Stop alla plastica monouso. Ma la carta potrebbe essere peggio

In vista dell’entrata in vigore, nel 2021, della Direttiva UE sugli articoli monouso in plastica (2019/904), che vieterà la vendita sul mercato europeo di una decina di prodotti di uso comune, si inizia a manifestare la difficoltà di fornire alternative altrettanto sicure e prestazionali a cannucce, imballaggi alimentari e stoviglie in materiale plastico. Anche perché alcune grandi aziende, istituzioni e amministrazioni locali, per eccesso di zelo, stanno bruciando i tempi e allargando in modo indiscriminato la rosa di articoli messi al bando.

Non sempre senza plastica è meglio

Il rischio per la salute dei consumatori, da alcuni paventato, che potrebbe derivare dalla sostituzione di un materiale ampiamente studiato, testato e regolamentato nel settore alimentare, come la plastica con altri meno indagati, potrebbe essere più concreto di quanto si pensi. Va infatti ricordato che gli imballi in plastica a contatto con alimenti devono sottostare a prescrizioni molto rigide sulla migrazione di monomeri e altre sostanze chimiche, così come sull’utilizzo di inchiostri per la stampa, che non sempre valgono per le confezioni prodotte con materiali diversi. A sollevare la questione non sono stati, per una volta, i produttori di materie plastiche, ma l’associazione europea dei consumatori BEUC, in un rapporto intitolato “More Than A Paper Tiger” (più di una tigre di carta), dove vengono riportati risultati di analisi di laboratorio condotte su imballaggi e altri articoli a contatto con alimenti in carta e cartone colorati, come ad esempio le tazze per caffè o le cannucce.

Carta: allarme per la salute dei consumatori

I risultati dello studio non sono rassicuranti: emergerebbero infatti potenziali rischi per la salute dovuti all’esposizione a un numero elevato di sostanze chimiche contenute negli inchiostri utilizzati per la stampa, tra i quali pigmenti, leganti, solventi o additivi di varia natura, ad esempio stabilizzanti UV e fotoiniziatori. I ricercatori stimano che potenzialmente potrebbero essere oltre 5.000 le sostanze utilizzate in questo ambito applicativo, solo una piccola frazione delle quali analizzata e valutata in maniera sistematica dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA). «La carta è il secondo materiale di imballaggio alimentare più utilizzato dopo la plastica» sostengono gli esperti della BEUC commentando i dati. «A differenza della plastica, tuttavia, non esistono norme UE che disciplinano l’uso della carta come materiale a contatto con gli alimenti».

Potrebbero essere oltre 5.000 le sostanze chimiche contenute negli inchiostri utilizzati per la stampa, delle quali solo una piccola frazione è stata analizzata e valutata in maniera sistematica dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare

Le analisi sulla carta

Per garantire obiettività e una copertura internazionale, le analisi sono state condotte da quattro associazioni nazionali – in Italia da Altroconsumo – su 76 campioni di imballaggio e articoli monouso in carta stampata o cartone per alimenti, come bicchieri da caffè, cannucce di carta, tovaglioli e imballi per prodotti alimentari. I risultati mostrano che:

Oltre un campione su sei conteneva ammine aromatiche primarie, alcune delle quali sono sospettate di provocare il cancro. Nove campioni contenevano queste sostanze in quantità superiore al limite stabilito dal regolamento UE sulle materie plastiche.

Quasi tutti i 76 campioni sottoposti ad analisi contenevano sostanze che agiscono come filtri UV. Alcune di queste sono sospettate di provocare il cancro o di perturbare il sistema endocrino. Ulteriori analisi eseguite su 21 campioni hanno dimostrato che i filtri UV sono in grado di migrare negli alimenti oltre i livelli raccomandati in almeno sei prodotti, compresa una scatola di uvetta per bambini.

• La sicurezza della maggior parte delle sostanze soggette a migrazione negli alimenti non è stata valutata dall’EFSA.

È però prematuro affermare che vi sia un rischio imminente, poiché nessuno dei prodotti sottoposti a test, da solo, è in grado di mettere in pericolo la salute umana; d’altro canto, ognuno di essi contribuisce ad aumentare l’esposizione dei consumatori a sostanze chimiche problematiche e, in alcuni casi, non adeguatamente valutate.

La maggior parte dei consumatori ritiene che ogni materiale a diretto contatto con gli alimenti sia privo di sostanze chimiche nocive, ma purtroppo non è così. Le sostanze chimiche contenute negli imballaggi che migrano negli alimenti alla fine entrano nel nostro corpo, ma non è quello il loro posto. Per proteggere la salute dei consumatori, l’UE deve sviluppare norme rigorose che siano più di una tigre di carta.Monique Goyens, direttore generale del BEUC

Cannucce che non si riciclano

Nel corso dell’estate, in Gran Bretagna, un’altra tegola ha colpito le cannucce di carta che McDonald’s si è affrettata a introdurre nei propri fast-food per sostituire – ben prima che fosse richiesto dalla direttiva SUP (Single Use Plastics) – quelle di plastica. Un atto non dovuto, che oltre tutto non è stato apprezzato né dai consumatori – che lamentano la dispersione di pezzi di carta nelle bevande durante l’uso (mentre avrebbero dovuto resistere almeno 30 minuti prima di dissolversi) – né dagli ambientalisti, specie dopo che McDonald’s ha dovuto ammettere che, a causa del loro spessore, le cannucce non vengono avviate al riciclo della carta, ma conferite nei rifiuti indifferenziati. Il colosso del fast-food si è però rifiutato di reintrodurre le cannucce di plastica, anche se sta conducendo test per trovare un’alternativa più performante.

Dalle polemiche non sfuggono le bioplastiche

Anche le bioplastiche sono finite sotto la lente, questa volta in Italia, dopo che una dirigente della società di servizi ambientali toscana Alia ha invitato gli utenti a conferire i manufatti in bioplastica compostabile – sacchetti compresi – nella raccolta indifferenziata e non nell’umido a causa delle difficoltà incontrate dagli impianti di compostaggio industriale nel trattare questo tipo di articoli. Se è vero che, in base alla direttiva SUP, le bioplastiche non sono espressamente ammesse come alternative alle plastiche tradizionali, alcune catene della GDO hanno iniziato sostituire le stoviglie in plastica con quelle in biopolimero, ritenute più accettabili sotto il profilo ambientale, terminando la loro vita utile nella filiera dei rifiuti organici, previa raccolta differenziata insieme agli scarti di cucina, trasformandosi in compost. Sull’argomento è dovuto intervenire il Consorzio Italiano Compostatori (CIC), ricordando che la rispondenza allo standard europeo UNI EN 13432 garantisce che le bioplastiche possono essere incorporate, in senso generale, nei processi di compostaggio industriale, dove si comportano in maniera analoga allo scarto organico, ossia vengono in parte convertite in acqua e anidride carbonica, e in parte trasformate in compost. Meglio sarebbe, in ogni caso, che i manufatti siano dotati del marchio Compostabile CIC, il cui ottenimento prevede che la prova di disintegrabilità venga condotta in condizioni reali, ossia in un impianto di compostaggio.

Consumatori confusi all’atto di differenziare

Le criticità, aggiunge però il Consorzio, potrebbero sorgere dall’aumento della quantità e tipologia di manufatti monouso in bioplastica; anche a seguito dell’entrata in vigore della direttiva SUP (qualora le norme di recepimento esonerino questi materiali dal divieto): quindi non solo sacchetti, ma anche piatti, bicchieri, posate, capsule del caffè, cannucce…

Attualmente questi manufatti rappresentano meno del 10% del mercato delle plastiche compostabili – nota il CIC –, ma la loro diffusione potrebbe assumere dimensioni ben più rilevanti. Ciò potrebbe creare confusione tra i consumatori nell’atto di differenziare correttamente i rifiuti, dovendo separare i manufatti compostabili da quelli realizzati in materiali plastici convenzionali, non sempre facilmente identificabili tra loro. Difficoltà a cui andranno inevitabilmente incontro anche gli operatori della raccolta e gli addetti al riciclo dei rifiuti organici. Non solo: la presenza di manufatti compostabili non conformi alla norma UNI EN 13432 porterebbe a un pericoloso decadimento della qualità delle raccolte differenziate e un conseguente pesante aggravio dei costi dell’intera filiera del recupero del rifiuto organico, che ricadrebbe inevitabilmente sulle spalle dei cittadini. Infine – segnala il Consorzio dei compostatori – l’aumento dei quantitativi di manufatti compostabili delle più diverse fogge e dimensioni negli scarti di cucina, avrà come inevitabile conseguenza un significativo cambiamento delle caratteristiche merceologiche e fisiche dei rifiuti organici che gli impianti devono trattare. Il che imporrà adeguamenti tecnici e procedurali agli impianti di trattamento, con relativi costi a carico della filiera.

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