Iniziata in sordina a metà dell’anno scorso, la cavalcata dei prezzi delle materie prime è stata prima un leggero trotto per trasformarsi all’inizio di quest’anno in un galoppo che non accenna a rallentare, creando timori e allarmi lungo l’intera filiera delle materie plastiche, memore di quanto già avvenuto in un passato non troppo lontano.

Shortage e prezzi alle stelle: più concause

Le ragioni dell’impennata dei prezzi sono più di una e con il tempo hanno finito per intersecarsi, quasi entrando in risonanza: la ripresa dell’attività economica in Cina e parzialmente in Nord America, al termine della prima ondata pandemica, ha spinto la domanda di materie prime, mentre i produttori viaggiavano ancora con gli impianti al minimo, il tutto amplificato dall’effetto di ricostituzione delle scorte, calate durante il lockdown. Quando anche la domanda continentale si è risvegliata, a partire dalla scorsa estate, la disponibilità di carichi dall’estero si è progressivamente rarefatta, mentre la produzione interna non è stata in grado di far fronte alle richieste. In questo scenario di mercato corto, se non cortissimo, si è innestata la carenza di container con conseguente aumento dei noli marittimi, mentre sul fronte climatico l’ondata di gelo che ha colpito a febbraio una vasta regione degli Stati Uniti che va dal Texas alla North Carolina, ha determinato un ulteriore restringimento dell’offerta di etilene e poliolefine proprio nel cuore della petrolchimica nordamericana.

I trasformatori lanciano l’allarme

Le associazioni dei trasformatori di materie plastiche, a partire da febbraio, hanno più volte lanciato l’allarme sul forte rincaro dei prezzi combinato con la scarsa disponibilità di materie prime, imputando ai produttori anche un uso disinvolto delle dichiarazioni di forza maggiore. La prima a muoversi è stata l’associazione francese Polyvia a metà gennaio, accusando i fornitori di materie plastiche di usarla in maniera pretestuosa: «Il riemergere delle dichiarazioni di force majeure continua a sorprendere» commenta l’associazione richiamando alla memoria la crisi delle materie prime del 2015. «Se le stesse cause producono gli stessi effetti, c’è motivo di interrogarsi sulle cause, poiché gli effetti sono sempre disastrosi per i trasformatori».

Pochi giorni più tardi si è aggiunta al coro Unionplast – l’associazione delle aziende italiane di trasformazione – sottolineando come, in una situazione già critica per gli effetti della pandemia, la carenza di plastiche può avere effetti devastanti sul settore. L’associazione valuta infatti che la scarsità di polimeri abbia costretto oltre l’80% delle imprese italiane della filiera a ridurre la produzione.

«Non sono da escludere possibili fermi impianto per carenza di materia prima, in un contesto complesso che segue una crisi internazionale senza precedenti, e proprio nel momento in cui le imprese per ben più di una ragione, non ultima la gravità della pandemia in corso, dovrebbero concentrarsi sul rilancio e sulla produttività» si legge in una nota diffusa dall’associazione. «La gravità della situazione condiziona inevitabilmente gli impegni assunti e mette a rischio la possibilità di rispettare i termini di consegna per un periodo di tempo oggi non prevedibile».
Secondo Luca Iazzolino, presidente di Unionplast, è paradossale che di questo problema non se ne parli abbastanza. «Abbiamo scalato montagne per resistere al Covid e ora ci dobbiamo inginocchiare di fronte alla mancanza di materiali» afferma. Anche quando disponibili, le plastiche sono sempre più care: il prezzo del polietilene a bassa densità, utilizzato soprattutto nel packaging alimentare, a marzo superava di oltre il 50% la quotazione dell’ottobre 2020, mentre il PET grado bottiglia e il polipropilene sono rincarati, nello stesso periodo, del 40% e il polistirene intorno al 70%. «Le previsioni non sono rosee: anche se la situazione in Texas si sta normalizzando, l’offerta è lenta a riprendersi e a ricostruire le scorte interne, mentre la domanda in Europa e nel mondo corre più velocemente del previsto» sostiene Unionplast.

Andamento delle quotazioni dei gradi PET bottiglia, LDPE film, ABS stampaggio e PVC K70. I valori si riferiscono alla media tra il prezzo minimo e massimo rilevato la prima settimana di ogni mese (Elaborazione Plastix su dati Chemorbis)

Il tema della forza maggiore

Sullo shortage di materie prime con annesso aumento dei prezzi si è attivata anche Polymers for Europe Alliance, struttura costituita da EuPC nel 2015 proprio per dialogare con i produttori, monitorare l’andamento delle materie prime, l’uso (o l’abuso) della forza maggiore per poi, eventualmente, avviare campagne di sensibilizzazione a livello comunitario. «Assottigliandosi le scorte, i trasformatori hanno difficoltà sia ad acquistare a prezzi ragionevoli le materie prime necessarie, sia a trasferire i forti rincari a valle» nota Ron Marsh, presidente di Polymers for Europe Alliance. «Strette tra i grandi fornitori di polimeri e gli utilizzatori, le numerose PMI del settore si trovano così in difficoltà ad assorbire i picchi nei costi».
«In Europa sono circa 50.000 le piccole e medie imprese di trasformazione della plastica che devono far fronte alla carenza di materie prime e a significativi aumenti di prezzo, senza avere potere negoziale nei confronti dei produttori multinazionali di polimeri» rincara il presidente di EuPC Renato Zelcher. «Se questa situazione dovesse perdurare, sempre più aziende saranno costrette a ridurre la loro produzione, provocando uno shortage di manufatti in plastica come imballaggi alimentari, componenti per l’edilizia e l’industria automobilistica».

Lo shortage mette a rischio auto, imballaggio e medicale

Dopo i trasformatori, hanno iniziato a protestare i grandi utilizzatori di materie plastiche, anello successivo della catena di fornitura. Nel caso dell’auto, poi, alla carenza di plastica – soprattutto ABS, poliammide 6 e polipropilene – si è aggiunta l’improvvisa indisponibilità di microchip a causa di problemi di fornitura da parte di un importante produttore asiatico. In Germania, molto critica si è subito pronunciata l’associazione dei produttori di packaging in plastica (IK Industrievereinigung Kunststoffverpackungen): interpellate in un sondaggio, otto aziende associate su dieci hanno segnalato all’inizio di marzo problemi a produrre e consegnare imballaggi ai clienti, descrivendo una situazione di approvvigionamento da scarsa a molto scarsa, soprattutto per quanto concerne commodities quali polipropilene, polietilene e poliammidi. Secondo il direttore dell’associazione, Martin Engelmann: «I risultati dell’indagine evidenziano un netto deterioramento delle forniture di materie prime rispetto all’inizio dell’anno. E, al momento, non c’è nessun segnale che indichi il superamento di questi “colli di bottiglia”». Inoltre, i forti sbalzi dei prezzi stanno pesando sul settore. «Otto produttori di imballaggi su dieci in Germania sono interessati da uno o più casi di forza maggiore» continua Engelmann. «Se la produzione di imballaggi si ferma a causa della mancanza di materie prime, ciò mette in pericolo anche l’approvvigionamento alla popolazione di prodotti alimentari, bevande e prodotti farmaceutici confezionati in modo sicuro». Auto e packaging non sono gli unici settori a patire la carenza di plastica: molto preoccupata dalla situazione si è dichiarata anche IVK Europe, in rappresentanza dei produttori europei di film e foglie di PVC e, in Italia, Anie-Aice per quanto concerne il comparto dei cavi per energia e TLC. «Ci troviamo ad affrontare una domanda interna ancora debole, che deve essere incoraggiata» sottolinea Carlo Scarlata, presidente di Aice. «L’impossibilità di approvvigionarsi di materie prime per la nostra industria significherebbe in questo senso un colpo durissimo, una situazione che va assolutamente scongiurata».

Il trend rialzista non risparmia le bioplastiche

Nel momento in cui scriviamo, a metà di aprile, il mercato mantiene un trend ascendente e non si contano più gli annunci di aumenti dei prezzi e non solo per le commodities. L’ondata di rincari riguarda anche i tecnopolimeri, le specialità e persino le bioplastiche, che tradizionalmente sono meno soggette a fluttuazioni. In questo caso il problema non riguarda tanto la frazione biologica del compound, quanto il polibutilene adipato tereftalato (PBAT), poliestere biodegradabile che fornisce elasticità e saldabilità ai materiali utilizzati nei processi di filmatura. Il rincaro più rilevante e repentino ha riguardato uno dei costituenti del PBAT, l’1-4 butandiolo, i cui prezzi sono più che raddoppiati a causa della forte domanda legata alla ripresa industriale cinese, che ha costretto i produttori di biopolimeri a riallineare verso l’alto le quotazioni dei compound. Aumenti che i trasformatori che acquistano PBAT dall’Asia (o da trader) hanno già sperimentato a partire dall’inizio dell’anno. A gonfiare la bolla, oltre al costo dei trasporti, è la scarsità di PBAT, prevalentemente di origine asiatica: non si tratta di un trend legato al fermo impianti –  programmato o meno –, quanto alla solida crescita della domanda sul mercato cinese, dopo la decisione del Governo di adottare una visione più sostenibile: così, in alcune aree del paese, si sta passando ai sacchetti compostabili, con conseguente dirottamento sul mercato locale di una parte non marginale della produzione in precedenza destinata all’export. Il trend rialzista dei prezzi delle bioplastiche rischia così di non essere speculativo o temporaneo, come nel caso delle plastiche convenzionali, ma strutturale e di lungo periodo. Un discorso analogo può essere fatto per i tecnopolimeri, la cui carenza è riconducibile a interruzioni nella produzione di alcuni polimeri o dei precursori, effetto amplificato dall’aumento della domanda asiatica e della carenza di container. Con una aggravante: lo shortage potrebbe durare più a lungo a causa dei fermi programmati di impianti tra la primavera e l’estate di quest’anno

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