Inquinamento da polimeri, facciamo un po’ di chiarezza

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In questi ultimi anni sono state pubblicate analisi di ogni tipo sull’inquinamento da micro e nano plastiche. Con dati allarmanti ma spesso contrastanti tra di loro. Così come sulla loro presenza dannosa nel corpo umano. Ma ora alcuni studi internazionali rivelano falsi miti e altre verità

di Nadia Anzani

Diciamolo subito: il problema dell’inquinamento da macroplastiche e nanoplastiche esiste, questo è un dato di fatto, ma sorgono sempre più dubbi sulla sua vera entità visto che i risultati delle numerose ricerche fatte a livello internazionale sul tema, se confrontate fra di loro, spesso danno risultati contrastanti.

«A proposito di microplastiche, per esempio, uno studio sostiene che il 94% proviene da macroplastiche disperse come rifiuti in mare, un altro che il 70/80% proviene da macroplastiche», racconta Vilmo Malavasi, senior consultant di TMP, associazione che raduna i tecnici delle materie plastiche. «E ancora: per alcune ricerche ogni anno si scarica in mare un quantitativo di microplastiche, o di rifiuti che diventeranno microplastiche, compreso tra i 4,8 e i 12,7 milioni di tonnellate e altre che stimano un rilascio di circa 8 milioni di tonnellate l’anno…».   

Dunque cosa possiamo desumere?

Che non esiste ancora uno standard di ricerca riconosciuto a livello internazionale capace di imporre a tutti i ricercatori di misurare allo stesso modo lo stesso tipo di problema. La disomogeneità dell’approccio provoca opinioni e dati non scientificamente provati.

Come mai mancano metodiche standardizzate di ricerca?

Perché non esiste ancora un sistema di raccolta di macro e nano plastiche presenti nelle acque e, siccome nessuno sa come fare a raccoglierle, nessuno è in grado di mettere a punto un metodo standardizzato di raccolta dati. Basti pensare alle famose 5 (per alcuni 7) isole di plastica galleggianti negli oceani, che sarebbero state individuate nel corso degli anni. Il condizionale in questo caso è d’obbligo visto che il garbage patch, così come recita la definizione inglese, è un mito.

In che senso un mito?

Vilmo Malavasi, senior consultant dell’Associazione Tecnici Materie Plastiche (TMP)

Come già evidenziato da NOAA (Amministrazione nazionale per l’oceano e l’atmosfera), agenzia scientifica e normativa statunitense, separare la scienza dalla fantascienza, circa la zona di immondizia del Pacifico e altre zone di spazzatura, è importante per rispondere a domande su cosa sia e come dovremmo affrontare il problema dell’inquinamento da plastica.

Esistono infatti molte stime contrastanti per quanto riguarda le dimensioni o la massa di queste macchie di spazzatura. E, in particolare, il programma NOAA Marine Debris sfata due miti sulle zone di spazzatura:le chiazze di rifiuti non sono chiazze solide e, sebbene sia vero che queste aree hanno una concentrazione di plastica più elevata rispetto ad altre parti dell’oceano, gran parte dei detriti che si trovano in queste zone sono piccoli frammenti di plastica, o microplastiche, di dimensioni inferiori a 5 mm che rimangono sospesi nella colonna d’acqua.

I detriti sono più simili a granelli di pepe che galleggiano in una ciotola di zuppa, piuttosto che a uno strato di grasso che si accumula o si deposita sulla superficie. Ma, a questo punto, mi permetto di far notare un importante dato scientifico: oggi il 90% delle microplastiche esistenti al mondo ha un peso specifico superiore a 1 g/cm³, quindi non possono galleggiare, vanno a fondo.

Solo il polistirene e le poliolefine, che “pesano” 0,9 g/cm³ possono galleggiare. Qualcuno deve quindi spiegare da dove arrivano queste isole di plastica, anche perché, con le tecnologie che oggi abbiamo a disposizione, se esistessero veramente potrebbero essere localizzate e rimosse in modo mirato ricorrendo all’uso di apposite draghe. Poi ci sarebbe anche altro da evidenziare.

Per esempio?

Ricordo molto bene che alcuni anni fa, quando nel mondo si è iniziato a parlare di nanocompositi, uno dei problemi più difficili per i ricercatori era trovare un metodo di analisi affidabile e sicuro per rilevarli nell’atmosfera. Punto su cui si sta ancora lavorando. Stranamente, però, qualcuno ha trovato il modo di misurare non solo le macroplastiche, ma perfino le nanoplastiche presenti in acqua. C’è qualcosa che non torna. Posso capire la rilevazione delle macroplastiche, ma delle nanoplastiche assolutamente no.

Ma è indubbio che l’inquinamento da microplastica e nanoplastica sia uno dei più grandi problemi ambientali a livello planetario…

Nessuno lo mette in discussione e di questo dobbiamo solo ringraziare l’uomo e la sua scarsa cultura ambientale, che spesso lo porta ad abbandonare oggetti in plastica sul terreno o nelle acque. Perché “i polimeri non camminano” e se sono presenti nell’ambiente significa che qualcuno ce li ha messi, questo significa che, se ben gestiti post consumo, non lasciano alcuna traccia su terreni e nelle acque. E questo è un altro dato di fatto.

E come giustifica allora la presenza di nanoplastiche nel corpo umano?

«Per l’EFSA, sebbene la presenza di MNP nel corpo umano sia confermata da studi scientifici indipendenti, non ci sono prove concrete e consolidate di rischi specifici per la salute umana basati sugli studi attuali, i quali presentano spesso carenze metodologiche», ha dichiarato Vilmo Malavasi

Anche questa è un’osservazione che lascia il tempo che trova. L’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, infatti, pur avendo identificato le micro- e nanoplastiche (MNP) come una questione emergente dal 2016, sta attualmente lavorando a una nuova valutazione dei rischi.

La sua posizione ufficiale è che, sebbene la presenza di MNP nel corpo umano sia confermata da studi scientifici indipendenti, non esistono basi sufficienti per stimare l’esposizione reale tramite gli alimenti e non ci sono prove concrete e consolidate di rischi specifici per la salute umana basati sugli studi attuali, i quali presentano spesso carenze metodologiche. 

Basti dire che, in un recente studio, EFSA mette in discussione il 95% di tutti gli studi presentati su questo tema. Una delle affermazioni è che le nanoplastiche come i nanocompositi sono difficili da individuare anche nel corpo umano, per cui non si capisce con quale metodo riconosciuto sia stata rilevata la presenza nel corpo umano.

Risultato: su 120 studi analizzati dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare non uno ha dimostrato una prova scientifica vera e certa di rischio per la salute. Inoltre, sono stati riscontrati scarsa cura nella preparazione dei campioni, inquinamenti esterni e bassa affidabilità dei dati analitici. Come se non bastasse, nel 44% degli studi sono state trovate le particelle che i ricercatori (o chi ha commissionato e finanziato la ricerca) volevano trovare. Da qui l’importanza e l’urgenza di istituire un protocollo di ricerca internazionale e di fare test condivisi

Che lei sappia, si sta lavorando alla realizzazione di un protocollo di ricerca internazionale?

Qualcosa si sta muovendo. Stando a un articolo pubblicato nel 2023 sulla rivista scientifica online Nature Protocols, un  gruppo internazionale di studiosi guidati da Fazel A. Monikh, ricercatore del Dipartimento di Scienze Chimiche (DiSC) dell’Università di Padova, ha infatti redatto una serie di “linee guida” che la comunità scientifica, le organizzazioni internazionali e le istituzioni politiche potranno d’ora in avanti prendere come riferimento nel tentativo di studiare e di contrastare il  problema dell’inquinamento da materie plastiche.

Il protocollo mira a fornire approcci e procedure ai ricercatori di tutti i campi e di tutte le discipline per eseguire studi corretti su microplastica e nanoplastica, in modo da generare dati omogenei e confrontabili dalle parti interessate che possano portare anche ad azioni politiche adeguate e mirate. 

Sempre nel 2023, l’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di La Spezia (Cnr-Ismar) ha coordinato uno studio internazionaleper “contare” le materie plastiche e caratterizzarle, osservandone i cambiamenti e le tendenze nel tempo. La ricerca, pubblicata su Nature Reviews, è stata condotta nell’ambito del progetto europeo EUROqCHARM (EUROpean quality Controlled Harmonization Assuring Reproducible Monitoring and assessment of plastic pollution). Un progetto che riunisce 15 partner da tutta Europa (tra cui l’Italia), con l’obiettivo di mettere a punto metodologie armonizzate per il monitoraggio e la valutazione di macro, micro e nanoplastiche nell’ambiente. 

Piccoli passi in avanti che aiuteranno a fare chiarezza sull’inquinamento da materiale plastico sul quale oggi c’è ancora molta ignoranza…

Malavasi: «La conoscenza è una delle leve fondamentali per contrastare non solo l’inquinamento da plastica, ma anche la demonizzazione dei polimeri che da un po’ di tempo a questa parte si sta portando avanti»

Esatto. Ed è proprio questo che associazioni come TMP intendono combattere. E, su questo fronte, la formazione nelle scuole di ogni ordine e grado è fondamentale. La conoscenza è una delle leve fondamentali per contrastare non solo l’inquinamento da plastica, ma anche la demonizzazione dei polimeri che da un po’ di tempo a questa parte si sta portando avanti.

La plastica, come dicevo prima non inquina, semmai sporca. Per far capire bene questo concetto quando vado nelle scuole a fare formazione, suggerisco sempre ai ragazzi di fare un semplice test che consiste nel versare una bottiglia di aceto (prodotto biologico, da fonti rinnovabili e commestibile) su un prato e di depositare accanto la bottiglia di plastica. Tornando sul posto alcuni giorni dopo potranno notare che, dove avevano versato aceto, ci sarà erba bruciata e terreno inquinato, mentre sotto la bottiglia di plastica, che può essere presa e depositata in un punto di raccolta, il terreno resterà invariato. 

L’ignoranza in materia di plastica è legata a doppio filo al tema del riciclo e della raccolta. Cosa pensa della disponibilità e dell’efficacia delle tecnologie oggi a disposizione?

Oggi abbiamo a disposizione le tecnologie per riciclare quasi il 100% delle materie plastiche in circolazione, ma esiste un problema di bilancio economico.

Per esempio, il riciclo chimico ha enormi potenzialità, ma ha ancora costi di gestione troppo elevati per svilupparsi su larga scala. In più l’opinione pubblica fatica ad accettare gli impianti di questo tipo sul territorio. Basta vedere quello che sta succedendo nel campo dell’energia rinnovabile, o per gli inceneritori, per rendersene conto.

Anche il riciclo meccanico è poco vantaggioso, visto che oggi le materie prime vergini costano meno di quelle riciclate. Tanto è vero che in Germania stanno fermando alcuni impianti come quelli di MultiPet e Multiport di Veolia, a Bernburg. Un fenomeno che ha coinvolto anche Regno Unito, Paesi Bassi e Italia dove, lo scorso novembre, l’industria nazionale del riciclo meccanico della plastica, tramite l’associazione Assorimap, ha annunciato lo stop degli impianti a causa di perdite insostenibili, crisi energetica e concorrenza sleale extra-UE, denunciando la mancanza di misure urgenti dal governo.

Un quadro complesso che sta riducendo la capacità produttiva europea di riciclo, nonostante la sua importanza per l’economia circolare. Senza contare il fatto che lo stop degli impianti abbassa significativamente la disponibilità sul mercato di materiale riciclato in grado di soddisfare la norma UE che ne impone l’utilizzo del 25% nella produzione di nuovi oggetti.

Questo spiana la strada all’importazione massiccia dal sud est asiatico di falsi riciclati, che in realtà sono prime scelte declassate, sfruttando il fatto che il materiale di seconda generazione nel Vecchio Continente oggi ha un prezzo superiore a quello della materia prima vergine.

Insomma, le tecnologie per riciclare meglio e di più esistono, ma vanno messe nelle condizioni di essere utilizzate al meglio.

Come si potrebbe ovviare a queste problematiche?

Con una campagna mirata capace di spiegare alle persone che, così come si chiama e si paga il giardiniere quando dobbiamo riordinare il giardino di casa, dobbiamo pagare per il riciclo se l’obiettivo da raggiungere è limitare, se non eliminare, il problema dell’inquinamento da polimeri.

Non c’è alternativa. Anche perché la nostra società non può fare a meno della plastica, visto che la troviamo in tutto ciò che ci circonda: dall’abbigliamento sportivo agli accessori (vedi sneakers), passando per le attrezzature biomedicali, il packaging alimentare e non, fino all’automotive, agli elettrodomestici, alle stazioni spaziali ecc.

In attesa di un protocollo internazionale, come consiglierebbe di approcciare le ricerche in materia di inquinamento da plastica?

Prima di tutto: leggere con cognizione di causa i dati citati e cercare di contestualizzarli. E poi verificare con attenzione le fonti e preferire dati certi, raccolti con metodologie riconosciute e, se possibile, confrontabili.

Occorrerebbe poi che i vari enti internazionali certificassero in maniera univoca i metodi usati per queste analisi. E una volta istituiti metodi standard, individuare gli enti con cui collaborare per le varie ricerche. Solo così si potranno avere analisi oggettive e non di parte.

(Articolo tratto dalla rivista Plastix di marzo 2026)


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