni di euro, meno di Francia o Germania (1,3 miliardi), ma più della Spagna (500.000 euro). Ogni stato membro è chiamato a decidere come coprire gli oneri della tassazione o ridurne l’entità: prelevando risorse dai conti nazionali, imponendo nuove imposte su singoli prodotti o materiali, oppure introducendo restrizioni o regolamenti. Un meccanismo contorto che trova spiegazione nei regolamenti comunitari: l’applicazione di un’accise uniforme sui prodotti in plastica avrebbe richiesto il voto unanime dei 27 Stati che compongono l’UE, sempre necessaria quando si tratta di provvedimenti in materia fiscale.

In arrivo anche in Italia nonostante i continui rinvii

Come è noto, nel nostro paese è stata approvata una tassa che dovrebbe colpire i Macsi, manufatti in plastica di singolo impiego, con un’aliquota di 450 euro a tonnellata. Sono escluse le plastiche compostabili (secondo la UNI EN 13432) e quelle ottenute da riciclo, anche per quota parte, oltre che tutti i dispositivi medici e gli imballaggi farmaceutici. L’entrata in vigore ha subito – come spesso avviene nel nostro paese – ripetuti rinvii, l’ultimo dei quali scade il 31 dicembre di quest’anno. Salvo interventi del Governo, quindi, avrà effetto a partire dal 1° gennaio 2023.

Essendo di non facile applicazione, oltre che molto onerosa per le imprese (anche in termini burocratici), le associazioni di settore chiedono da tempo che venga non solo nuovamente prorogata, ma addirittura abolita. Le ragioni sono state ben riassunte dal presidente di Unionplast (Federazione Gomma Plastica), Marco Bergaglio: «Ingestibile economicamente e amministrativamente per le imprese, questa tassa non produce benefici ambientali e mette a repentaglio un settore strategico che vale almeno 12 miliardi di euro. Un settore già flagellato dalla crisi delle materie prime e dall’impennata dei costi dell’energia, senza tralasciare le restrizioni imposte, soprattutto al nostro paese, dalla Direttiva SUP».

Anche senza un’effettiva applicazione, la tassa sui Macsi avrebbe già prodotto “effetti tossici” per il settore. Ma non sono solo i trasformatori a criticare la legge: Assobibe e Federalimentare la pensano allo stesso modo, stimando che l’imposta potrebbe incidere sui prezzi mediamente del 10% con punte fino al 60% su prodotti con basso valore aggiunto.

Nel Regno Unito non si paga se c’è riciclato

Sebbene ormai fuori dall’UE, il Regno Unito è stato il secondo paese del Vecchio continente a introdurre un’imposta sulla plastica, pur limitata agli imballaggi contenenti meno del 30% di materiale riciclato. Battezzata Plastic Packaging Tax, è entrata in vigore il 1° aprile di quest’anno con un’imposizione di 200 sterline a tonnellata, ma solo sugli imballaggi dove la plastica vergine è presente per oltre il 70% del peso complessivo, colpendo sia i produttori britannici sia gli importatori di imballaggi vuoti o pieni. Lo scopo, in questo caso, sembra più mirato: favorire l’utilizzo di plastica riciclata nel packaging, innescando con la domanda un circolo virtuoso volto a ridurre i volumi di rifiuti inviati in discarica o a termovalorizzazione.

Secondo uno studio condotto da Veolia, a poche settimane dall’introduzione della tassazione tre quarti delle imprese britanniche interessate dal provvedimento erano ancora impreparate o inconsapevoli e solo il 22% aveva introdotto materiale riciclato nei propri imballaggi al fine di evitare l’imposta. In altri casi le aziende hanno ridotto la quantità di imballaggi in plastica non necessari o evitabili, modificato il design per renderlo più riciclabile, oppure sono passate a materiali alternativi.

Nel tentativo di dribblare la Plastic Packaging Tax introdotta nel Regno Unito, alcuni produttori di packaging si sono affrettati a introdurre plastica riciclata in una quota di almeno il 30%. ProAmpac, ad esempio, propone ProActive PCR Retort, un imballaggio flessibile in forma di busta (retort pouch), per il confezionamento di alimenti per uso animale e umano, mentre Paccor ha presentato chiusure per bottiglie del latte in polietilene alta densità, anche in questo caso con il 30% di materiale riciclato (rHDPE). Nel flessibile, Ineos ha collaborato con il produttore di packaging Coveris allo sviluppo di un film in polietilene per stretch hood di palletizzazione in linea con la nuova legge. Berry Global, invece, ha deciso di certificare con lo schema EUCertPlast sei stabilimenti britannici dove produce packaging con una percentuale minima di riciclato del 30%.

La Spagna si prepara

Molto simile a quella italiana, la plastic tax spagnola sarà pienamente operativa dal 1° gennaio 2023. Prevede un’accisa di 0,45 euro per chilogrammo (450 euro a tonnellata) che riguarderà gli imballaggi in plastica non riutilizzabili, in base al loro contenuto di materiale vergine, mentre è esentata dal pagamento del contributo la quota riciclata, anche per via chimica. Dato che non è stata definita una soglia minima di plastica, l’imposta è destinata a colpire anche i packaging dove questo materiale non è prevalente, come i poliaccoppiati. Sarà compito degli operatori dimostrare, mediante una certificazione rilasciata da un ente accreditato, la natura, la provenienza e la quantità di materiale rigenerato presente nel prodotto.

Nell’ambito di applicazione ricadono anche semilavorati (ad esempio, preforme e film per imballaggio), chiusure e altri articoli accessori, volti a facilitare la commercializzazione o la presentazione. Oltre agli imballi prodotti nel paese, saranno tassati i packaging importati dall’estero, pieni o vuoti.

Non mancano le esenzioni: sono fuori dall’ambito di applicazione le confezioni di medicinali o prodotti sanitari, quelli per pasti destinati a usi medici speciali, per rifiuti sanitari pericolosi, così come i contenitori distrutti perché scartati o inadeguati all’impiego. In questo modo, il Governo spagnolo si aspetta di rimpinguare le casse dello Stato con introiti superiori a 720 milioni di euro l’anno.

Come si muove il resto d’Europa

In alcuni Paesi UE singole imposte sono state introdotte o sono in via di definizione con lo scopo di scoraggiare l’utilizzo di sacchetti per la spesa, imballaggi e articoli monouso in plastica. Le motivazioni sono diverse: in alcuni casi si tratta di misure introdotte nella più ampia cornice della Direttiva SUP, al fine di scoraggiare l’impiego dei monouso; in altri, invece, l’imposizione è destinata a coprire gli oneri della plastic tax UE a carico dello Stato.

Ambiti di applicazione, esenzioni e aliquote variano da paese a paese, rendendo difficile la vita alle aziende che operano su diversi mercati. Limitandosi alla copertura della tassa UE, la situazione è alquanto variegata: alcuni Paesi non hanno ancora preso posizione e, tra questi, ci sono Austria, Francia (che ha però già normato pesantemente il settore), Belgio, Olanda, Germania (che potrebbe presto cambiare idea), Lussemburgo, Repubblica Ceca e Polonia (dove sono in discussione due diversi progetti di tassazione di articoli e imballaggi in plastica).

La Bulgaria sta valutando l’introduzione di un’imposta intorno a 1,2 euro al chilogrammo destinata a colpire gli imballaggi che non sono soggetti a raccolta e riciclo dei rifiuti, pur con eccezioni ed esenzioni. In Danimarca, l’imposta colpisce da molti anni, con diversa modalità e intensità, imballaggi, sacchetti e stoviglie monouso in funzione del contenuto di riciclato, a eccezione di quelli coperti da deposito su cauzione. Con frequenti rimodulazioni delle aliquote.

In Estonia, tutti gli imballaggi sono soggetti a un’accisa di 2,50 euro al chilogrammo; sono però esclusi gli imballaggi contenenti almeno l’85% di riciclato. In Lettonia, invece, la tassa si applica a determinati imballaggi di plastica, stoviglie monouso e sacchetti di plastica per la spesa, con aliquote che variano anche in modo significativo in base al materiale di cui sono composti: il polistirene è tassato con 1,56 euro al chilogrammo, mentre la maggior parte degli altri polimeri si ferma a 1,22 euro e per le bioplastiche si scende ulteriormente a 0,24 euro al chilogrammo. Il massimo lo raggiungono i sacchetti di plastica leggeri, dove la tassa tocca 4,8 euro al chilogrammo.

Chiudiamo questa rapida e non esaustiva carrellata con il Portogallo, dove a luglio entrerà in vigore un’imposta di 0,30 euro per ogni confezione (non al chilogrammo!) monouso in plastica o alluminio destinata all’imballaggio di pasti pronti.

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