Quello legato ad aerei, satelliti e allo spazio in generale è uno dei settori che sta registrando interessanti tassi di crescita. Tanto che, secondo il World Economic Forum, il valore della space economy potrebbe lievitare a livello globale fino a 1,8 trilioni di dollari entro il 2035. Uno sviluppo che sta facendo leva sulla domanda di PEEK, PPS e PTFE
di Carolina Parma
In un panorama economico globale che attraversa una fase di profonda incertezza, dove i mercati tradizionali faticano a ritrovare lo slancio pre-crisi, il settore aerospaziale emerge come un’eccezione. Non si tratta solo di una crescita, ma di una vera e propria accelerazione strutturale che sta ridisegnando le geografie industriali. In questo contesto, l’Italia non si limita a un ruolo di comprimaria, ma riveste una posizione di primo piano a livello europeo.
Gli ultimi dati ufficiali confermano questa traiettoria: nel 2023, il Made in Italy nel settore spaziale ha generato esportazioni per un valore di 7,5 miliardi di euro, segnando un balzo in avanti del 14% rispetto all’anno precedente. Questa vitalità non è un fenomeno isolato, visto che i primi otto mesi del 2024 hanno visto le esportazioni italiane toccare quota 4,3 miliardi di euro, confermando una solidità che sfida le turbolenze geopolitiche.
La forza del modello italiano risiede in una caratteristica rara: l’Italia è infatti uno dei pochi paesi al mondo a vantare una filiera completa e integrata, capace di coprire l’intero “ciclo di vita” spaziale. Si parte dalle infrastrutture per l’accesso allo spazio e si arriva alla manifattura avanzata, passando per i servizi a valle per i consumatori e la fondamentale rete dei poli universitari e di ricerca.
Il tessuto industriale del comparto conta circa 200 aziende, con un fatturato annuo che supera i 2 miliardi di euro. È un ecosistema unico, composto principalmente da piccole e medie imprese altamente specializzate, che lavorano in simbiosi con i grandi player globali. Questi numeri posizionano il Belpaese al sesto posto assoluto nel mondo per rapporto tra investimenti nello spazio e PIL, e al terzo posto in Europa, con un tasso di crescita annuo che si è attestato intorno al 9,5% negli ultimi anni, un valore che doppia la media di molti altri settori industriali (fonte: Teleborsa).
A distinguersi per dimensioni e dinamismo, fungendo da vero motore per l’intero sistema nazionale, è il Distretto Tecnologico Aerospaziale della Puglia (DTA). Con oltre 100 imprese associate, più di 8000 addetti e un fatturato che supera la soglia di 1,5 miliardi di euro, il DTA rappresenta un caso studio di successo nella cooperazione tra pubblico e privato. La vocazione internazionale del distretto è certificata dai dati sull’export, cresciuto del 15,6% nel 2023 e ulteriormente consolidatosi nel primo trimestre del 2024. Questo sviluppo è stato reso possibile grazie a politiche istituzionali regionali lungimiranti e alle iniziative del DTA stesso, che ha saputo costruire nel tempo infrastrutture critiche: dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS) per la formazione di manodopera specializzata ai Digital Innovation Hub, fino al prestigioso Test Bed di Grottaglie (GATB), un polo di eccellenza per la ricerca e la sperimentazione di soluzioni aeronautiche e spaziali.
Guardando al futuro, il trend di crescita del comparto non sembra destinato a esaurirsi, ma piuttosto a evolversi verso la cosiddetta “New Space Economy”. Attualmente, questo settore rappresenta circa lo 0,35% del PIL mondiale, ma le proiezioni sono di un ulteriore sviluppo: secondo il World Economic Forum, il valore dell’economia spaziale potrebbe lievitare fino a 1,8 trilioni di dollari entro il 2035. Questa espansione non riguarda solo il lancio di razzi o l’esplorazione planetaria, ma impatta direttamente su una miriade di settori terrestri, dalla logistica all’agricoltura di precisione, dalle telecomunicazioni alla sicurezza ambientale.
I polimeri per l’aerospace

Questa corsa verso le stelle sta agendo da catalizzatore per l’innovazione scientifica in campi correlati, primo fra tutti quello della scienza dei materiali. La necessità di ridurre i pesi, migliorare la resistenza e garantire l’affidabilità in condizioni ambientali estreme ha acceso i riflettori sui super polimeri.
«Costruzione di satelliti, infrastrutture spaziali, servizi satellitari, telecomunicazioni spaziali stanno spingendo molto anche il mercato dei cosiddetti super polimeri: materiali sintetici avanzati ad alte prestazioni con eccezionali proprietà meccaniche, termiche, chimiche e/o elettriche rispetto ai polimeri tradizionali», spiega Paolo Arcelli, direttore di Plastic Consult, società privata e indipendente che dal 1979 è il punto di riferimento per la consulenza strategica nell’industria delle materie plastiche.
L’analisi di Arcelli mette in luce un cambiamento di paradigma: non si tratta più di semplici “plastiche”, ma di compound ingegneristici che sfidano i metalli sul loro stesso terreno. «Leggere e altamente resistenti, queste tipologie di plastiche stanno sostituendo sempre più i componenti in alluminio e acciaio nella industria aerospaziale. Tanto da essere utilizzate in più ambiti, dagli interni delle cabine e dai componenti strutturali fino a quadri elettrici, finestrini, parabrezza e tettucci. Non a caso la domanda di materie plastiche aerospaziali è destinata a crescere nei prossimi anni», prosegue l’esperto.
A corroborare questa visione intervengono le ricerche di mercato internazionali: secondo Mordor Intelligence, il mercato globale delle materie plastiche aerospaziali è destinato a raggiungere i 26,61 miliardi di dollari entro il 2030, con un tasso di crescita annua composto (CAGR) dell’8,55%.
I materiali più richiesti dal mercato

Entrando nel dettaglio tecnico, la gerarchia dei materiali sta vedendo l’ascesa di alcuni protagonisti indiscussi. In cima alla lista troviamo il PEEK (polietereterchetone), una resina termoplastica che rappresenta l’apice della resistenza polimerica. «Materiale apprezzato soprattutto per la sua eccezionale resistenza termica (oltre 260°C), chimica e meccanica, per questo è sempre più usato in sostituzione dei metalli, offrendo vantaggi in termini di riduzione del peso», precisa Paolo Arcelli.
La riduzione del peso è il “Sacro Graal” dell’industria aerospaziale: ogni chilogrammo sottratto alla struttura di un velivolo o di un satellite si traduce in un risparmio enorme di carburante e in un aumento della capacità di carico utile. Le stime attuali indicano che il mercato del PEEK registrerà una crescita annua tra il 7 e il 9% nei prossimi cinque anni, spinto proprio dall’adozione massiccia in ambito aeronautico.
Un altro pilastro del settore è il PPS (polifenilensolfuro). Questo polimero è celebre per la sua incredibile stabilità termica – può resistere a temperature che sfiorano i 300°C – e per le sue proprietà intrinseche di autoestinguenza. Tali caratteristiche lo rendono il materiale ideale per la realizzazione di complessi componenti elettrici e vani motore, dove il rischio di incendio deve essere ridotto allo zero assoluto.
Infine, non si può trascurare il ruolo del PTFE (politetrafluoroetilene), universalmente noto per le sue proprietà antiaderenti, ma cruciale nell’aerospazio per la sua inerzia chimica e il bassissimo coefficiente di attrito. «Il PTFE è ideale per guarnizioni e rivestimenti industriali», sottolinea l’esperto di Plastic Consult, «poiché garantisce che i meccanismi mobili funzionino senza inceppamenti anche nel vuoto dello spazio o in presenza di sostanze chimiche altamente corrosive».
Ricerca continua
Nonostante il livello tecnologico già raggiunto sia alto, la frontiera della ricerca continua a spostarsi in avanti. Gli operatori internazionali del settore non si limitano a ottimizzare i materiali esistenti, ma stanno sviluppando tecniche di produzione radicalmente nuove, come la manifattura additiva (stampa 3D) ad alte prestazioni, che permette di creare geometrie complesse impossibili da ottenere con le lavorazioni meccaniche tradizionali.
Al centro della ricerca odierna c’è anche la sostenibilità: le aziende stanno investendo massicciamente in soluzioni che permettano di conformarsi alle sempre più stringenti normative aeronautiche mondiali, cercando al contempo di migliorare l’efficienza complessiva degli aeromobili.
Tuttavia, il percorso verso l’innovazione è disseminato di ostacoli normativi. La produzione di materie plastiche di qualità aerospaziale richiede il superamento di test rigorosissimi. Bisogna rispondere a specifiche come la UL94 per l’infiammabilità, la FAR 25.853 per la sicurezza degli interni degli aeromobili, oltre agli standard ASTM, DFAR e i vari protocolli MIL-PRF stabiliti dai dipartimenti della difesa. Questi standard rigorosi agiscono come una barriera all’ingresso, elevando drasticamente i costi di ricerca e sviluppo. Di conseguenza, il cuore della “innovazione polimerica aerospaziale” rimane un campo dove operano prevalentemente le grandi multinazionali del settore, in grado di sostenere cicli di certificazione che possono durare anni.
I protagonisti del mercato in Italia

Nonostante le barriere all’ingresso, il mercato italiano vanta presenze di assoluta eccellenza. Tra i leader mondiali troviamo Victrex, multinazionale inglese che ha fatto del PEEK il suo core business. Riconosciuta come l’esperta numero uno al mondo in questo ambito, Victrex possiede una conoscenza granulare dei polimeri e delle loro trasformazioni in componenti finiti. Recentemente, l’azienda ha consolidato la sua posizione nel nostro Paese ampliando la collaborazione strategica con l’italiana Guztec Polymers, parte del Gruppo Hromatka, proprio per potenziare la distribuzione di questo polimero tecnologico sul territorio nazionale.
Un altro attore di fondamentale importanza è Ensinger Italia, che domina il segmento con la sua gamma Tecapeek, offrendo non solo il materiale ma anche lavorazioni specializzate ad altissima precisione in collaborazione con eccellenze meccaniche locali.
Sul fronte del PTFE, invece, l’Italia esprime un campione come ITAflon: società attiva su scala globale nella produzione e nella vendita di PTFE vergine, caricato e micropolveri, oltre a una vasta gamma di tecnopolimeri fluorurati.
Infine, per quanto riguarda il mercato del PPS e la complessa attività di “compounding” (ovvero la mescolazione del polimero con rinforzi, cariche e additivi per modularne le proprietà), spiccano realtà come Caldara Plast e Lati. Queste aziende rappresentano il cuore pulsante dell’industria chimica italiana applicata alla tecnologia, capaci di personalizzare le soluzioni in base alle esigenze specifiche dei costruttori di satelliti e velivoli.
In conclusione, la spinta dell’aerospace non è solo una questione di cifre macroeconomiche, ma è il motore di una metamorfosi industriale che vede l’Italia protagonista grazie a una sintesi perfetta tra ricerca scientifica, capacità manifatturiera e visione strategica.
(Articolo tratto dalla rivista Plastix di aprile 2026)




