Con la European Strategy for Plastics, la Commissione europea ha fissato obiettivi molto ambiziosi per il riciclo di rifiuti plastici e il riutilizzo di plastiche rigenerate in nuovi prodotti: entro il 2025 si punta infatti a raccoglierne, in Europa, minimo 15 milioni di tonnellate per riutilizzarne almeno 10 milioni. Piano recepito anche dal Green Deal europeo, che mira a raggiungere l’impatto climatico zero entro il 2050 riducendo l’utilizzo di materie prime ed energia e raddoppiando l’uso di materiali da riciclo o riutilizzabili nell’arco dei prossimi dieci anni. In alcuni frangenti, le plastiche riciclate godono – o beneficeranno – di agevolazioni fiscali, sotto forma di credito d’imposta per i prodotti che li contengono, esoneri da limiti e imposte, ad esempio la tassa sui Macsi (manufatti a singolo impiego in plastica) già in vigore in Italia. Oppure vengono richieste per legge, come nel caso della normativa sugli acquisti verdi della pubblica amministrazione (GPP). Un processo che, da un lato, richiede il coinvolgimento di tutta la filiera delle materie plastiche e, dall’altro, impone l’adozione di strumenti idonei a valutare, tracciare e qualificare i processi di riciclo e i volumi di plastiche riciclate incorporate nei nuovi prodotti. Limitandoci al riciclo meccanico, negli ultimi anni sono stati messi a punto a livello nazionale ed europeo schemi di certificazione che affrontano aspetti diversi della plastica circolare: riciclabilità dei manufatti, processi di riciclo e contenuto di riciclato.

Quanto riciclato c’è nei prodotti

Un primo elemento cruciale riguarda la presenza di materiale riciclato da post consumo o sfrido nei semilavorati e nei prodotti finiti, utile sia a livello di marketing – per poter dichiarare a ragion veduta la sostenibilità dei propri marchi –, sia per poter accedere a mercati protetti, come ad esempio gli acquisiti verdi della pubblica amministrazione, che fissano per specifici settori Criteri Ambientali Minimi, i cosiddetti CAM.

Uno dei marchi più noti, primo in Italia e in Europa dedicato in modo specifico alle plastiche riciclate, è Plastica Seconda Vita (PSV) di IPPR (Unionplast), uno dei più restrittivi in quanto impone una quantità minima di materiale rigenerato o da sottoprodotto, pari al 30%, per poter accedere al marchio. Essendo uno schema di certificazione accreditato (Accredia), è riconosciuto a livello internazionale, tanto da essere considerato come riferimento per iniziative analoghe in ambito UE e a contare, tra i licenziatari, anche aziende non italiane. Oltre a certificare la quantità di plastica riciclata (o da sfrido) contenuto in un bene, PSV affronta anche aspetti inerenti la qualità e la tracciabilità, non sempre incorporati in schemi di questo tipo. Inoltre, fa riferimento alle percentuali di riciclato riportate nella circolare 4 agosto 2004, attuativa del DM 203/2003 sul Green Public Procurement, e alla norma UNI EN ISO 14021. Il disciplinare è pubblico; materiali e prodotti certificati sono riportati in un Repertorio aggiornato con cadenza annuale. Il marchio ha diverse valenze: le aziende che se ne dotano possono attestare l’effettivo contenuto di riciclato, le Pubbliche Amministrazioni sono certe di acquistare prodotti conformi ai criteri GPP, mentre i consumatori possono adottare, con cognizione, comportamenti ambientalmente virtuosi senza rischi di cadere nella trappola del greenwashing.

I marchi PSV sono più d’uno: c’è ne uno specifico per la plastica riciclata da raccolta differenziata (dal 30 al 100%) e uno che attesta l’utilizzo di scarti industriali (sfridi), sempre in percentuali dal 30 al 100%. C’è poi un marchio dedicato alle plastiche miste (PSV MixEco) e un altro specifico per materiali e oggetti destinati al contatto con alimenti (PSV Food); senza dimenticare PSV Bag, che certifica il contenuto e la rintracciabilità delle borse riutilizzabili, le uniche che possono ancora essere prodotte con plastica non compostabile.

 

Non solo plastiche

Molto simile per scopo e approccio è il marchio ReMade in Italy – anche questo accreditato, conforme al Codice Appalti e ai CAM – che attesta il contenuto in percentuale di riciclato e di sottoprodotti in un materiale o prodotto, non necessariamente in plastica. L’etichetta utilizza una classificazione con lettere, di facile leggibilità, per mostrare il contenuto di riciclato: da A+ (superiore al 98%) a C (minore del 30%), esplicitando, nei prodotti costituiti da materiali diversi, anche le percentuali dei singoli componenti. Questa informazione è cruciale quando le norme prescrivono limiti minimi di contenuto di riciclato riferiti solo a uno (o a più di uno) tra i componenti del prodotto e non al suo complesso, come ad esempio nel caso degli isolamenti termici, spesso accoppiati con altri materiali. L’etichetta evidenzia anche l’impatto ambientale derivante dall’impiego di materiale riciclato (post consumo o sfrido) in termini di riduzione dei consumi energetici e mancate emissioni di anidride carbonica, in questo caso non oggetto di verifica di parte terza, ma elaborate dagli esperti dell’Associazione ReMade in Italy.

Verso uno schema armonizzato

Per cercare di fornire un quadro di riferimento omogeneo a livello europeo sul contenuto di plastica riciclata, è stato costituito il consorzio PolyCert Europe, al quale aderisce anche EuPC, la federazione europea dei trasformatori di materie plastiche. Non si tratta di una certificazione a sé stante, ma di uno schema di conformità, di terza parte, che si prefigge di armonizzare a livello internazionale le metodologie di calcolo del contenuto di riciclato nei manufatti adottate dagli schemi di certificazione esistenti, come Plastica Seconda Vita in Italia, o RAL e Aenor all’estero. Intervento ritenuto necessario dai promotori del consorzio – Centexbel-VKC, centro di competenza belga sulle materie plastiche e i tessuti e Belgian Quality Association (BQA) – per garantire la conformità alle norme e ai regolamenti internazionali e stimolare in questo modo la transizione verso l’economia circolare. Non ancora operativo, PolyCert Europe consentirà alle aziende di verificare la rispondenza agli standard di qualità e garantire che i loro prodotti siano allineati alle specifiche del cliente, indipendentemente dal fatto che si utilizzino polimeri vergini o riciclati.

Ma quanto è riciclabile?

Un approccio diverso è alla base del marchio europeo RecyClass, sviluppato originariamente per valutare il grado di riciclabilità di ogni singolo imballaggio e, recentemente, esteso anche alla presenza di plastica riciclata, mediante lo schema Recycled Plastics Traceability Certification, basato sulla tracciabilità con “catena di custodia” (Chain of Custody ISO 22095) lungo la filiera, oltre che sullo standard EN 15353:2006. Introdotto nel 2014 dall’associazione dei riciclatori europei di materie plastiche, Plastics Recyclers Europe (PRE), RecyClass si basa su protocolli elaborati in funzione del tipo di packaging: ad oggi sono stati pubblicati i documenti relativi a contenitori rigidi in polipropilene e in polietilene ad alta densità, nonché ai film in polietilene.

Ogni protocollo descrive la metodologia standard per valutare la riciclabilità di una tipologia di prodotto in un ben determinato flusso di riciclo, indica le procedure da adottare per eseguire i test di laboratorio sulle diverse fasi di trattamento delle plastiche e i margini di miglioramento esistenti in termini di riciclabilità degli imballaggi. Lo scopo è evitare quanto più possibile una valutazione soggettiva e supportare i risultati con metodi scientifici, replicando in scala di laboratorio quanto avviene in un processo di riciclo, da rifiuto a prodotto finito. Vengono anche fornite linee guida per l’ecodesign (progettazione per il riciclo), accompagnate da un tool online che consente di valutare la prestazione ambientale di ogni specifica soluzione. Alla fine dell’iter di qualificazione, al packaging viene assegnata una lettera, dalla A (classe migliore) alla F (peggiore), in modo analogo a quanto avviene con le classi di efficienza energetica degli edifici o degli elettrodomestici. Non manca l’indicazione degli elementi che hanno concorso alla classificazione, per consentire di intervenire selettivamente al fine di migliorare la riciclabilità.

RecyClass si rivolge, in particolare, alle piccole e medie aziende manifatturiere che desiderano migliorare la sostenibilità, ma che non dispongono al loro interno di risorse specializzate nella progettazione sostenibile degli imballaggi, anche se questo strumento viene utilizzato non di rado da “big brand” e converter per valutare l’efficacia delle soluzioni adottate. È infatti possibile eseguire un’autovalutazione utilizzando la piattaforma online (www.recyclass.eu), con l’accortezza che per apporre il logo RecyClass sull’imballaggio valutato, con la relativa classe, occorre far prima asseverare l’analisi da un auditor certificato.

Made for Recycling, uno strumento per il packaging

Tra gli strumenti disponibili per valutare il livello di riciclabilità degli imballaggi destinati al largo consumo c’è Made for Recycling, supportato nel nostro paese da Interseroh Service Italia. L’approccio metodologico alla riciclabilità degli imballaggi a fine vita nelle diverse fasi (raccolta, selezione e riciclo) è stato messo a punto da Interseroh con il supporto dell’Istituto per l’Ambiente bifa di Augsburg (Germania) e poi testato da esperti del Fraunhofer Institute for Process Engineering and Packaging (Fraunhofer IVV).

Il risultato dell’audit è un report valutativo che identifica anche i punti deboli e il potenziale di miglioramento dell’imballaggio. L’iter è semplice: le aziende inviano a Interseroh un campione dell’imballaggio da valutare; questo viene sottoposto a un’analisi considerando l’intero processo di gestione del fine vita, dalla raccolta al riciclaggio. In base ai risultati, viene corredato da un marchio e da un attestato, insieme con una serie di raccomandazioni che puntano ad accrescere ulteriormente la riciclabilità. A distanza di qualche settimana viene eseguita una seconda analisi del packaging per verificare l’effettivo miglioramento delle perfomance ambientali.

Anche per i riciclatori

L’ultimo strumento di certificazione che esaminiamo è EuCertPlast, rivolto non agli utilizzatori, ma ai riciclatori di materie plastiche post consumo. Basato sullo standard EN 15343: 2007, questo schema consente alle aziende di riciclo di attestare la qualità dei processi e dei prodotti, secondo le migliori pratiche (Best Practice), oltre al rispetto delle leggi ambientali, degli standard europei e delle normative nazionali. Di riflesso ne beneficiano le imprese a monte e a valle, da chi trasforma il materiale rigenerato fino all’utilizzatore finale, grazie a un sistema di tracciabilità lungo la filiera, il tutto con un approccio armonizzato a livello europeo. In Italia, ad esempio, questa certificazione è riconosciuta da Corepla per valutare la qualità dei processi di riciclo di rifiuti plastici.

Promosso da EPRO, EuPC, Recovinyl e PRE (Plastics Recyclers Europe) – a cui si sono aggiunti di recente anche Petcore Europe, VinylPlus e APE (associazione delle plastiche per uso agricolo) – EuCertPlast copre oggi circa la metà della capacità di riciclo di plastiche a livello comunitario, ovvero 4,6 milioni di tonnellate annue di rifiuti plastici, risultato raggiunto grazie a una crescita del +27% messa a segno nel 2020 rispetto all’anno precedente. Circa un terzo degli impianti certificati si trova in Germania, seguita dall’Italia con il 12%, quindi da Olanda e Francia, rispettivamente con l’11% e il 10% delle capacità certificate. Per quanto concerne le famiglie polimeriche è il PET il polimero più qualificato, con circa la metà del totale.

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