Materie plastiche in flessione, ma la ripresa è vicina

È forse ancora troppo presto per contabilizzare i danni provocati dalla pandemia di Covid-19 sul sistema economico e gli inevitabili effetti di medio e lungo termine sul tessuto industriale, italiano e non solo. A bocce ancora in movimento – il coronavirus non può dirsi sconfitto nonostante l’avvio del programma vaccinale – si possono solo stimare le perdite causate nel corso del 2020 e, anche in questo caso, con un buon margine di approssimazione. Nel momento in cui scriviamo, il 2020 si appresta a entrare nel novero degli anni peggiori per l’economia, quanto meno dal secondo dopoguerra in avanti. Le stime della Commissione europea indicano per l’anno appena trascorso una contrazione del PIL a livello mondiale del -4,3% (contro il +2,9% del 2019), che scende al -7,8% nell’Eurozona, a fronte di un rimbalzo del +4,2% previsto per quest’anno. L’Italia – che già negli anni scorsi rincorreva le principali economie europee in termini di produzione industriale – dovrebbe vedere una contrazione del PIL più marcata, intorno al -9%, che solo in parte sarà recuperato durante il 2021 (+4,5%).

Chimica in prima linea contro la pandemia

Non tutti di settori dell’industria – come non tutte le economie del globo – hanno pagato allo stesso modo lo scotto della crisi sanitaria. Se l’auto – che già era in sofferenza prima del Covid-19 – ha visto un marcato crollo delle vendite dovuto alla contrazione dei consumi e alla chiusura delle concessionarie, l’industria medicale e l’imballaggio hanno invece contenuto i danni e, in alcuni segmenti, registrato addirittura una crescita.

Più in generale, l’industria chimica italiana ha mostrato una resilienza superiore a quella del manifatturiero nel suo complesso, oltre ad aver contribuito in modo sostanziale a contrastare la pandemia fornendo prodotti fondamentali come i gas medicinali, in particolare l’ossigeno, i disinfettanti e le molteplici materie prime necessarie per fabbricare maschere, guanti, camici e visiere. Ciò nonostante, Federchimica stima per il 2020 una caduta della produzione intorno al -9,4%, che solo in parte sarà recuperata nel corso di quest’anno (+4%). La domanda interna di prodotti chimici dovrebbe invece registrare un -9,7% nel 2020 e un +5% nel 2021. Ma c’è anche un altro effetto segnalato da Federchimica: il protrarsi della crisi sanitaria rischia di acuire i problemi di liquidità dei clienti più fragili, soprattutto nei settori più duramente colpiti, con possibili ricadute per le imprese chimiche sotto forma di ritardati pagamenti e possibili insolvenze. Il settore si conferma, in ogni caso, tra i più solidi dal punto di vista economico-finanziario come testimonia la più bassa incidenza delle sofferenze sui prestiti bancari nel panorama industriale italiano: 1,3% a fronte di una media del 7,9% per il manifatturiero nel suo complesso. Secondo il presidente di Federchimica Paolo Lamberti, l’industria chimica deve essere considerata al pari di «Un’infrastruttura tecnologica al servizio del paese per trasferire a tutto il sistema economico conoscenze e innovazione di prodotto, oltre che una cultura di responsabilità sociale e ambientale. Oggi si parla tanto di banda larga per permettere al paese di crescere nella società della conoscenza» chiarisce. «Noi siamo come la banda larga: uno strumento decisivo per far crescere il paese in un futuro basato sulla scienza».

Plastiche in contrazione

Per quanto concerne l’industria delle materie plastiche, PlasticsEurope – associazione dei produttori europei – segnala un forte calo della produzione nei primi sei mesi del 2020, in concomitanza con la prima ondata della pandemia, seguito da una parziale ripresa a partire dall’estate; recupero che avrebbe potuto proseguire anche nell’ultima parte dell’anno e per tutto il 2021 se la recrudescenza della virulenza in tutto il vecchio continente, nel tardo autunno, non avesse portato un nuovo rallentamento dell’attività economica.

La stima più aggiornata di PlasticsEurope ipotizza per l’anno appena trascorso una flessione della produzione europea di materie plastiche intorno al -8,5% rispetto al 2019, con un ritorno su livelli pre Covid-19 non prima del 2022. In termini assoluti, la produzione di materie plastiche in Europa si è attestata nel 2019 a 57,9 milioni di tonnellate, lungo una parabola discendente iniziata nel 2018, con 61,8 milioni di tonnellate contro i 64,4 milioni dell’anno precedente. Nonostante il calo della domanda, l’industria europea della plastica ha comunque chiuso il 2019 con un saldo commerciale in attivo per oltre 13 miliardi di euro.

Italia seconda in Europa

Alla fine dell’anno scorso, PlasticsEurope ha pubblicato il report “Plastics – The Facts 2020” con i dati del settore riferiti al 2019. La produzione di plastiche ha toccato in quell’anno 57,9 milioni di tonnellate (contro 61,8 milioni nel 2018), mentre la domanda da parte dei trasformatori è stata pari a 50,7 milioni di tonnellate a fronte dei 51,2 milioni dell’anno precedente. In questo scenario, l’Italia si conferma al secondo posto in Europa con il 13,8% (13,9% nel 2018) dei volumi trasformati, alle spalle della Germania (24,2% rispetto al 24,5% del 2018) e prima della Francia (9,5%). Gli altri tre paesi che nel 2019 hanno trasformato in semilavorati e prodotti finiti più di 3 milioni di tonnellate di plastica sono Spagna, Regno Unito e Polonia, tutti con una quota compresa tra il 7% e l’8%.

La materia plastica è stata convertita soprattutto in imballaggi, pari al 36% dei volumi lavorati in Europa, e in materiali per edilizia e costruzioni (20,4%); l’automobile ha assorbito il 9,6% dei 50 milioni di tonnellate trasformate, mentre il resto si suddivide tra elettrico ed elettronico (6,2%), casalinghi, sport e tempo libero (4,1%), agricoltura (3,4%) e altre applicazioni (16,7%). Per quanto concerne l’incidenza dei diversi polimeri, il polietilene valeva il 30% dei consumi totali, seguito dal polipropilene con il 19,4% e dal PVC al 10%. PET e poliuretani rappresentavano invece il 7,9% ognuno, mentre polistirene ed EPS insieme contavano il 6,2%.

Alle incertezze si somma la plastic tax

E in Italia? Paolo Arcelli di Plastic Consult – società di consulenza milanese che monitora il trend di plastiche, bioplastiche e riciclo – stima per il 2020 una contrazione dei volumi di plastiche trasformate in Italia tra il 5% e il 10% per quanto concerne le termoplastiche vergini, del 10% per le plastiche riciclate e solo un lieve calo nelle bioplastiche compostabili, che rappresentano però un segmento di nicchia, per altro in costante crescita negli ultimi anni. Diverse le ragioni che hanno condizionato questo andamento: dai consumi finali in forte calo per carenza di liquidità e una crescente propensione al risparmio delle famiglie, fino al declino della produzione industriale nei mesi del lockdown primaverile, con una ripresa nel periodo estivo seguita da una nuova contrazione in autunno, in sincronia con la cosiddetta seconda ondata. Se alcuni settori hanno registrato una crescita, come alimentare (confezionato), igienico-sanitario, medicale-farmaceutico, tessuti e fibre TNT, altri hanno pagato il prezzo dell’emergenza sanitaria, come nel caso di Vending e Ho.Re.Ca, con minori vendite di bottiglie, tappi, etichette, monouso, senza dimenticare auto e trasporti. È andata leggermente meglio per i consumi di polimeri nelle costruzioni anche grazie all’effetto dell’ecobonus, entrato in vigore a luglio con effetti positivi nella parte finale dell’anno.

«Possiamo solo parlare di trend generali» afferma Arcelli. «L’andamento “a elastico” in numerose supply chain, tanto a livello nazionale che internazionale, rende complessa la stima sull’effettiva ampiezza del calo». L’incertezza legata alla pandemia, nel 2021 dovrà fare i conti anche con l’introduzione della plastic tax italiana, a partire dal 1° luglio 2021, e dell’imposta UE sugli imballaggi non riciclati a carico dei paesi membri (quindi non direttamente sulle imprese), entrata in vigore il 1° gennaio scorso. Quest’ultima potrebbe innescare anche distorsioni nel mercato unico, poiché alcuni stati membri hanno dichiarato che reperiranno le risorse facendo ricorso alla fiscalità generale. Va però detto che queste due imposte potrebbero avere un effetto positivo sull’impiego di plastiche riciclate.

Bioplastiche in costante crescita

Le bioplastiche, nella più ampia accezione del termine, rappresentano ancora una piccola quota del consumo di polimeri, ma il tasso di crescita è superiore a quello delle plastiche convenzionali. Secondo l’associazione europea di settore, European Bioplastics, la capacità produttiva è stimata in 2,1 milioni di tonnellate, un volume che dovrebbe toccare 2,8 milioni di tonnellate nel 2025 grazie al forte traino di polimeri quali polipropilene biobased (bioPP), PHA e PLA. Il 60% dell’attuale produzione riguarda le plastiche biodegradabili, ottenute da materie prime rinnovabili o fossili, mentre la quota restante, pari a 800.000 tonnellate annue, comprende le plastiche non biodegradabili ottenute da risorse rinnovabili, come poliolefine (bioPE e bioPP), poliesteri (bioPET, PEF) e poliammidi (bioPA).

L’Asia resta il principale produttore di biopolimeri a livello mondiale con il 46% della capacità complessiva, mentre l’Europa conta solo per il 25%, incidenza destinata però ad aumentare fino al 28% nei prossimi cinque anni, anche grazie a nuovi investimenti già annunciati.
Come per le plastiche convenzionali, l’imballaggio si conferma il primo mercato finale per le bioplastiche, con poco meno di un milione di tonnellate (47% del totale), seguito da tessile (22%), automotive (12%) e costruzioni (9%).

I costruttori ora guardano al 2021

Nel settore delle macchine e impianti di trasformazione, l’andamento ha ricalcato – su quote diverse – quello del manifatturiero, mostrando trend differenziati in funzione delle tecnologie e dei mercati finali. Nel complesso, come prevedibile, il 2020 è stato per i costruttori italiani un anno difficile, anche se un’indagine condotta tra le aziende associate ad Amaplast evidenzia che l’anno scorso si è chiuso meno negativamente di quanto si potesse temere. Il confronto con il 2019 – in base ai dati comunicati da 149 soci ordinari – indica infatti un calo del fatturato cumulativo del 2,8%, un arretramento tutto sommato contenuto, alla luce della difficile situazione in cui le imprese si sono trovate a operare, soprattutto nei mesi di marzo e aprile 2020, a causa delle restrizioni alle attività e agli spostamenti introdotte per contenere la diffusione dei contagi da Covid-19. Più nel dettaglio, il 57% delle aziende ha subito una contrazione delle vendite mentre il 40% ha chiuso l’anno in crescita rispetto al 2019; il restante 3% del campione non ha registrato variazioni. Sul fronte dell’occupazione, invece, la variazione è addirittura positiva: infatti, il numero complessivo dei dipendenti è cresciuto del 3,3%. Questo grazie alle 52 aziende associate che hanno effettuato nuove assunzioni, a fronte delle 53 che hanno invece ridimensionato la propria forza-lavoro e alle 44 che non hanno avuto variazioni.

Il 2021 ha avuto nel complesso un inizio incoraggiante: infatti, delle 60 imprese aderenti ad Amaplast che hanno partecipato a un recente sondaggio, il gruppo più numeroso (30 aziende) evidenzia un miglioramento nella consistenza del portafoglio ordini per il primo semestre 2021, rispetto al secondo del 2020, con diverse sfumature di intensità. Altre 20 imprese non segnalano scostamenti significativi mentre le rimanenti 10 subiscono una contrazione degli ordini raccolti per i primi sei mesi dell’anno in corso, peraltro con l’insieme maggiore che indica una diminuzione di oltre 15 punti percentuali.

Per quanto riguarda, invece, l’industria italiana delle macchine per plastica e gomma nel suo complesso – considerando quindi anche l’insieme dei costruttori di stampi, del cui perimetro e incidenza non è semplice avere contezza – i preconsuntivi elaborati in base all’andamento del commercio estero indicano risultati più negativi.

Alla luce di un calo del 17% delle importazioni (indicatore della debolezza del mercato interno) e del 14% delle esportazioni (a cui è destinato il 70% circa del fatturato) nel periodo gennaio-settembre 2020 rispetto allo stesso periodo 2019, si era precedentemente ipotizzato un calo della produzione nazionale del 15%. I più recenti dati diffusi da Istat, riferiti ai primi undici mesi del 2020, indicano un’attenuazione dei due indicatori: infatti, le importazioni evidenziano una diminuzione del 13% e le esportazioni del 12%. Pertanto, sembra più verosimile formulare una stima di discesa della produzione nell’ordine di 10-12 punti percentuali a consuntivo d’anno.

Macchine tedesche in difficoltà

Stime meno precise sono state fornite a dicembre dall’omologa associazione tedesca che opera in seno alla federazione VDMA. Grazie a una forte ripresa degli ordini iniziata a settembre e proseguita in ottobre, il portafoglio dei costruttori nei primi dieci mesi del 2020 risultava inferiore di soli tre punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e la speranza è quella di voltare pagina nel breve periodo. Il trend è supportato dallo sviluppo del commercio estero: fino a maggio dell’anno scorso, le esportazioni tedesche di macchine per materie plastiche e gomma sono state significativamente inferiori rispetto al 2019. Da giugno in poi sono progressivamente migliorate e a settembre sono risultate per la prima volta superiori a quelle del 2019. La ripresa è stata però tardiva e non consentirà di chiudere il 2020 sullo stesso livello di vendite dell’anno scorso: VDMA stima infatti un fatturato settoriale inferiore del 10-15% rispetto al 2019, che sarà in parte recuperato con una crescita del +5% quest’anno, che diverrà più sostenuta nel 2022 (+10%). Previsioni che, se si avverassero, potrebbero riportare il settore sui livelli pre Covid-19 nell’arco del prossimo biennio.

Imballaggio meglio delle macchine utensili

Grazie alla sostanziale tenuta del packaging e agli investimenti resisi necessari per adeguare la capacità produttiva globale a un’accresciuta domanda nei settori del medicale e igienico-sanitario, i costruttori italiani di macchine per imballaggio – secondo i pre-consuntivi di Ucima – hanno potuto archiviare il 2020 con una flessione del fatturato contenuta al -5%, per complessivi 7,6 miliardi di euro; risultato definito dalla stessa associazione “una piccola battuta d’arresto nella corsa che pareva inarrestabile”.

La contrazione del fatturato settoriale riguarda sia il mercato nazionale (-6,8%), che ha toccato un valore assoluto di 1.574 milioni di euro, sia le vendite all’estero (-4,5%), pari a 6.065 milioni di euro. «Ci aspettavamo questo rallentamento, ma il nostro settore resta robusto e guarda al futuro con fiducia» commenta Matteo Gentili, presidente di Ucima. «L’emergenza Covid non ci ha colto impreparati, abbiamo anzi dimostrato la nostra forza anche nelle difficoltà. Nel 2021 contiamo di tornare a crescere, ma occorre prudenza. Siamo consapevoli che i nostri competitor sono quanto mai agguerriti e che, a causa della pandemia, l’incertezza in molti mercati regna ancora sovrana».

Il comparto delle macchine utensili, robot e automazione per l’industria non ha avuto la stessa fortuna: secondo l’associazione di riferimento, Ucimu-Sistemi per Produrre, nel corso del 2020 si è perso un quarto della produzione (-23,7% a 4.970 milioni di euro). Il 2021 – salvo imprevisti – potrebbe però essere l’anno della riscossa, con una crescita sperata del +16,6% a un valore di 5.795 milioni di euro, trainata sia da una ripresa delle esportazioni (+11,8%), sia da un sostanziale incremento delle consegne sul mercato interno (+23,2%). «Ciò che è accaduto nel 2020 ha profondamente sconvolto le aspettative dell’industria italiana di settore che ha vissuto momenti particolarmente difficili in primavera per poi, a partire da luglio, registrare qualche timido segnale di risveglio del mercato, confermato anche nei mesi autunnali» commenta Barbara Colombo, presidente di Ucimu-Sistemi per produrre. «Certo, siamo lontani dal ritorno ai livelli di attività del periodo pre emergenza, ma le previsioni per il 2021 sono positive e fanno ben sperare per il futuro prossimo».

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