Armido Marana di Ecozema: “Bioplastiche, una frontiera tutta da esplorare”

Oggi rappresentano circa l’1% dei 360 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno. Ma quella delle bioplastiche è una crescita vertiginosa e apparentemente inarrestabile. In Italia i fatturati delle aziende specializzate crescono con medie del 10% annuo, gli addetti sono raddoppiati nell’ultimo lustro, mentre il valore aggiunto del comparto è salito dell’85% rispetto ai primi anni di attività. In Europa, gli ultimi dati forniti dall’associazione European Bioplastics prevedono una crescita della capacità produttiva di oltre 700.000 tonnellate entro il 2025. Armido Marana, amministratore delegato di Ecozema e vicepresidente di Assobioplastiche, è oggi non solo uno dei principali imprenditori italiani del settore, ma vera memoria storica del fenomeno, partito nella metà degli anni Novanta in Asia per poi estendersi al resto del mondo. Fenomeno che, paradossalmente, è sulla bocca di tutti ma non sempre approfondito in modo adeguato nei diversi aspetti. «Ancora oggi attorno al nostro mondo permangono diffidenze e conoscenze approssimative che spesso hanno favorito una cultura divisiva e non inclusiva, anche tra gli addetti ai lavori» dice Marana a Plastix.

Partiamo dall’inizio. Ci aiuta a capire meglio come si è sviluppato il settore in Italia?
Quando parliamo di plastica, ci riferiamo a materiali utilizzati dall’uomo nelle più disparate attività e di conseguenza a culture e stili di vita diversi. Per l’Italia, si può fissare l’inizio di un nuovo approccio alla cultura della plastica con i primi grandi impianti per riorganizzare la raccolta dei rifiuti urbani, nati a Milano nei primi anni Novanta. In questa città, come nelle altre grandi aree urbanizzate del paese, tutti ricordiamo le immagini dei camion delle municipalizzate che quotidianamente faticavano a liberare le strade dalla spazzatura, prima che si aprisse un serio dibattito su come invertire questa tendenza. Si è iniziato quindi a parlare seriamente di raccolta differenziata proprio a Milano e l’Amsa, guidata da Walter Ganapini, impostò il modello che ha fatto scuola in Europa, intuendo che alla base di una gestione virtuosa del rifiuto fosse imprescindibile la separazione tra la frazione secca e umida, perché quest’ultima di fatto impediva qualsiasi tipo di recupero “di qualità” degli altri materiali. Si aprì una stagione di innovazione e di spinta agli investimenti delle aziende e, incidendo sui comportamenti e quindi sulla cultura, è nato un oggetto oggi familiare come il sacchetto per la frazione organica.

Questa è una delle ragioni che ha spinto verso la sostituzione dei sacchetti per la spesa in polietilene con quelli “bio”?
Lo shopper tradizionale era il prodotto maggiormente responsabile dell’inquinamento ambientale diffuso. Realizzare un’alternativa in bioplastica significava quindi non solo favorire il corretto smaltimento negli impianti, fornendo alle famiglie uno strumento convincente per conferire l’organico, ma anche evitare, in caso di dispersione nell’ambiente, la creazione di microplastiche grazie a un processo di degradazione naturale. La legge sugli shopper del 2012 ha ridotto del 50% i volumi di sacchetti immessi sul mercato italiano, che era quantificabile in un miliardo di pezzi l’anno, ma ha anche generato cultura: oggi le famiglie per fare la spesa utilizzano sempre di più le borse riutilizzabili. Le norme hanno avuto un effetto positivo anche introducendo i sacchetti ultralight per l’ortofrutta, che hanno ridotto i volumi di materia prima utilizzata del 35%. Le conseguenze economiche sono altrettanto evidenti: il 75% degli shopper tradizionali proveniva dall’Asia. In Italia hanno iniziato a nascere o si sono riconvertite aziende per la produzione di sacchetti compostabili, che creano occupazione e oggi esportano in tutto il mondo. Questo circolo virtuoso, ed è un concetto che credo vada ribadito con forza, ha generato un effetto positivo per la società, per l’ambiente e per la filiera industriale.

Come spiega allora la diffidenza verso le bioplastiche che talvolta ancora permane anche negli addetti ai lavori?
Sono convinto che in molti prevalga un approccio conservativo, o forse la scarsa propensione ad approcciare problemi nuovi e investire per risolverli. Ed è un male perché sono proprio le norme a spingere affinché si arrivi a una progressiva riduzione delle fonti fossili. La ricerca è già attiva per innovare non solo a monte, ma anche a valle della filiera delle bioplastiche, sia sulle fonti così come sul fine vita, generando processi virtuosi a tuttotondo. E dal punto di vista delle fonti ritengo che gli scarti agricoli e le coltivazioni dedicate, in aree non destinate all’alimentazione umana, saranno le fonti del futuro. È pur vero che la domanda di manufatti in bioplastica è destinata ad aumentare, diventando ancora più sostenuta quando i materiali a base poliidrossialcanoati (PHA) – ottenuti per fermentazione batterica – diventeranno più accessibili dal punto di vista economico.

C’è però chi sostiene che la corsa alla materia prima rinnovabile potrebbe togliere spazio alle colture alimentari…
La presunta sottrazione di risorse alimentari per favorire la produzione di plastiche è una bufala e come tale va smentita. Se dal consumatore non si può pretendere preparazione tecnica, sentire certe affermazioni dagli addetti ai lavori è certamente più sconfortante, per non dire grave. L’amido di mais proviene da scarti dell’industria agroalimentare, che se non venissero recuperati per produrre bioplastica avrebbero un destino sicuramente meno “nobile”. Lo stesso vale per la prima bioraffineria nata in Italia a Porto Torres alimentata da scarti agricoli e dai cardi, considerati piante infestanti, e per l’impianto di produzione del butandiolo (1,4 BDO) direttamente da zuccheri nato per riconvertire il sito industriale di Adria (Rovigo). E anche quando si utilizzano prodotti alimentari vergini come i semi di girasole, questi provengono da aree precedentemente incolte o abbandonate. Dagli scarti, quindi, nascono occupazione e innovazione, chiudendo un cerchio.

FAKE 1
Raccontare alla gente che fra qualche anno tutta la plastica sarà “bio” è un’assurdità. La bioplastica può rappresentare una valida alternativa in molti settori, ma non avrà mai senso impiegarla per realizzare il paraurti o il cruscotto di un’auto, così come altri beni durevoliArmido Marana, vicepresidente Assobioplastiche

Dall’altro lato della barricata c’è chi ritiene che le bioplastiche siano destinate a sostituire del tutto quelle tradizionali…
Assobioplastiche non imposterà mai la sua comunicazione facendo leva sulla biodegradabilità nell’ambiente: perché dovremmo disperdere un oggetto in bioplastica e non smaltirlo correttamente? Certe esasperazioni e forzature, però, stanno fortunatamente attenuandosi. La bioplastica può rappresentare una valida alternativa in molti settori, ma non avrà mai senso impiegarla per realizzare il paraurti o il cruscotto di un’auto, così come altri beni durevoli. In questi campi si dovrà sempre più lavorare per realizzare prodotti che, ciascuno per le proprie caratteristiche, siano in grado di essere inseriti in una corretta filiera di smaltimento, ma anche per formulare polimeri rigenerati capaci di garantire prestazioni tecniche adeguate. Un concetto semplice e lineare. La nostra filosofia ci porta a operare in maniera etica, rispettando collaboratori, partner e anche l’ambiente. È un approccio che dovrebbero far proprio anche le aziende ancora fortemente ancorate ai mercati tradizionali. Un esempio su tutti: chi ha costruito le sue fortune diventando fornitore o terzista per conto del mercato dell’automotive tedesco ha oggi la certezza che nel breve periodo i componenti tecnici più semplici subiranno la concorrenza sempre più serrata di altri paesi, come quelli dell’Est Europa. Dal mio punto di vista, la strategia dovrebbe portare le nostre imprese a spingere sulla ricerca, considerando il valore aggiunto del proprio know-how come un punto di forza che sarà sempre superiore al singolo pezzo di plastica stampato. E questo indipendentemente dall’essere parte della filiera delle bioplastiche.

Negli anni, quale cambiamento ha influenzato più profondamente il mercato della plastica?
Gli anni Ottanta hanno segnato uno spartiacque nel dialogo tra industria e consumatori. La richiesta inarrestabile di beni di ogni genere è stata sostituita da un approccio marketing oriented, che ha spostato il focus verso articoli a misura di cliente, quindi verso produzioni con durate sempre più brevi. Le aziende che operano nella bioplastica sono particolarmente ricettive su questo fronte, consapevoli del fatto che i tempi di cambiamento imposti dal mercato, e quindi i margini di manovra, sono notevolmente ridotti rispetto a quegli anni e sempre di più lo saranno.

Il mondo dell’industria era, e oggi è, preparato al cambiamento?
Tornando alla legge sugli shopper, la spinta alla raccolta differenziata ha generato l’esigenza di industrializzare la produzione di nuovi sacchetti, eliminando il polietilene. Sono state emanate le prime norme utili a favorire un aumento della qualità per la filiera dell’organico, mentre si iniziava ad approcciare la realizzazione di altri prodotti che potessero essere smaltiti negli impianti di compostaggio. C’era una nuova frontiera da esplorare, in quanto fino ad allora le bioplastiche erano prodotte solo in gradi per film. Bisognava occuparsi di tutto. La mia azienda, con pochi altri pionieri, iniziava a sperimentare ed effettuare le prime prove di stampaggio a iniezione di posate compostabili con la collaborazione dei tecnici di Novamont per lo sviluppo dei gradi adatti. Certo, sarebbe stato molto più semplice lavorare secondo dinamiche consolidate, ma oggi la nostra azienda avrebbe mantenuto gli stessi ritmi di crescita? Proiettare le imprese nel futuro richiede spesso decisioni visionarie, che poi si traducono nell’individuare nuove logiche di sviluppo da perseguire con fermezza. Noi, già in tempi non sospetti, abbiamo deciso di puntare sulla circolarità.

Il vostro business, infatti, da anni è incentrato su stoviglie monouso compostabili, dalle posate ai piatti e molto altro…
Fino a pochissimo tempo fa, nessuno credeva in questo mercato. Produrre piatti in bioplastica era impensabile visto il costo della materia prima. La Cina ha monopolizzato il settore grazie alla cellulosa e oggi il 97% dei piatti monouso in materiali biodegradabili utilizzati in Italia ha questa origine. Ciò non significa che il nostro mondo sia fermo. Sono state siglate partnership con aziende specializzate in termoformatura per approcciare le problematiche tecniche legate alla produzione ma anche alle prestazioni. In un primo tempo si utilizzava il PLA con un processo non troppo differente da quello per la realizzazione delle stoviglie in polistirene, ma i piatti si rivelavano poco resistenti al calore. Era quindi necessario sviluppare una tecnologia che tenesse conto del processo di cristallizzazione necessario per aumentare le prestazioni del materiale, un’operazione che comporta costi dovuti alla riconversione dei macchinari e che ha finora scoraggiato molti approcci. Oggi dalla ricerca iniziano ad arrivare nuovi biopolimeri in grado di dare risposte corrette. Ha senso, quindi, cercare l’alternativa nelle bioplastiche a patto che si punti a mercati credibili per assorbire le quantità, ma anche capaci di gestire in modo adeguato lo smaltimento nella filiera dell’umido. Parliamo pertanto del settore professionale, che serve mense industriali e scolastiche, sagre, fiere e altre manifestazioni. Ben diverso, invece, arrivare al singolo consumatore, che molto spesso è impreparato sulla gestione del fine vita e poco disposto a sostenere i costi maggiorati rispetto alle stoviglie in plastica tradizionali, ma Biorepack (nato lo scorso novembre, il consorzio – il settimo in ambito Conai – è dedicato al riciclo organico e pertanto anche degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, NdR) organizzerà una campagna informativa che permetterà a tutti di essere consapevoli e preparati.

FAKE 2
La presunta sottrazione di risorse alimentari per favorire la produzione di plastiche è una bufala e come tale va smentita. L’amido di mais viene ricavato da scarti dell’industria agroalimentare, mentre i prodotti alimentari vergini, come i semi di girasole, provengono da aree precedentemente incolte o abbandonateArmido Marana, vicepresidente Assobioplastiche

La filiera delle bioplastiche è già organizzata per far fronte alla crescita della domanda conseguente all’entrata in vigore della direttiva SUP?
L’applicazione della direttiva sulla plastica monouso (SUP) sta dando una forte scossa al mercato, che come spesso accade anticipa le decisioni della politica. Il marketing aziendale intercetta e veicola una sempre crescente richiesta di prodotti in bioplastica da parte dei consumatori, in un contesto nel quale il quadro normativo non è ancora adeguato. Nel 2019 la domanda superava di sei volte l’offerta, comportando uno shortage di materie prime che si sta ancora manifestando. Le aziende investono, ma ci sono tempi fisiologici che non si possono forzare. Non è realistico pensare che in pochi mesi tutti i monouso vengano prodotti in bioplastica, perché il processo di riconversione deve essere governato con strategie precise e sostenibili, garantendo il tempo necessario. Il legislatore sta puntando, con correttezza, alla progressiva riduzione delle plastiche tradizionali introducendo provvedimenti dedicati, come il rispetto dei Criteri Ambientali Minimi per gli acquisti delle Pubbliche Amministrazioni, che prevedono quote sempre maggiori di prodotti sostenibili, oppure per la ristorazione collettiva, obbligata a utilizzare stoviglie lavabili e, ove impossibile, compostabili. La strada, quindi, segnata, anche se si registrano ancora resistenze. È poi importante che di pari passo si chiuda il cerchio con la filiera dello smaltimento: per i prodotti venduti al pubblico il discorso è ancora aperto.

Assobioplastiche non imposterà mai la sua comunicazione facendo leva sulla biodegradabilità nell’ambiente: perché dovremmo disperdere un oggetto in bioplastica e non smaltirlo correttamente?Armido Marana, vicepresidente Assobioplastiche

L’aumento dei volumi di oggetti in bioplastica genererà problemi di saturazione agli impianti di compostaggio?
Tutti i prodotti in bioplastica possono essere compostabili, se gestiti in modo corretto. Ma vale la pena di chiedersi fino a dove spingersi. Per molti beni durevoli la ricerca offre tecnopolimeri ogni giorno più performanti, in grado di soddisfare pienamente la richiesta di determinati manufatti. Alle bioplastiche deve essere riconosciuto un ruolo importante per determinati settori, al netto di tutti i condizionamenti imposti dal marketing. Raccontare alla gente che fra qualche anno tutta la plastica sarà “bio” è un’assurdità, anche perché paradossalmente se arrivassero tonnellate di packaging alimentare negli impianti di compostaggio non ci sarebbe più equilibrio fra umido e secco, rendendo gli impianti stessi inservibili. È una questione di proporzioni, perché il fatto che un prodotto in bioplastica sia conforme alle norme non significa che debba per forza finire in un compostatore con la frazione organica. Proprio in questi mesi con Conai stiamo lavorando alla definizione di linee guida che definiscano al meglio la gestione del fine vita di tutti questi prodotti, in un’ottica di vera economia circolare.

Per concludere, cosa rappresentano le bioplastiche per l’industria italiana?
Siamo considerati un punto di riferimento nel mondo. All’atto della sua fondazione, Assobioplastiche contava sull’adesione di pochi visionari. Negli anni, abbiamo ricevuto richieste di iscrizione anche da parte di aziende straniere, che vedono nell’Italia un vero laboratorio tecnico, da studiare per il ciclo completo, tecnico e normativo. Nonostante i riscontri, a livello europeo, col tempo diventassero sempre più lusinghieri, ancora oggi c’è chi accusa il nostro settore di turbare il mercato. Credo invece che ospitare in Italia realtà industriali leader nel mondo e capaci di aprire la strada a nuovi produttori di materie prime, che a loro volta si confrontano con trasformatori, distributori e consumatori sempre più attenti, debba essere motivo di orgoglio. Così come credo che un settore o i principali attori dello stesso debbano essere messi in discussione se attuano comportamenti criticabili. Nel nostro caso, invece, vedo nascere e affermarsi aziende partite da un pensiero visionario, quasi utopico. L’importante è tenere sempre presente che i progetti belli non bastano, devono essere anche economicamente sostenibili.

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