Bioplastiche: un settore in crescita

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La produzione di plastica bio è tornata a crescere chiudendo il 2023 a quota 7,43 milioni di tonnellate a livello globale. E la fetta delle biodegradabili è in salita. Ma non mancano criticità e sfide

Fuori dal guado. Dopo un periodo di stallo, la produzione mondiale di bioplastiche riprende fiato tanto da chiudere lo scorso anno a 2,81 milioni di tonnellate, il che significa un aumento del 29% rispetto al 2022. Un trend che, stando alle previsioni, è destinato a proseguire fino a sfiorare i 7,43 milioni di tonnellate nel 2028.

Figura 1 (Fonte: Frost & Sullivan)

A snocciolare i numeri del settore è stata l’associazione European Bioplastics (EUBP). Cifre che includono tutti i tipi di polimeri che l’associazione europea classifica come bioplastiche: da quelli biodegradabili d’origine fossile (poliesteri PBAT, PBS) a quelli non biodegradabili derivati da biomasse (come PE e PP verde, poliammidi parzialmente biobased e bioPET), passando per i polimeri biobased e biodegradabili come PHA, PLA e amidacei.

A guidare la crescita è stata, da una parte, la crescente domanda da parte dei consumatori di prodotti sostenibili e, dall’altra, le politiche d’incentivazione della produzione e dell’utilizzo di bioplastiche da parte di alcuni governi, oltre all’aumento delle disponibilità di materie prime rinnovabili.

«La capacità di produzione di bioplastiche è in aumento e sottolinea la resilienza e l’importanza della nostra industria», ha detto Hasso von Pogrell, amministratore delegatodi European Bioplastics, in occasione della presentazione dei dati del settore. Anche se, dal punto di vista geografico, la loro produzione si sta spostando gradualmente verso l’Asia, tanto che nel 2028 quest’area dovrebbe rappresentare il 71,5% della produzione globale.

Il quadro italiano

Restringendo il campo all’Italia, troviamo un mercato che sembra aver retto bene l’impatto con la crisi del periodo post Covid-19. A confermarlo è l’ultimo rapporto di Assobioplastiche, in base al quale nel nostro Paese il settore, con le sue 271 aziende e i 3005 addetti, ha prodotto 127950 tonnellate di manufatti compostabili per un fatturato complessivo di 1168 milioni di euro, con un ritmo di crescita annua superiore al 10% negli ultimi 10 anni, quando era di 370 milioni.

In salita anche il numero di addetti. Secondo lo studio realizzato da Plastic Consult per Assobioplastiche, infatti, le persone che lavorano nel comparto sono più che raddoppiate in 10 anni, passando dalle 1280 del 2012 alle oltre 3000 del 2022 (+ 135%). In corsa anche il volume dei manufatti prodotti, che ha toccato quota 127950 t.

Figura 2 (Fonte: European Bioplastics)

Un segmento promettente, dunque, tanto da attirare l’attenzione di Intesa Sanpaolo Innovation Center, la società del gruppo bancario dedicata all’innovazione di frontiera, che, in collaborazione con Materias, l’acceleratore fondato dall’ex ministro e presidente del CNR Luigi Nicolais e da Caterina Meglio (attuale CEO di Materias) nell’hub tecnologico di San Giovanni a Teduccio (Napoli), ha dedicato al tema una ricerca approfondita.

«Crediamo che lo sviluppo delle bioplastiche sia abilitante per la sostenibilità economica a lungo termine delle aziende e per arginare gli imprevisti dei mercati, contenendo la volatilità dei prezzi delle materie prime di origine fossile e facilitandone gli approvvigionamenti in un contesto geopolitico incerto. Fattori che aiutano a stabilizzare il flusso economico e di produzione così come lo immaginiamo ora. E la nostra ricerca nell’ambito delle bioplastiche va indubbiamente in questa direzione», ha affermato Loris Lattuada, senior specialist del Circular Economy Lab di Intesa Sanpaolo Innovation Center.

PLA: re delle biodegradabili

E una delle sfide più grandi del settore si gioca sul piano della biodegrabilità. A oggi, stando alla ricerca firmata da EUBP, il segmento delle plastiche green biodegradabili rappresenta il 52% del mercato. Al primo posto si colloca il poli (acido lattico), o PLA con il 31% delle capacità, seguito da PHA e PBAT, rispettivamente con il 4,8% e 4,6%. Tra i biobased non biodegradabili, spiccano biopoliammidi (18,3%), PTT (13,5%) e polietilene “verde” (12,3%).

Materiali che vengono utilizzati principalmente nel settore degli imballaggi, che assorbe il 43% del totale delle bioplastiche. Seguono quelli di fibre (21%), altri beni di consumo (19%), automotive e trasporti (14%), agricoltura e orticoltura (8%) ed elettrico/elettronico (6%).

Il PHA promette bene

Figura 3 (Fonte: European Bioplastics)

Tra tutte bioplastiche, i riflettori sono puntati però sui PHA (poliidrossialcanoati), il cui mercato globale è destinato a registrare un tasso annuo di crescita medio del 14,3% da qui al 2030, quando il valore complessivo, stando al rapporto di Verified Market Research, raggiungerà i 232,5 milioni di dollari. Si tratta di un gruppo di polimeri biodegradabili, prodotto da batteri attraverso la fermentazione di risorse rinnovabili, principalmente zuccheri di origine vegetale, il che ne garantisce una minore impronta di carbonio.

A trainare la domanda di PHA negli ultimi anni sono stati la crescente attenzione globale per la sostenibilità e l’aumento della coscienza ambientale, tanto che oggi, grazie alla sua flessibilità e biodegradabilità, trova applicazione in diversi campi, tra cui l’agricoltura, la biomedicina e l’automotive. Ma nel prossimo futuro la richiesta di questo materiale è destinata ad aumentare, spinta dalla sempre più ampia diffusione di pratiche sostenibili da parte delle industrie di tutto il mondo e dagli incentivi normativi per ridurre i rifiuti di plastica, oltre alla possibilità di utilizzare tecniche di scomposizione termica, come la pirolisi, per convertire i PHA in vari composti.

Le abbondanti fonti di zucchero derivate da canna, barbabietola, melassa e bagassa (polpa di cellulosa derivante dallo scarto della lavorazione della canna da zucchero, ndr) forniscono una materia prima affidabile, garantendo una catena di approvvigionamento costante per la produzione dei poliidrossialcanoati. Certo, la tecnologia di produzione è ancora nella fase iniziale e questo rappresenta una scommessa importante per il mercato dei PHA, almeno fino al 2027. Ma i rapidi cambiamenti tecnologici in corso sono destinati a contribuire positivamente all’espansione di questo interessante segmento. Così come l’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo da parte dei Paesi sviluppati, che negli ultimi dieci anni ha registrato un vero boom.

Ricerca continua

Laura Ascione, Research project manager di Materias

Obiettivo dell’R&D: perfezionare le proprietà delle bioplastiche, sviluppare nuove produzioni e migliorare il processo di produzione. Materias, come osservatorio privilegiato, attraverso la sua attività di scouting nel settore dei materiali avanzati, ha identificato quelli che sono i trend di innovazione nel settore delle bioplastiche. «Alcuni esempi di ricerca virtuosa nel campo delle bioplastiche», ha affermato Laura Ascione, Research project manager di Materias, «riguardano la produzione di PLA in un singolo passaggio, mediante fermentazione microbica di scarti o sottoprodotti agroindustriali. Il vantaggio di questo processo biotecnologico sta nell’eliminazione del passaggio chimico tipico dei tradizionali processi industriali di produzione del PLA, rendendo completamente sostenibile il processo sia dal punto di vista economico che ambientale».

«Un altro filone di ricerca interessante è quello che prevede l’utilizzo delle microalghe per la produzione di PHA», ha proseguito Laura Ascione. «Grazie alla loro capacità di fissare la CO2, infatti, le microalghe sono una fonte di biomassa particolarmente attraente, senza contare il fatto che il cambiamento climatico in corso sta favorendo la loro crescita in tutto il mondo. Sotto la nostra lente d’ingrandimento ricade anche lo sviluppo di nuovi materiali PE-like che, oltre a essere biobased, risultano alla fine anche biodegradabili, grazie all’introduzione, all’interno della catena polimerica, di gruppi funzionali come siti preferenziali per la degradazione enzimatica, lasciando inalterate le caratteristiche meccaniche e termomeccaniche».

Ma ci vorrà ancora del tempo prima che questo tipo di materiale entri in produzione. Quanto? Il processo di cambiamento è ormai iniziato; le tecnologie sono già in fase di sviluppo; i tempi dipenderanno in buona parte dalla disponibilità delle aziende del settore a cambiare i loro processi produttivi.

Criticità all’orizzonte

Insomma, le prospettive di sviluppo delle bioplastiche non mancano, ma ci sono anche criticità da tenere sotto attenta osservazione. A partire dalla contrazione complessiva dei consumi finali e dalla riduzione della spesa delle famiglie, alle prese con l’inflazione e il pesante aumento dei tassi d’interesse. Due fattori che fanno presagire una contrazione della produzione industriale di manufatti compostabili.

Anche il monouso compostabile, che ha sostenuto il comparto lo scorso anno, è in forte difficoltà a seguito della diffusione di piatti, bicchieri e posate riutilizzabili in plastica convenzionale. Non solo. Il contesto esterno che favorisce la ricerca del prezzo più basso alimenta poi l’aumento dell’illegalità, tanto che la presenza sul mercato di sacchi non a norma si sta aggravando.

Il presidente di Assobioplastiche, Luca Bianconi

«Sullo scenario internazionale si affacciano con sempre maggiore forza grandi Paesi che puntano ad affermarsi anche nel nostro settore. C’è il rischio che possano crearsi meccanismi di dumping», ha commentato Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche. «Di fronte a queste prospettive, come associazione, rilanciamo la necessità di un riconoscimento del comparto con classificazione apposita (Ateco Nace) e la necessità di difendere la filiera dalla concorrenza sleale e dall’illegalità: ricordiamo, in quest’ultimo ambito, la piattaforma online realizzata da Assobioplastiche con il supporto del consorzio Biorepack, per la segnalazione di potenziali illeciti nel settore degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile e delle frazioni similari», ha concluso Bianconi.

In questo scenario, abbassare il prezzo di produzione della bioplastica è forse la principale sfida per le aziende italiane ed europee del settore. «Nella maggior parte dei casi, le bioplastiche si ottengono con processi in batch. Riuscire ad avere processi continui migliorerebbe l’efficienza produttiva e ridurrebbe il prezzo del prodotto finito», è intervenuta Laura Ascione.

«Anche perché», ha aggiunto Loris Lattuada, «oggi il costo della bioplastica è in media 6-7 volte più alto rispetto a quello del prodotto vergine di origine fossile. Fattore che condiziona molto lo sviluppo del mercato. Non a caso, al momento, le plastiche green vengono usate solo se imposte da vincoli normativi, o quando rappresentano un valore aggiunto come nel settore della cosmetica (dove vengono usati come addensanti o stabilizzanti nei prodotti più comuni, quali: creme solari, rossetti, mascara, eyeliner, smalti, shampoo, bagnoschiuma ecc.). Per essere utilizzate ad ampio spettro in più settori i prezzi di produzione devono necessariamente scendere».

Lia Panzeri 


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