L’Agenzia chimica Echa dice sì alla limitazione delle microplastiche

Dopo essersi occupata degli articoli monouso, la Commissione europea apre il capitolo microplastiche, con l’obiettivo di ridurne la dispersione in ambiente limitando o vietandone l’aggiunta deliberata in una vasta gamma di prodotti, nella cosmetica e non solo. Il tutto nel quadro più generale della Plastics Strategy lanciata da Bruxelles oltre un anno fa.

Il processo richiederà qualche anno: solo a fine gennaio, infatti, è arrivata dall’Agenzia chimica europea (Echa) la proposta di restrizione all’utilizzo delle microplastiche aggiunte intenzionalmente ad alcuni prodotti, da attuarsi attraverso una modifica al regolamento sulle sostanze chimiche (REACh), che nella migliore delle ipotesi potrà essere ratificata dalla Commissione UE non prima della primavera del 2020, dopo l’esame dei comitati tecnici dell’Agenzia e il passaggio obbligato in consultazione pubblica.

Cosa sono le microplastiche
Non esiste una definizione univoca di microplastica, lacuna che Echa ha cercato di colmare nel suo recente studio. Con questo termine si intende un polimero solido contenente particelle a cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze, con dimensioni comprese tra un nanometro e 5 millimetri, o nel caso di fibre, tra 3 nanometri e 15 millimetri, con rapporto tra lunghezza e diametro superiore a tre volte. L’Agenzia chimica definisce invece “microbead” (microsfera) una microplastica utilizzata con funzioni abrasive in prodotti quali esfolianti, detergenti o lucidanti.

Microplastiche già vietate in Italia

Alcuni Paesi hanno voluto bruciare sul tempo Bruxelles, introducendo nella normativa nazionale provvedimenti che anticipano quella che potrebbe essere la restrizione a livello comunitario, pur limitata ai prodotti per la cura della persona. Tra questi l’Italia, che nella Legge di Bilancio 2018, approvata dal Governo Gentiloni alla fine del 2017, ha introdotto il divieto alla messa in commercio, a partire dal 1° gennaio 2020, dei prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microbeads, le microscopiche particelle di plastica destinate a finire negli scarichi e, attraverso le fognature, agli impianti di depurazione.

Se con il bando agli shopper il nostro paese si era mosso in solitaria, su questo tema trova l’appoggio di altri partner europei. La Francia ha infatti introdotto l’anno scorso il divieto all’impiego di microperle nei prodotti da risciacquo ad azione esfoliante o detergente, a eccezione di quelli biobased o non persistenti. Anche il Regno Unito si è mosso con quattro proposte legislative che interessano Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord. A partire dal 1° gennaio 2018, in Inghilterra e in Scozia è cessata la produzione di cosmetici e prodotti per la cura della persona contenenti microbeads come stabilizzanti ed esfolianti, mentre dal giugno dell’anno scorso il divieto è stato esteso anche alla vendita di questi prodotti; linea adottata poco dopo dal Parlamento gallese. Limitazioni e divieti stanno per essere introdotti anche in Svezia (dovrebbero scattare il 1° gennaio 2020), sempre per prodotti destinati alla cura della persona (dai dentifrici ai gel doccia fino alle creme per il corpo), e in Belgio, dove si però si è privilegiata la strada degli accordi volontari con i produttori. La Danimarca ha scelto un’altra modalità, forse più coerente con lo spirito comunitario: il divieto ai cosmetici da risciacquo con microplastiche sarà infatti temporaneo, in attesa della normativa UE, e verrà introdotto all’inizio dell’anno prossimo.

Anche in USA sono al bando

Fuori dall’Europa, il primo a muoversi per arginare il fenomeno è stato – quattro anni fa – il Governo statunitense con il Microbead-Free Waters Act 2015, emanato dall’allora presidente Barack Obama. L’editto vieta ai produttori di cosmetici da risciacquo di aggiungere intenzionalmente le microplastiche, legge che ha ispirato le normative entrate in vigore successivamente nel vecchio continente.

I produttori di microplastiche si difendono

Secondo alcune stime, ogni anno in Europa vengono rilasciate nell’ambiente tra le 75.000 e le 300.000 tonnellate di microplastiche, che si generano soprattutto dall’usura degli pneumatici e dagli indumenti sintetici (microfibre), oltre che dalla naturale frammentazione dei rifiuti plastici più grandi (generalmente definite microplastiche secondarie). Quelle aggiunte intenzionalmente a cosmetici, prodotti per l’igiene della casa e vernici rappresentano una quota residuale, ma anche l’unica su cui si può intervenire mediante restrizioni al loro utilizzo.

E anche dove le microperle vengono aggiunte intenzionalmente, la situazione sta cambiando. Secondo l’associazione dei produttori europei di prodotti cosmetici, Cosmetics Europe, l’utilizzo di microbeads nei prodotti da risciacquo ad azione esfoliante o detergente è crollata del 97,6% tra il 2013 e il 2017, frutto di una decisione volontaria attuata dai produttori, dopo che nel 2015 l’associazione ha raccomandato ai suoi membri di evitarne quanto più possibile l’impiego. In volume, si tratta di un taglio di oltre 4.250 tonnellate di microperle in plastica, rimosse o sostituite con sostanze meno impattanti per l’ambiente. Uno sforzo che richiede però investimenti in ricerca e nella riformulazione dei prodotti, processo lungo e costoso, anche perché non è facile reperire sul mercato soluzioni sostitutive. L’obiettivo dell’industria è arrivare alla completa eliminazione delle microplastiche entro il 2020, alle soglie dell’entrata in vigore delle limitazioni UE.

Lo studio dell’Echa sulle microplastiche

Per cercare di uniformare il quadro normativo a livello continentale, l’anno scorso la Commissione europea ha incaricato l’Agenzia chimica europea – Echa – di elaborare un’analisi su cause e rischi per l’ambiente legati alla presenza di microplastiche in una vasta gamma di prodotti, e di presentare una proposta per limitarne gli effetti anche attraverso eventuali restrizioni al loro utilizzo.

Dallo studio preparatorio elaborato dall’Agenzia emerge che il principale rischio di inquinamento da microplastiche aggiunte riguarda in prima battuta il suolo, poiché i minuscoli frammenti di plastica provenienti dalle acque di scarico si concentrano nei fanghi di depurazione, spesso utilizzati come ammendanti o fertilizzanti in agricoltura. Una quantità più ridotta viene invece rilasciata direttamente nelle acque di fiumi e mari.

Sono peggio le nanoplastiche
Se le microplastiche sono difficili da gestire perché non visibili e spesso difficili da trattenere negli impianti di filtrazione domestica o industriale, un rischio maggiore per l’ambiente e la salute potrebbe venire dalle nanoplastiche che si originano dalla successiva frammentazione delle microparticelle. Date le ridotte dimensioni sfuggono ai campionamenti e poco ancora si sa su concentrazione, distribuzione ed effetti sull’ambiente.

Lo studio non nasconde che la persistenza del materiale, l’assenza di degradazione naturale e i possibili effetti avversi, così come il bioaccumulo negli organismi viventi, destano preoccupazione, poiché una volta rilasciate, queste sostanze possono restare nell’ambiente anche per migliaia di anni e sono praticamente impossibili da rimuovere.

Più cauta la valutazione degli effetti sulla salute umana, dato che sono ancora limitati e incompleti i dati disponibili, soprattutto per l’accumulo nel suolo. A causa delle loro ridotte dimensioni, inferiori a 5 millimetri, le microplastiche e – peggio ancora – le nanoplastiche, particelle più piccole che si formano dall’ulteriore degrado delle prime, possono entrare nella catena alimentare attraverso i pesci e altri animali e raggiungere l’uomo, anche se i potenziali effetti sulla salute non sono stati ancora ben compresi.

Semaforo verde alle restrizioni

I pochi dati disponibili sono comunque sufficienti all’Agenzia chimica europea per elaborare una proposta di restrizione all’utilizzo delle microplastiche, quanto meno dove queste vengono aggiunte intenzionalmente ai prodotti ed esistano delle alternative disponibili. Secondo lo studio sono tra le 10.000 e le 60.0000 tonnellate quelle che vengono disperse nell’ambiente ogni anno (il valore indicativo è stato fissato a 36.000 t/a), una quantità corrispondente a oltre 10 milioni di bottiglie di plastica interrate o gettate in mare. Non vale invece per le micropolveri rilasciate dai battistrada degli pneumatici a contatto con l’asfalto o per le microfibre rilasciate dagli indumenti nei lavaggi, forse più inquinanti, ma meno facili da regolamentare.

Se consideriamo infatti le microplastiche non aggiunte intenzionalmente ai prodotti, che finiscono in ogni caso in ambiente acquatico (fiumi, laghi e mari), un recente studio della Commissione europea stima un volume indicativo di 176.000 tonnellate l’anno, con un intervallo compreso tra 71.800 e 280.600 t/a. Il maggiore contributo arriva dagli pneumatici (94.000 t/a), seguiti dai granuli plastici prima della trasformazione (41.000 le tonnellate perse ogni anno) e dalle microfibre rilasciate durante i lavaggi (15.000 t/a).

100.000 particelle con una sola doccia
Secondo una stima del Ministero dell’ambiente britannico, con una sola doccia possono essere rilasciate negli scarichi fognari 100.000 microperle che, se non filtrate adeguatamente dagli impianti di depurazione a causa della loro ridotta dimensione, sono destinate a finire prima nei fiumi e poi nei mari, entrando nella catena alimentare ittica e quindi in quella umana. Anche nel caso vengano fermate negli impianti di depurazione, queste particelle, invisibili ma persistenti, rischiano di finire nel terreno inglobate nel compost.

Divieto non solo per i cosmetici

Le restrizioni ipotizzate da Echa non si limitano però ai soli cosmetici. Interessano infatti un’ampia platea di prodotti utilizzati in diversi settori: cosmetici e prodotti per la cura della persona, detergenti per la casa, sostanze per la manutenzione, insieme a vernici e coating, fino a materiali da costruzione, dispositivi medicali e farmaci a rilascio controllato, nonché prodotti utilizzati in agricoltura, orticoltura e oil&gas. Le misure spaziano dal bando vero e proprio all’obbligo di etichettatura, quando il rischio di inquinamento può essere limitato attraverso un corretto uso del prodotto. Restano escluse dal bando le sostanze biodegradabili o naturali.

L’obiettivo del programma è ridurre il rilascio in ambiente di microparticelle plastiche per un volume pari a 400.000 tonnellate in un lasso temporale di vent’anni dall’entrata in vigore del dispositivo, con un costo stimato in 9,4 miliardi di euro. Al termine del periodo di adozione delle restrizioni, diverso da settore a settore a seconda della facilità di sostituzione delle microplastiche con altre sostanze meno inquinati (tra cui i polimeri biodegradabili), l’abbattimento dei rilasci in ambiente – per i prodotti considerati – potrebbe raggiungere il 90%.

Serviranno un paio d’anni per il via libera

La relazione dell’Echa deve passare il vaglio dei comitati tecnici dell’Agenzia ed essere sottoposta a una consultazione pubblica che rimarrà aperta sei mesi, per lasciare tempo ai soggetti interessati di valutare il provvedimento ed eventualmente avanzare considerazioni e proposte. I comitati dell’Echa formuleranno quindi i loro pareri e li invieranno alla Commissione europea, indicativamente nella primavera del 2020. A quel punto la Commissione potrà valutare ed eventualmente dare il via libera a una modifica del regolamento REACh.

«Sono felice di constatare che ci stiamo adoperando per limitare l’aggiunta intenzionale di microplastiche nei prodotti» nota il Commissario UE responsabile per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella. «L’Unione europea è la prima a occuparsi di tutte le microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti e non solo delle microsfere utilizzate nella cosmetica. Ciò rientra nel nostro approccio globale contro le microplastiche che sono potenzialmente dannose per la vita marina ed entrano nella nostra catena alimentare, con impatti ancora sconosciuti sulla salute umana».

Tempi diversi per arrivare al divieto totale
Echa prevede tempistiche diverse per l’applicazione delle misure più restrittive, in funzione delle alternative disponibili: adozione immediata del bando nei cosmetici da risciacquo, per i quali le imprese hanno deciso il bando volontario entro il 2020, e tra 4 e 6 anni per altri prodotti per la cura della persona. Divieto immediato anche per detergenti e prodotti per la manutenzione contenenti microbeads (ma non per quelli contenenti invece microplastiche con funzioni di incapsulazione), dispositivi medicali e diagnostica in vitro. Cinque anni dovrebbero essere sufficienti per sostituire le microplastiche utilizzate nei fitofarmaci e biocidi, mentre servirà più tempo, da 5 a 10 anni, per i fertilizzanti a rilascio controllato, per consentire all’industria di riformulare i prodotti al fine di renderli biodegradabili in suolo pur mantenendo le proprietà di incapsulazione.

In Italia già pronta la sostituzione delle microplastiche

In questa guerra alle microplastiche, il nostro paese potrebbe trarne vantaggio, grazie alla presenza di un’avviata industria nella filiera delle bioplastiche. La bolognese Bio-on, per esempio, ha aperto l’anno scorso a Castel San Pietro Terme un impianto dimostrativo per la produzione, mediante fermentazione di biomasse, di poli-idrossi-alcaloati (PHA), biopolimeri biobased e biodegradabili. Non è un caso che a livello commerciale, i primi prodotti a essere sintetizzati siano stati proprio quelli destinati a sostituire le microplastiche nei cosmetici, commercializzati con il marchio Minerv Bio Cosmetics. Tra le aziende interessate a questi prodotti c’è anche il colosso Unilever che, dopo aver avviato una collaborazione con Bio-on, ha annunciato all’inizio di quest’anno il lancio della linea My Kai SPF Booster, creme solari che utilizzano le bioplastiche prodotte a Castel San Pietro Terme al posto dei tradizionali filtri UV. I primi prodotti di questa linea saranno sugli scaffali nel mese di marzo.

Anche l’altro grande player del settore, Novamont, ha annunciato nei mesi scorsi l’ingresso nel settore della cosmesi con una gamma di ingredienti già a scaffale grazie alla collaborazione strategica con Roelmi HPC, importante produttore di ingredienti attivi e funzionali sostenibili. L’ambito di applicazione è quello dei microbeads a base di materie plastiche, utilizzati come esfolianti in doccia-schiuma e detergenti per la cura del corpo, o come emollienti di creme viso-corpo, prodotti solari e make-up. Novamont sta anche studiando alternative tecnicamente valide e al tempo stesso sostenibili per il più complesso settore dei prodotti non da risciacquo. Basati sui biopolimeri amidacei che costituiscono le bioplastiche Mater-bi, opportunamente funzionalizzati, i nuovi prodotti sono forniti dal gruppo novarese con il marchio Celus-Bi. Il prodotto più avanzato è, in questo momento, Celus-Bi Feel, soluzione sviluppata come alternativa sostenibile alle microplastiche utilizzate nei cosmetici non da risciacquo. Si tratta di un agente testurizzante con caratteristiche di morbidezza, tocco vellutato e capacità filmogena, oltre a seboregolazione ed elevata compatibilità con sostanze attive, oli vegetali e fragranze. Accanto a questo, Novamont ha sviluppato altre due serie di prodotti: Celus-Bi Sphera (esfolianti) e Celus-Bi Esters (emollienti), con caratteristiche specifiche per i diversi segmenti applicativi.

Il produttore italiano garantisce anche le prestazioni ambientali del prodotto, definito “prontamente biodegradabile” secondo le linee guida dell’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD). La sua completa biodegradazione avviene in pochi giorni in depuratore, garantendo che nessun residuo finisca nei fiumi e nei mari, con il vantaggio che i fanghi di depurazione non vengono contaminati dai frammenti plastici.

Bioplastiche dai fanghi di depurazione

Novamont sta anche studiando con il Gruppo CAP, azienda che gestisce il servizio idrico integrato sul territorio della Città Metropolitana di Milano, la possibilità di produrre su scala industriale PHA dai fanghi urbani grazie a consorzi microbici naturalmente presenti in depurazione, chiudendo così il ciclo delle microplastiche biobased. Per ora la ricerca è allo stadio di laboratorio, ma la tecnologia – una volta validata – potrebbe essere scalata in un tempo non troppo lungo a livello di impianto pilota per poi passare a quello industriale. I due partner hanno anche avviato uno studio sul comportamento dei microbeads aggiunti ai prodotti cosmetici negli impianti di depurazione e il loro accumulo nei fanghi, al fine di definire parametri di sostenibilità ambientale in relazione alle qualità delle acque.

Evitare la dispersione alla fonte

Su un altro fronte della lotta alle microplastiche è impegnato Rialti, produttore varesino di compound termoplastici. L’azienda ha recentemente aderito al programma internazionale OCS – Operation Clean Sweep varato dall’associazione Clean Sea Life per prevenire la dispersione accidentale di granuli, scaglie e polveri nell’ambiente durante la produzione, il trasporto o lo stoccaggio delle materie plastiche. L’obiettivo, in questo caso, è prevenire il rilascio accidentale nell’ambiente di microplastiche, attraverso l’analisi del processo di produzione e l’implementazione di un sistema di monitoraggio interno. Sono state introdotte anche nuove misure di prevenzione in aggiunta a quelle già esistenti e sono stati sensibilizzati i dipendenti sul tema, fornendo a ogni reparto informazioni, istruzioni e mezzi idonei a prevenire e recuperare le perdite di granuli, scaglie e polveri.

«La plastica non è biodegradabile, ma quanto viene esposta alla luce del sole si decompone lentamente in piccoli frammenti» spiega Rialti. «Sono 8 milioni le tonnellate di plastica che ogni anno vengono riversate in mare, poco più della metà sono di origine domestica, ma anche le industrie plastiche contribuiscono all’inquinamento». Da qui la decisione di impegnarsi nell’opera di prevenzione.

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