Mercato in ripresa, ma non mancano le incertezze

Volendo visualizzare metaforicamente gli ultimi tre anni, potremmo immaginare un’altalena agganciata a un ramo sottile, che non smette di salire e scendere, ma che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. Eppure, per un momento, abbiamo creduto di esserci lasciati il peggio alle spalle. Per l’industria italiana nel suo complesso, infatti, il 2021 si è caratterizzato per un sostanziale recupero della produzione persa durante il primo duro anno della pandemia: +11,8% rispetto al 2020, che a sua volta aveva registrato una flessione del -11,4% sull’anno precedente. Anche limitando l’analisi al settore delle plastiche – materie prime, macchinari e trasformazione –, i volumi persi nel 2020 a causa del rallentamento dell’attività economica sono stati pressoché recuperati nell’anno appena trascorso.

2021, uno scenario positivo

La fotografia del settore l’ha scattata la società milanese Plastics Consult nello studio multiclient “Plastic trend Synthesis”, che con cadenza annuale stima il consumo di termoplastiche vergini in Italia, suddiviso per polimero e comparto applicativo.

Il 2021 si è chiuso con un consumo di plastiche pari a 5,62 milioni di tonnellate, in crescita del 5% rispetto a un 2020 che aveva toccato il punto più basso della curva (5,35 milioni di tonnellate, -5,2% sul 2019); volume non molto lontano dai 5,69 milioni di tonnellate del 2019 e dai 5,75 milioni nel 2018, ultimo biennio prima della pandemia. Secondo Paolo Arcelli, direttore di Plastic Consult, in determinati periodi dell’anno e per alcuni polimeri, la domanda è stata così sostenuta e repentina da mettere in crisi la catena di fornitura. A determinare un andamento così vivace della domanda di termoplastiche è stata senz’altro la ripresa della produzione industriale che – come abbiamo visto – ha sfiorato il +12%, ma ha contributo anche la contrazione delle importazioni extraeuropee di semilavorati e prodotti finiti a causa delle interruzioni della catena logistica e della forte domanda a livello mondiale. Senza dimenticare, per quanto concerne il mercato nazionale, l’apporto del comparto edilizia e costruzioni, che – grazie agli incentivi anticiclici messi in campo dal governo – ha visto crescere l’anno scorso di oltre il 20% i consumi di polimeri termoplastici.

Bene edilizia e packaging

La crescita della domanda – come emerge dallo studio di Plastic Consult – ha riguardato la quasi totalità dei polimeri termoplastici vergini, pur con differenze anche marcate tra una famiglia e l’altra, in funzione dei segmenti applicativi prevalenti. Caso esemplare è quello del polistirene espanso sinterizzato (EPS), che l’anno scorso ha visto crescere i consumi di oltre il 45% rispetto al 2020, grazie alla forte richiesta proveniente dal settore edilizio, dove hanno pesato i bonus fiscali (superbonus 110%, bonus facciate). Una boccata di ossigeno che ha interrotto la costante erosione dei consumi registrata negli ultimi anni. Può essere in gran parte imputato al settore delle costruzioni anche il positivo andamento della domanda di PVC, cresciuta l’anno scorso del 10%, mentre al +17% messo a segno dall’ABS hanno contributo tutte le principali applicazioni: mobile e arredo, elettrodomestici, elettrotecnica ed elettronica.

Pur con tassi meno impressionanti – ma con volumi più consistenti – sono aumentati i consumi di poliolefine, polietileni a bassa e alta densità (+2%) e polipropilene (+5%), mentre sono rimasti stabili quelli di PET vergine dopo la battuta d’arresto (-3% circa) registrata nel 2020. Per quanto concerne la suddivisione dei consumi di termoplastiche vergini per settore finale, l’imballaggio scende – anche se di poco – sotto il 50%, pur crescendo in termini assoluti, mentre il comparto dell’edilizia e costruzioni va oltre il 12%; seguono a distanza, con percentuali sotto il 3%, agricoltura, elettrodomestici, mobile e arredo, oltre al grande comparto dei trasporti, penalizzato dalla contrazione della produzione di autoveicoli a livello nazionale ed europeo.

Macchine ai livelli pre pandemia

Mancano ancora i dati definitivi, ma in base ai pre-consuntivi diffusi da Amaplast, il 2021 si è chiuso in positivo anche per i costruttori di macchine, attrezzature e stampi per la trasformazione di materie plastiche e gomma. Le stime indicano infatti un ritorno del settore sui livelli pre Covid, con la produzione in crescita di oltre l’11% sul 2020, per un valore intorno a 4,3 miliardi di euro. A favorire la ripresa dell’attività dei costruttori italiani ha contribuito soprattutto il mercato interno, dove l’aumento delle vendite di macchine e attrezzature è stimato superiore al 15%, per un valore di 1,35 miliardi di euro, anche grazie agli incentivi per l’ammodernamento delle linee produttive. Positivo il contributo delle esportazioni, che dovrebbero avvicinarsi a 3 miliardi di euro.

Ancora meglio sembra aver fatto il comparto delle macchine per imballaggio, o almeno è quanto emerge dai dati forniti dall’associazione di settore, Ucima. Il fatturato dei costruttori italiani è tornato sopra quota 8 miliardi, a 8.435 milioni di euro, in crescita del +8% rispetto al 2020, valore superiore anche al giro d’affari registrato nel 2019, anno precedente l’inizio della pandemia. Come nel caso delle macchine per plastica e gomma, i migliori risultati sono stati colti sul mercato interno, dove le vendite sono aumentate del +18% a 2.035 milioni di euro, mentre le esportazioni hanno contribuito per 6.400 milioni di euro, in progressione del +5% rispetto all’anno precedente.

L’imballaggio recupera i volumi persi

Primo settore di destinazione delle commodities plastiche, il packaging, ha mantenuto una forte resilienza durante la pandemia: non sorprende, quindi, che l’anno scorso abbia registrato un incremento modesto della produzione, +1,5%, dato che nel 2020 aveva perso “solo” l’1,6%. Secondo i preconsuntivi dell’Istituto Italiano Imballaggio – che riguardano tutti i materiali – la produzione nazionale del comparto ha raggiunto l’anno scorso le 16.642.000 tonnellate, per un fatturato di 33 miliardi di euro, in calo del -2,1% rispetto all’anno precedente. In termini di volumi, le esportazioni di imballaggi hanno mostrato una crescita più sostenuta, intorno al +5%, mentre il mercato interno ha mostrato un andamento meno marcato, con una crescita limitata al +1,6%; significativo il trend delle importazioni, cresciute nel 2021 del +20% rispetto al 2020, per un volume di poco superiore a 2,5 milioni di tonnellate.

Uno scenario complesso

Sull’andamento dell’anno in corso c’è un prima e un dopo il 24 febbraio, giorno dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Il prima era comunque caratterizzato da costi energetici elevati, difficoltà nel reperimento delle materie prime, con conseguenti tensioni sui prezzi, problemi di tenuta della catena logistica, con shortage puntuali di alcuni componenti, come i microchip. Dopo la fatidica data, con le sanzioni alla Russia, lo scenario si è ulteriormente complicato.

«Al di là della situazione geopolitica contingente vi sono numerosi fattori di freno a un’ulteriore crescita dei consumi di termoplastiche vergini in Italia, almeno nel breve termine, tra cui l’esplosione dei costi energetici che, oltre all’impatto diretto sull’industria nazionale, potranno compromettere la tenuta dei consumi finali» commenta Paolo Arcelli. Tra i fattori che contribuiranno a frenare i consumi di termoplastiche nel breve periodo, Plastic Consult indica anche il rallentamento del comparto edilizia e costruzioni, non in grado di replicare il trend registrato l’anno scorso, oltre alle incognite sugli effetti della plastic tax, la cui entrata in vigore – rimandata a inizio 2023 – impatterà sulla maggior parte dei settori applicativi dell’imballaggio.

I trasformatori lanciano l’allarme

Il rincaro della bolletta energetica, aggravato delle tensioni ucraine, rende più difficile la situazione per le industrie energivore, tra cui la trasformazione di materie plastiche, tanto che l’associazione di categoria, Unionplast, non nasconde le preoccupazioni sulla tenuta della filiera.

«L’aumento incontrollato dei costi energetici e la crescente difficoltà di reperimento delle materie prime è un mix micidiale per il nostro settore e crea il rischio concreto di non essere in grado di far fronte alle richieste dei nostri clienti, aziende che operano in comparti industriali di forte impatto sul consumatore finale» afferma Marco Bergaglio, presidente di Unionplast. «Questa situazione ha inevitabili conseguenze anche sui prezzi dei nostri prodotti, per non subire pesanti perdite che metterebbero a rischio le imprese del comparto. Allo shock energetico si uniscono i problemi legati alla carenza delle materie prime, già iniziata lo scorso anno e che ora è intensificata dalla guerra in Ucraina, con impatti purtroppo rilevanti sia sui costi delle stesse sia sulla loro disponibilità, anche a causa dei crescenti problemi in tutta la filiera logistica mondiale» aggiunge Marco Bergaglio.

Preoccupazioni condivise anche a nord delle Alpi, dove l’associazione dei produttori tedeschi di imballaggi in materiale plastico, IK Industrievereinigung Kunststoffverpackungen, sottolinea un altro aspetto, legato alla liquidità delle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni con accesso limitato al mercato finanziario. «Mentre i fornitori di materie prime insistono sul pagamento entro una settimana, i clienti delle nostre aziende spesso impiegano diversi mesi per saldare i conti e, nell’attuale scenario, questo divario sta colpendo molte nostre imprese di medie dimensioni» spiega Martin Engelmann, direttore dell’associazione. Secondo il manager, le conseguenze del conflitto in Ucraina stanno esacerbando una situazione che, per i produttori di imballaggi in plastica, era già critica a causa della carenza di materie prime e del drastico aumento dei prezzi dell’energia, tanto che numerose aziende di medie dimensioni del settore vedono minacciata la loro stessa sopravvivenza.

Un sondaggio condotto tra i membri di IK, rivela che otto aziende su dieci ritengono insoddisfacente il livello di redditività delle loro attività. «Se la produzione non è più redditizia, le macchine vengono spente e importanti catene di approvvigionamento rischiano di interrompersi» afferma Engelmann, citando come esempio di filiere sensibili i prodotti alimentari e i medicinali. «Durante la pandemia di Covid, i politici hanno riconosciuto che l’imballaggio è “importante a livello sistemico”. Questa definizione vale anche nell’attuale crisi».

Packaging italiano in fermento

Anche nel nostro paese i produttori di imballaggio sono in allerta. Giflex, Gruppo Imballaggio Flessibile di Assografici, teme infatti – come i colleghi tedeschi – che si possano verificare interruzioni nella fornitura di packaging, con ricadute sulle filiere a valle e, in particolare, sul settore alimentare. «Se non sarà possibile trovare una soluzione che permetta quantomeno di stabilizzare la situazione, il rischio è che molte aziende del settore non siano in grado di far fronte agli impegni presi, determinando una mancanza di imballi che renderà difficoltoso il confezionamento di molti prodotti alimentari» nota l’associazione. La situazione è particolarmente critica per l’approvvigionamento di carta – specie dopo il fermo di sei cartiere europee – ma riguarda anche gli imballaggi in materia plastica e poliaccoppiati, per la difficoltà a reperire alcune materie prime come la foglia d’alluminio o l’EVOH, importati da paesi extra UE. Dato il contesto, Giflex invoca cause di Forza maggiore: «Da alcune settimane i principali fornitori stanno rivedendo periodicamente i contratti di vendita già stipulati, spostando la definizione del prezzo di acquisto al momento della consegna». E, senza il sopraggiungere di risvolti favorevoli, la situazione potrebbe anche peggiorare