Ecosistema stampi al Sud: sfide, opportunità e strategie

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Tra dinamiche produttive locali, potenzialità di crescita e qualche criticità, il mercato meridionale è pronto a consolidare la propria posizione a livello globale, grazie all’approccio specialistico e alla customizzazione

di Marianna Capasso

Se mai qualcuno capirà, sarà senz’altro un altro come me”, cantava Rino Gaetano nella sua “Ad esempio a me piace il Sud”. Eppure, non bisogna essere per forza calabrese o pugliese per apprezzare la bellezza del Meridione. Così come per valutare i grandi progressi fatti negli ultimi due decenni e gli obiettivi raggiunti, da un punto di vista produttivo. L’Italia si è allineata e l’ecosistema imprenditoriale delle regioni meridionali appare pienamente operativo, sebbene per certi versi sia differente da quello del Nord – fattispecie che, comunque, non ne compromette la qualità. In occasione del Mecspe Bari, la fiera specializzata per l’industria manifatturiera, riflettiamo allora sul mercato degli stampisti che operano nel Mezzogiorno.

Resto al Sud (di nome e di fatto)

Sono numerose le ragioni che concorrono a fare del centro-sud italico un’area di sicuro interesse per Vero Project che la sta presidiando anche grazie all’apertura di suoi nuovi suoi in Abruzzo e nel frusinate. «C’è fermento», ha confermato il presidente e CEO Antonio Perini, «anche perché alle risorse del piano per la transizione 5.0 si sommano le misure agevolanti previste per le Zone Economiche Speciali (ZES). Ma non solo di questo si tratta: se abbiamo deciso di aprire nel Lazio e trovare partner a Modugno e Bari è perché l’industria locale sta vivacemente cercando opportunità in settori che vanno ben al di là del tradizionale automotive».

L’Italia è bella, con le sue mille sfaccettature e differenze. A parità qualitativa di produzione, le aziende delle regioni meridionali sono diverse dalle consorelle settentrionali: è un dato di fatto. Per una serie di motivazioni, le imprese meridionali lavorano con un numero inferiore di produzioni. Non grandi lotti, ma maggiore specializzazione. Questo fa sì che, da un punto di vista quantitativo, possa registrarsi una differenza, che però non incide sulla bontà del prodotto finale. Inoltre, si innesca uno strano gioco tra domanda e offerta.

Quest’ultima è ridotta perché la prima è contenuta, così da non determinare un’eccessiva crescita dei prezzi. L’effetto finale è che, spesso, i costi riescono a essere più bassi, con un vantaggio competitivo a fronte di una lavorazione complessa e specialistica. D’altra parte, le imprese non possono garantire una produzione di massa, in considerazione della struttura fisica “limitata” e del numero degli addetti inferiore alle venti unità. Ma la qualità resta immutata, indipendentemente dalla latitudine.

C’è poi un altro mito da sfatare (che forse somiglia più a un pregiudizio): i salari al Sud sono più bassi. Non è così (nella maggior parte dei casi). Oggi, dalle indagini statistiche si registra un allineamento, a livello nazionale, con una forbice differenziale che potrebbe attestarsi sul 6%, ma non oltre. Quello che cambia, invece, è il costo della vita, indubbiamente, e una serie di condizioni tali che fanno sembrare meno “expensive” vivere in una città meridionale. La differenza, spesso, la fanno altre voci del budget familiare: la casa di proprietà magari ereditata, differentemente dall’affitto esoso in una città del Nord; il ricorso al “circolo familiare” per la gestione dei figli (leggasi: spese di baby-sitting), e molto altro ancora. È chiaro che, al netto di tutto e a parità di impiego, la percezione salariale cambia, ma le competenze sono retribuite allo stesso modo.

Tra l’altro, negli ultimi anni è stato registrato un aumento del “reshoring umano” (il rientro alla città d’origine), se così possiamo chiamarlo, probabilmente influenzato anche dalla crisi pandemica e dal ricorso allo smart working. Il combinato disposto di questi elementi ha portato a una crescita del radicamento locale, con un aumento della volontà di restare. Un concetto che si sposa alla perfezione con gli obiettivi della misura agevolativa Resto al Sud.

La produzione di stampi: i numeri chiave

Delle circa 300 imprese presenti nelle otto regioni del Mezzogiorno, il 73% produce stampi per iniezione di materie plastiche, il 24% per la trancia della lamiera e il 3% per la pressofusione

Secondo i dati di Ucisap, sono presenti nel Mezzogiorno circa 300 imprese del comparto stampi, localizzate principalmente in Abruzzo (33%), Campania (28%) e Puglia (21%), dove il numero delle compagini ammonta rispettivamente a 111, 93 e 72. Circa il 73% delle aziende collocate nelle 8 Regioni produce stampi per iniezione di materie plastiche, il 24% per la trancia della lamiera e il 3% per la pressofusione. Esistono molte eccellenze, che servono diversi segmenti industriali.

Tra i principali clienti ci sono le imprese dell’automotive (servite dallo stampaggio della Campania soprattutto), del packaging e del medicale, ma anche del comparto edile e agroalimentare (come nel caso dei clienti degli stampisti pugliesi). La tipologia di aziende è per lo più piccola e media, e sono pochissime le grandi realtà industriali; parliamo quindi di imprese con un massimo di 10 dipendenti – un numero che, eccezionalmente, può arrivare a 20. Si tratta comunque di imprese fortemente digitalizzate, in linea con i principi di Industria 4.0 e Industria 5.0, che investono in R&D e collaborano con ITS e università.

Gli incentivi per fare impresa

La predisposizione alla diversificazione del business è un tratto distintivo delle province centrali e del Mezzogiorno della Penisola anche secondo il direttore commerciale per l’Italia e la Slovenia del fornitore austriaco di normalizzati e portastampi Meusburger, Maurizio Frigerio. «Negli ultimi cinque anni», ha detto, «le nostre vendite nell’area del Centro e Sud Italia hanno seguito un trend molto positivo, sia per volumi sia per fatturato. Conta senz’altro la garanzia di evasione degli ordini in 24-48 ore anche dove la logistica è più complicata. Se a registrare numeri da primato sono tecnologie come i canali caldi, che abbiamo potuto spingere anche sull’onda di alcune recenti e importati acquisizioni, è a mio avviso perché sta emergendo una tendenza evolutiva all’innovazione dei processi nel segno dell’efficientamento».

Sostiene la creazione e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali e ha un nome che non confonde: “Resto al Sud”. Tuttavia, nel tempo, ha subìto un’evoluzione (Resto al Sud 2.0), con nuovi destinatari. Nasce per favorire le imprese del Mezzogiorno, creando posti di lavoro e finanziando numerosi progetti. Funge da moltiplicatore, con un impatto economico due volte superiore al classico investimento pubblico. E, a conti fatti, le risorse elargite dal 2018 a oggi sono state già ripagate dall’ingente gettito fiscale collegato alle stesse attività finanziate.

La misura non ha solo una valenza economica fine a sé stessa, ma contrasta la disoccupazione giovanile e la decrescita demografica nelle aree d’intervento, frenando la famosa fuga dei talenti. Si tratta, quindi, di un aiuto a favore delle Regioni del Mezzogiorno e, nel tempo, si amplia con l’appendice “Resto qui, coprendo anche il cratere sismico del Centro Italia (Lazio, Marche, Umbria) e le isole minori marine, lagunari e lacustri del Centro-Nord. Possono accedervi tutte le imprese italiane e straniere che assicurino il trasferimento della residenza nelle aree indicate, ma c’è un vincolo d’età. Fino al 15 ottobre 2025 potevano infatti farne richiesta tutti gli under 56 ma, successivamente, la misura è stata destinata solo ai giovani under 35 che si trovano in condizioni di marginalità/vulnerabilità, oppure inoccupati, inattivi, disoccupati o beneficiari del Programma GOL. Le domande vanno inviate telematicamente, sul portale di Invitalia, il soggetto gestore.

Il caso Puglia: la lungimiranza dell’investimento

In Puglia si concentra il 21% degli stampisti distribuiti nelle regioni del Sud: un numero importante, 72, che cresce anno dopo anno. Imprese storiche o più recenti, accomunate dal medesimo dinamismo e ambizione, pronte a fare leva sulle agevolazioni fiscali per sostenere la crescita. Negli anni d’oro del Piano Transizione 4.0, quando quindi le aliquote erano elevate, proprio in Puglia sono stati registrati importanti investimenti.

Tuttavia, nell’ultimo biennio, con il Piano Transizione 5.0 c’è stato un rallentamento, attribuibile a due cause. In primo luogo, l’agevolazione non è apparsa pienamente comprensibile, tant’è che ancora oggi continua ad avere zone d’ombra, nonostante tutti gli aggiustamenti. Ma c’è un altro fattore che ha rallentato il ricorso al credito d’imposta 5.0: la ZES Sud. Inizialmente si è creata un po’ di confusione sulla questione della cumulabilità dei due programmi, mentre oggi non ci sono più dubbi. Le imprese collocate all’interno della nuova Zona Economica Speciale possono richiedere l’agevolazione, qualora abbiano i requisiti. Allo stesso tempo possono beneficiare delle agevolazioni locali e delle semplificazioni amministrative offerte dalle ZES. Il famoso divieto di cumulo alla fine è stato eliminato ed è quindi possibile un potenziamento fiscale dell’investimento.

Raffaele Lazazzera, fondatore e CEO di RL Engineering, è molto attivo nel promuovere l’imprenditorialità delle regioni del Sud Italia

Ma ci sono comunque alcuni vincoli che vanno rispettati e, nelle more di comprendere a quanto effettivamente potesse ammontare il beneficio, molte imprese si sono arenate. La principale criticità che registra quindi il Piano Transizione 5.0 è la sovrapposizione (non effettiva) con la ZES Unica Sud. Ma sarebbe bastato combinare con attenzione le aliquote per riuscire a rientrare nel limite del 100% della spesa totale. Questo timore di sbagliare i calcoli e anticipare risorse, che poi non sarebbero state totalmente recuperabili, ha frenato diversi progetti di espansione o di rinnovo del parco macchine (per le tecnologie green). Un vero peccato, un’occasione sprecata.

Non è il caso di RL Engineering, società che si occupa di industrializzazione di prodotto. Fondatore e CEO è Raffaele Lazazzera, altresì presidente della Sezione Industria Chimica Plastica di Confimi Industria Bari-Bat-Foggia. L’ingegnere ha pianificato investimenti in macchinari 5.0 e digitalizzati, sfruttando anche le agevolazioni della ZES Sud. “A consuntivo, dopo i calcoli, l’investimento potrebbe essere stato un salto nel vuoto”, insinuo. “Una necessità che deriva da una visione”, mi risponde. E aggiunge: “Chi vuole fare impresa deve avere lungimiranza e cogliere pienamente il vantaggio competitivo che l’investimento offre. Provarci”.  È forse vero, quindi, che solo i temerari vanno avanti? Evidentemente sì. Perché sposare l’idea di impresa a 360 gradi è anche questo: crederci e osare.

Il passaggio generazionale e le competenze

Non è tutt’oro, però, quello che luccica, e non è sempre semplice essere un’azienda del Sud, soprattutto se pensiamo al passaggio generazionale. Non che al Nord sia diverso, ma nelle regioni meridionali appare più difficile trovare nuovi addetti, soprattutto tra le giovani leve. E ce lo conferma anche Lazazzera: “Quello dello stampaggio è un lavoro che richiede passione e, soprattutto, necessita di grande coesione tra tutti i reparti”.

La struttura produttiva delle imprese meridionali è caratterizzata da lotti limitati con un’elevata specializzazione, in risposta alla domanda più contenuta e alle dinamiche del tessuto industriale locale

Il tecnicismo necessario per poter svolgere al meglio questa professione non è qualcosa che si impara a scuola. Un tempo, forse, i ragazzi erano affascinati da questo mondo; oggi invece hanno talmente tanti input esterni e possibilità alternative (i cosiddetti nuovi lavori) che inizia a diventare preoccupante una progettualità futura. “Ci sono abbastanza prospettive di crescita, qui al Sud?”. Lazazzera risponde senza fare troppi giri di parole: “Poche. Siamo comunque destinati a dover registrare una riduzione operativa, è innegabile”. Ma intanto, anche grazie a Confimi Lab, si prova ad attrarre le nuove generazioni, con un’opera di sensibilizzazione e di conoscenza.

Il discorso cambia di poco se, poi, ci focalizziamo sul presente e sulle competenze che, nel mondo dello stampaggio industriale, non sono un optional ma un vero elemento distintivo. Nessuno arriva in azienda con una formazione specifica, e chi è in grado di vantarla è perché l’ha acquisita altrove, ovviamente. Oggi, dunque, non si può fare a meno di puntare sulla formazione tecnica, senza la quale non è possibile operare in maniera specifica nel settore dello stampaggio: un tipo di produzione ad alto contenuto tecnico che richiede precisione assoluta, soprattutto in un momento in cui il comparto vive la sua trasformazione digitale e tecnologica.

Lo stampo è uno strumento di produzione su misura, e qualsiasi errore di progettazione o lavorazione comporterebbe un costo non giustificabile, eventuali ritardi e blocchi della filiera. Le stesse competenze sono richieste nella progettazione in 3D (per la simulazione) e la produzione sempre più automatizzata richiede conoscenze digitali e interdisciplinari, che vanno oltre la semplice manodopera.

L’intero gruppo dello stampaggio (dai progettisti ai tecnici, dai collaudatori ai manutentori, per arrivare ai responsabili della qualità) deve muoversi in sincronia: senza le competenze qualificate l’intero ciclo rischia di fermarsi e rallentare la produzione. Dunque, non è tempo di improvvisazione, ma è l’era della conoscenza tecnica. Il gap generazionale – acuito dal crescente numero di tecnici in età pensionabile – va colmato con le nuove leve e con tanta pazienza. La formazione in ingresso diventa un elemento imprescindibile che indubbiamente rallenta la velocità aziendale, ma, allo stesso tempo, fa guadagnare in qualità. D’altronde, non c’è altra soluzione.

La logistica, opportunità o sfida?

Fra le regioni che il general manager della vicentina LPA EDM Service, Maurizio Lobba, considera al tempo stesso più interessanti e difficili per il suo business c’è senz’altro la Puglia e la ragione è che essa si affaccia su territori dal ricco potenziale, quali quelli dell’Europa dell’Est. «Unitamente al Nord Africa denotano un’indiscutibile vivacità e hanno le carte in regola per svilupparsi notevolmente. L’area pugliese è densamente industrializzata e quindi attraente, ma non la sola ove a Mezzogiorno contiamo di poter cogliere delle opportunità. Lo sono analogamente la Campania e il Lazio, ove siamo già all’opera per costruire una rete di partner efficiente e il più possibile estesa»

C’era una volta l’idea che il Sud fosse mal collegato, con un gap dei tempi logistici particolarmente disagevole. Oggi, non è più così.  Se proprio vogliamo parlare di scarto temporale, per le consegne la differenza non supera le 12 ore. Il segreto, come spiega Lazazzera, sta nella giusta scelta della controparte. E, più precisamente, nel sapersi affidare a un brand in grado di rispettare i tempi.

“La logistica è un anello strategico: la scelta del corriere giusto fa la differenza. In un settore ad alta precisione, come quello della produzione di stampi, la distribuzione non si traduce solo nel trasporto, ma diventa parte integrante del servizio al cliente”.

Non solo vanno rispettati i tempi di consegna, ma bisogna porre attenzione anche all’integrità del prodotto, alla tracciabilità e alla flessibilità della spedizione. Ma anche alla gestione dei resi e dei possibili danni. La stessa reputazione dell’azienda dipende quindi dalla scelta del corriere: la collaborazione con partner efficienti e digitalmente integrati consente di superare il famoso gap geografico. Vien da sé, allora, che non sono i 1000 km (in più o in meno) a fare la differenza: è tutto il resto.

Le imprese meridionali, poi, possono contare su un portfolio agevolativo anche nel settore della logistica, fattispecie questa che nel tempo ha migliorato sempre più i rapporti con i clienti. Aborriamo, quindi, l’idea che servirsi di una produzione Made in Sud significhi dover mettere in conto un ritardo della consegna: è un pensiero anacronistico, sbagliato e anche superficiale. Forse non tutti lo sanno, ma il Mezzogiorno ha un disegno ben preciso, che può contare su investimenti pubblici e su una forte consapevolezza del ruolo strategico delle infrastrutture.

Bari, Salerno, Taranto e Gioia Tauro sono ormai veri e propri hub intermodali, con banchine modernizzate, collegamenti last mile e un crescente processo di digitalizzazione per dogane e transito merci. Ne è testimone il Piano Logistica Mezzogiorno del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (che risale al 2018) e il progetto per il nuovo terminal ferroviario collegato al nuovo porto commerciale di Molfetta. Da un’idea condivisa anche con Rete Ferroviaria Italiana (RFI), dovrebbe realizzarsi un investimento compreso tra gli 80 e i 100 milioni di euro, su un’area che supera i 12 ettari, in grado di favorire l’interscambio nave/treno, raggiungendo la linea Adriatica, già adeguata al transito dei trasporti intermodali senza limiti di sagoma. Il terminal si troverebbe a soli 400 metri dalle banchine, e sarebbe composto da otto binari.

Qualcuno potrebbe dire che sono passati oltre cinque anni dall’idea iniziale e il progetto non è stato ancora realizzato, bloccato da ostacoli di natura amministrativa e decisionale, su cui è calato un certo riserbo. È vero. Ma spesso gli investimenti non sono esattamente immuni da logiche opache. E questo non è un problema solo delle regioni meridionali, come ci insegnano i fatti di cronaca.

Il Salento piace alla moda (e agli stampi)

«Seguiamo sia la costruzione di stampi sia lo stampaggio e altre lavorazioni meccaniche di precisione, in una zona forse penalizzata in termini logistici, ma attrattiva per la qualità della vita e ricca di competenze radicate», ha detto Alessandro Persichetti, manager di Persichetti Stampi con sede a Fratta Todina (Perugia). «Si pensi all’eccellente polo della meccanica sviluppato nella nostra zona o a quello dell’aeronautica a Foligno, senza poi dimenticare la folta presenza delle attrezzerie che danno vita a un indotto efficiente e preparato». In foto, da sinistra, i titolari Giacomo, Giancarlo e Alessandro Persichetti

Un fenomeno che sta prendendo sempre più piede negli ultimi tempi riguarda la produzione di beni del comparto moda nel Salento. Non parliamo di piccole realtà aziendali, ma di grandi nomi del fashion system, marchi noti e globalmente riconosciuti.

Quelli che un tempo producevano in Asia, e rientravano in Italia completando il prodotto con il famoso valore aggiunto del 25% (ai fini dell’ottenimento del marchio Made In Italy), oggi scelgono il Sud. Perché? Indubbiamente la logistica fa la sua parte, ma anche gli aspetti fiscali non sono da sottovalutare. Sempre più Bandi (statali o a valere sul PNRR) destinano obbligatoriamente una percentuale delle risorse alle “imprese con sede legale o operativa” nelle otto Regioni del Mezzogiorno.

Un esempio? Nell’area di Ugento, in Puglia, si susseguono numerosissimi capannoni industriali, dove si produce haute couture per il mercato italiano ed estero. Addirittura, si fa fatica a trovare uno spazio libero per una nuova produzione. Allora, non è poi così male questo Sud Italia, soprattutto se si ragiona in un’ottica di filiera. I grandi, infatti, si rivolgono a fornitori dell’area locale (a km zero), tra cui sempre più produttori di stampi. E allora è vero che il valore aggiunto della piccola e media impresa è la customizzazione.

Una riflessione finale: customizzare per battere la concorrenza

«Molte aziende del Mezzogiorno sono fortemente verticalizzate e rappresentano a tutti gli effetti un modello di filiera integrata con competenze che spaziano dalla progettazione/costruzione degli stampi sino alla produzione», ha detto il responsabile per le vendite in Italia di KraussMaffei, Luigi Tondi. Con Lara Industry, suo nuovo agente in Puglia, Basilicata e in prospettiva anche in Campania, KraussMaffei intende presenziare a Mecspe Bari con un esemplare full electric della serie precisionMolding (50-450 t) che, insieme a powerMolding (650-1600 t), è ritenuta fra le più adatte a indirizzare le esigenze della manifattura del Sud

C’è, infine, un concetto che esula dalla collocazione geografica. Lo hanno capito le imprese del Sud come le altre d’Italia: oggi non è più possibile adagiarsi sugli allori, in uno scenario economico globalizzato e fortemente competitivo, dove le barriere geografiche sono state abbattute dalla digitalizzazione. L’offerta deve essere personalizzata, con un progetto che offra una risposta all’esigenza dell’azienda e dell’attività.

I progetti nascono con questo intento ma poi possono anche crescere, sviluppando un’idea che arrivi direttamente dal cliente. Ben venga anche il ricorso ai terzisti, fondamentali nel processo di crescita di un’impresa, ma non dimentichiamo che uno stampo di alta qualità è il risultato, in gran parte, del lavoro svolto nelle prime due settimane dal team dell’azienda produttrice. Ovvero, quando le esigenze del cliente iniziano a delinearsi con maggiore precisione.

Dal prototipo al prodotto finale, tutelando la proprietà industriale e pensando alla linea di produzione tout court, i produttori di stampi devono ragionare in un’ottica di customizzazione (e di servitizzazione, in specifici casi). Il tutto, però, con rapidità. Perché, se le tempistiche appaiono troppo lunghe, il cliente si rivolge alla concorrenza che, nel caso degli stampi, è in primis cinese.

È passata l’era in cui il prodotto asiatico era sinonimo di scarsa qualità. Oggi, con onestà, i produttori italiani riconoscono il valore del bene Made in China e, soprattutto, temono la velocità di evasione, tipica di Pechino.

Come si batte, allora, questa concorrenza? Con un servizio post vendita: è l’unico valore aggiunto. Bisogna convivere con questa consapevolezza. E, proprio dalla presa di coscienza, nasce la reazione del mercato, con una risposta sempre più adeguata.

(Articolo tratto dalla rivista Plastix di febbraio 2026)


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