Rapporto Lancet, dalla crisi sanitaria all’opportunità strategica

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La strada per trasformare l’allarme sanitario sollevato dal rapporto Lancet in una concreta opportunità di rinascita competitiva passa anche attraverso la capacità di affidarsi a partner tecnologici realmente competenti.

di Giorgio Pigozzo, esperto in gestione dell’energia e AD di Wittmann Digital

L’orizzonte industriale contemporaneo è attraversato da una nuova tempesta, tanto inaspettata quanto dirompente: l’allarme sanitario globale lanciato dal rapporto Lancet Countdown on Health and Plastics dell’agosto 2025. Per il tessuto manifatturiero della trasformazione plastica, navigare questa corrente di cambiamento non è più solo una questione di “compliance normativa”, ma una necessità strategica per la sopravvivenza e la competitività futura. Il rapporto Lancet ha dipinto un quadro che non ammette più dilazioni: perdite economiche legate alla salute che superano gli 1500 miliardi di dollari annuali, una produzione globale destinata a triplicare entro il 2060, raggiungendo 1200 megatonnellate.

Con questi numeri sul tavolo, sorge spontanea una domanda cruciale: l’industria è realmente pronta ad affrontare questa rivoluzione?

Se analizziamo i dati disponibili, il quadro che emerge invita a una riflessione approfondita. La produzione globale di plastica, partita da appena 2 megatonnellate nel 1950, ha raggiunto le 475 megatonnellate nel 2022, con una crescita di 250 volte in poco più di settant’anni. Ogni anno tra 8 e 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, e meno del 9% dei rifiuti plastici viene riciclato a livello globale.

Ancora più eloquente è il dato sulle sostanze chimiche coinvolte: decine di migliaia di additivi, stabilizzanti e plastificanti, molti dei quali privi di studi completi sugli effetti a lungo termine. Il BPA è stato collegato a milioni di casi di malattie cardiovascolari, mentre le microplastiche sono ormai state rilevate nel sangue, nei tessuti e nella placenta umana. Questi numeri non sono semplici statistiche da relegare nei report di sostenibilità; misurano una responsabilità che va ben oltre i confini dello stabilimento e riflettono la reale capacità dell’industria di intercettare le trasformazioni necessarie.

La resistenza al cambiamento

Fig. 1 – Produzione di rifiuti macroplastici nel 2020 suddivisa per paese e per comune in India (Mt/anno; fonte: Cottom et al., 2024)

Le cause di questa resistenza al cambiamento sono molteplici e si intrecciano in un nodo complesso da sciogliere. In primo luogo, la complessità degli investimenti necessari rappresenta un ostacolo significativo per molte aziende. Ripensare intere filiere produttive, dalla progettazione dei materiali alla gestione del fine vita, aggiunge strati di costi e competenze, soprattutto per le piccole e medie imprese che costituiscono la spina dorsale del settore italiano.

A ciò si aggiungono le incertezze normative che caratterizzano questo periodo di transizione: il Global Plastics Treaty è ancora in fase di negoziazione tra i governi, mentre le direttive europee e le politiche di responsabilità estesa del produttore (EPR) evolvono rapidamente. Le aziende si trovano costrette a pianificare investimenti pluriennali su un quadro regolatorio in continua trasformazione, con il rischio concreto di veder diventare obsolete le proprie scelte strategiche nel giro di pochi anni.

Anche la definizione e il calcolo dell’impatto sanitario e ambientale, cuore pulsante della nuova responsabilità industriale, non sono esenti da criticità metodologiche e operative. Quantificare gli effetti delle microplastiche o degli additivi chimici sui sistemi biologici umani è ancora oggetto di intenso dibattito scientifico, con ricerche che spesso forniscono risultati contrastanti. Stabilire metriche attendibili per processi produttivi complessi o per la sostituzione di formulazioni consolidate da decenni è tutt’altro che banale, specialmente quando mancano standard condivisi a livello internazionale. È corretto e doveroso richiedere che gli impatti sulla salute siano accuratamente misurati e documentati, ma è altrettanto fondamentale sviluppare metodologie chiare, praticabili e scientificamente robuste che le aziende possano effettivamente implementare.

Fig. 2 – Trend globali nella produzione di plastica, nella generazione di rifiuti plastici e nell’uso di materie plastiche (Gt/anno) – Totale e suddivisione per settore, periodo: 2000-2100 (fonte: Stegmann et al., 2022)

Questo insieme di fattori ha inevitabilmente generato un clima di sfiducia diffusa nel settore. Molti imprenditori, di fronte a un percorso percepito come oneroso, burocraticamente complesso e dall’esito ancora incerto, potrebbero aver adottato un approccio attendista o, in casi estremi, rinunciato del tutto a investimenti in innovazione, temendo di immobilizzare risorse preziose senza garanzie di ritorno.

È giusto definire standard più elevati per l’industria, considerando l’entità dei problemi sanitari evidenziati, ma se questi standard vengono introdotti senza fornire alle aziende gli strumenti, le competenze e i tempi corretti per adeguarsi, l’intero settore rischia una paralisi operativa che danneggerebbe tanto l’economia quanto l’ambiente. È altrettanto giusto che vi sia una supervisione scientifica rigorosa di questi processi di transizione, ma se la ricerca non riesce a fornire linee guida pratiche e condivise per valutare correttamente i rischi e implementare soluzioni efficaci, l’intero meccanismo di cambiamento rischia di incepparsi.

Tutto ciò non significa che l’allarme lanciato dal rapporto Lancet sia infondato o che ogni aspetto di questa transizione sia intrinsecamente problematico. L’obiettivo di spingere le imprese verso materiali più sicuri per la salute umana e processi più sostenibili dal punto di vista ambientale rappresenta una direzione non solo condivisibile, ma vitale per il futuro del settore. Soluzioni innovative che permettono la riduzione di additivi problematici, l’implementazione di sistemi di economia circolare realmente funzionanti, lo sviluppo di sistemi di tracciabilità completa lungo tutta la filiera produttiva rappresentano esempi concreti della trasformazione che si vuole promuovere. Il punto cruciale, tuttavia, risiede nella capacità del sistema industriale e istituzionale di rendere questa transizione non solo necessaria, ma anche realmente praticabile per le migliaia di aziende coinvolte.

In Italia

“Alcune realtà industriali stanno già sperimentando progetti pilota che sfruttano processi che permettono teoricamente di recuperare fino al 90% del valore intrinseco del materiale plastico”, dichiara Giorgio Pigozzo (Wittmann Digital)

Nel contesto specificamente italiano, questa sfida assume connotati particolari che meritano attenzione. I distretti industriali del Nord Italia, che da decenni rappresentano un’eccellenza riconosciuta a livello europeo nella trasformazione delle materie plastiche, si trovano oggi di fronte a un bivio strategico che potrebbe ridefinire il loro ruolo competitivo.

Alcune realtà industriali stanno già sperimentando progetti pilota che sfruttano tecniche avanzate di depolimerizzazione chimica e pirolisi, processi che permettono teoricamente di recuperare fino al 90% del valore intrinseco del materiale plastico.

Questi esperimenti, per quanto ancora in fase di sviluppo e ottimizzazione, non rappresentano esempi isolati di eccellenza tecnologica, ma potrebbero costituire i pionieri di un modello industriale replicabile su scala più ampia, a patto che si riescano a creare le condizioni sistemiche adeguate per supportarne la diffusione.

È anche una questione culturale

Un ulteriore elemento critico, spesso sottovalutato nelle analisi economiche di queste transizioni industriali, è rappresentato dall’aspetto culturale e dal mindset prevalente nel settore. Troppo frequentemente, la nuova responsabilità sanitaria e ambientale viene percepita dalle aziende come un vincolo esterno da minimizzare o aggirare, quasi fosse una tassa aggiuntiva imposta sulla produzione, piuttosto che essere vista come una leva strategica per raggiungere un autentico salto di qualità competitiva.

Questo atteggiamento difensivo porta inevitabilmente molte piccole e medie imprese a concentrare i propri sforzi esclusivamente sul raggiungimento della compliance normativa minima, giusto quanto basta per evitare sanzioni o blocchi produttivi, perdendo completamente di vista l’obiettivo strategico più ampio: costruire un vantaggio competitivo duraturo basato su materiali intrinsecamente più sicuri e processi genuinamente più innovativi. In un contesto economico sempre più globalizzato, dove la competizione non si gioca più principalmente tra aziende dello stesso territorio o della stessa nazione, ma coinvolge player internazionali capaci di puntare sistematicamente su sicurezza, tracciabilità e sostenibilità come fattori differenzianti, chi continua a ragionare in termini puramente difensivi parte inevitabilmente svantaggiato.

Cosa fare

La strada per trasformare l’allarme sanitario sollevato dal rapporto Lancet in una concreta opportunità di rinascita competitiva passa necessariamente attraverso la capacità di affidarsi a partner tecnologici realmente competenti. Solo realtà capaci non soltanto di fornire materiali alternativi tecnicamente validi, ma anche di guidare concretamente le aziende attraverso la complessità inevitabile di questa transizione, possono trasformare un percorso apparentemente incerto in un’effettiva leva di crescita e differenziazione strategica nel mercato globale.

(Articolo tratto dalla rivista Plastix di novembre 2025)


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