Arburg italia supera i 50 milioni di fatturato

Nel 1956 Arburg avvia la produzione in serie di presse per stampaggio a iniezione. Pochi anni dopo, Sverital diventa partner ufficiale per la distribuzione in Italia. La crescita è inarrestabile, tanto che la casa madre nel 1993 decide di aprire una filiale a Peschiera Borromeo (Milano). Oggi, 25 anni dopo, il brand, con oltre 8.000 macchine installate, è leader per quote di mercato nel nostro Paese. Un ottimo risultato. E adesso Björn Norén, l’amministratore delegato che da sempre ha accompagnato la crescita di Arburg Italia, guarda al futuro.

Arburg Italia nasce dall’esperienza di Sverital. Quale l’eredità raccolta e quale il cambiamento?
La filiale ha ereditato il patrimonio di conoscenze di mio padre Borje (fondatore di Sverital, ndr), ma soprattutto del capitale umano che fino ad allora aveva gestito i rapporti con il costruttore di macchine tedesco e i clienti, permettendoci di partire nel migliore dei modi. Fino all’inizio degli anni Novanta il nostro giro d’affari si basava essenzialmente su presse idrauliche con forza di chiusura media inferiore a cento tonnellate, che ci hanno permesso di aggredire subito il comparto e di assestarci su numeri di vendita importanti. La piccola-media taglia è stata per molti anni il nostro core business, ma nel tempo – vista la progressiva richiesta di tonnellaggi sempre maggiori – ci siamo spostati su una gamma più ampia e su tecnologie più evolute, che oggi soddisfano un mercato effettivamente entrato nella logica Industria 4.0. È questo il presupposto su cui attualmente lavorano i 50 collaboratori della filiale, di cui 24 dedicati all’assistenza tecnica e 4 al supporto tecnologico. La rete commerciale rimane storicamente affidata a una serie di agenti esterni, supportati dal direttore vendite e da due area manager recentemente entrati a far parte della nostra squadra.

Un team prevalentemente tecnico, quindi. Si è rivelato adeguato ad affrontare l’ondata di ordini e di richieste tecnologiche generate dal Piano nazionale Impresa 4.0?
Siamo vivendo un presente importante, che conferma la tendenza più che positiva innescata l’anno scorso. E i numeri lo testimoniano: il fatturato 2017 si è attestato attorno a 42 milioni di euro, ma il giro d’affari sfiora i 50 milioni. Se pensiamo che fino a tre anni fa il valore si aggirava intorno a 30 milioni, ben si comprende che stiamo affrontando un periodo nel quale strutture pur solide e organizzate come la nostra faticano a far fronte agli ordinativi. Stiamo lavorando per assecondare questo percorso di crescita rafforzando il nostro staff, a partire da una rete di vendita ben strutturata e un service sempre in grado di rispondere alle diverse esigenze dei clienti, che in questi mesi si è ampliato ulteriormente con l’inserimento di due nuovi tecnici. Ritengo che uno dei nostri punti di forza sia proprio questa somma di fattori: anni di esperienza, collaboratori preparati ed esperti, un’immagine di serietà e solidità aziendale, testimoniata anche dal basso turnover del personale che da sempre ci contraddistingue. La parte difficile del nostro lavoro è riuscire a trovare una situazione di equilibrio tra un mercato che rispetto al 2009, quando commercializzavamo 200 macchine all’anno, è oggi di fatto raddoppiato.

La concorrenza dei costruttori asiatici rende molto interessante, e per certi aspetti ricca di incognite, la partita che tutti gli operatori dovranno giocare nei prossimi anni Björn Norén, amministratore delegato di Arburg Italia

Quali sono le differenze più profonde che riscontra sui mercati dopo quasi 60 anni di attività?
Quando, 25 anni fa, ho iniziato a svolgere questa professione, il mercato nazionale era caratterizzato da una schiacciante maggioranza di presse prodotte in Italia, che rappresentavano circa il 90% del parco installato. In questo scenario chi, come noi, commercializzava brand stranieri, si divideva il restante 10% delle quote. Una situazione che ha caratterizzato il contesto italiano fino alla metà degli anni Novanta, quando è iniziata una sempre più forte presenza di prodotti europei, oggi in netta prevalenza accanto a solidi costruttori locali ancora fortemente competitivi. Rispetto a questa situazione, si registra un’ulteriore evoluzione, con l’ingresso in Europa di diversi player orientali che stanno conquistando un loro spazio.

Ritiene pericolosa la concorrenza orientale?
Chiunque svolga questo lavoro in Europa è costretto a misurarsi già da diversi anni con realtà giapponesi, ma anche cinesi e coreane. Non amo focalizzare il ragionamento sugli aspetti qualitativi, quanto piuttosto sulle dimensioni aziendali e sui capitali a disposizione di molti gruppi, soprattutto cinesi, provenienti da un territorio che ha registrato una straordinaria fioritura di produttori. Si tratta di centinaia di aziende specializzate in presse, robot e attrezzature che, per dimensioni, numeri prodotti e capitali a disposizione inevitabilmente tentano o tenteranno di affacciarsi sui nostri mercati. Questa situazione, certamente fluida, rende molto interessante, e per certi aspetti ancora ricca di incognite, la partita che tutti gli operatori dovranno giocare nei prossimi anni.

Come affronta queste nuove sfida Arburg Italia?
Il nostro approccio al lavoro è sempre lo stesso. Ci piace presentarci come partner in grado di proporre non solo un prodotto “da vendere”, quanto come una realtà capace di offrire a ciascun cliente un contributo in termini di conoscenze, tecnologia e innovazione, abbinando queste qualità alla capacità di garantire flessibilità economico-finanziaria e un’assistenza puntuale e diretta. Tutti fattori che, per come è sempre stata improntata la nostra filosofia aziendale, portano a una qualità del rapporto a 360 gradi che riteniamo sia ancora in grado di fare la differenza.

Come evolve il rapporto con la casa madre di fronte a un’offerta di ausiliari e periferiche sempre più ampia e specializzata?
Storicamente, Arburg ha sempre preferito affidare alle proprie filiali locali lo sviluppo di soluzioni “chiavi in mano” – quindi non solo macchine ma isole di lavoro complete di ausiliari, periferiche, stampi e automazione – e ad esse ne ha demandata la gestione e la scelta autonoma dei partner con cui collaborare. In Italia ciò avviene mediante la sinergia con Sverital, con system integrator e certificatori seri e competenti. La scelta di contare su partner locali si rivela ideale in un contesto come quello italiano, che da un lato vede gli end user sempre alla ricerca di soluzioni personalizzate, e dall’altro la presenza di numerose realtà in grado di offrire prodotti tecnologicamente avanzati e certamente molto competitive rispetto, per esempio, alle soluzioni di automazione sviluppate all’estero. Un simile scenario, tra l’altro, permette alla filiale di evolversi e aggiornarsi continuamente anche dal punto di vista tecnico.
Questo modello, che per Arburg Italia è stato solo un’evoluzione naturale, dato che Sverital commercializzava robot e ausiliari fin di primi anni Ottanta, oggi comincia a essere replicato anche da altre realtà della concorrenza. Del resto, Arburg stessa tende ad avviare percorsi simili anche in altri Paesi europei.

Il modello italiano, quindi, è piaciuto alla casa madre tedesca?
La politica intrapresa dalla casa madre sulle attività delle filiali nei diversi paesi europei può essere suddivisa per livelli. Alla base di questo schema troviamo le realtà in grado di commercializzare la pressa e in qualche caso i relativi robot e accessori. A un livello successivo, la filiale contribuisce con un supporto diretto al cliente per ciò che concerne lo sviluppo dell’isola di lavoro. C’è poi un terzo step, entro il quale si può collocare la nostra realtà, che ci vede impegnati nello sviluppo di isole di lavoro complete, in qualche caso dotate anche dello stampo. All’ultimo stadio, concretamente attuato in pochissimi casi, è la filiale stessa a sviluppare all’interno delle proprie strutture un settore dedicato agli accessori in grado di lavorare a fianco della pressa.
Per quanto ci riguarda, ritengo la situazione in cui operiamo davvero favorevole, in quanto ci permette di dedicare particolare cura al supporto tecnologico, rendendoci innovativi e affidabili. Siamo forse gli unici, in Italia, in grado da anni di commercializzare e installare software applicativi, come il sistema ALS, che abbiamo venduto lo scorso anno in circa 50 esemplari, anche grazie al lavoro di quattro addetti dedicati a questo settore.

Le prossime sfide?
A breve inizieranno i lavori per il raddoppio della superficie che ospita la nostra sede, dopo il recente acquisto di un immobile contiguo alla struttura attuale. Ciò ci permetterà di razionalizzare gli uffici e disporre di nuovi spazi per showroom e aree dedicate ai collaudi e alle riparazioni. La nuova struttura ci aprirà opportunità rimaste finora limitate per questioni logistiche, che nelle nostre intenzioni renderanno l’azienda ancora più coerente con la sua filosofia di approccio al lavoro.
Pensando al mercato, non vedo grandi difficoltà. Arburg si è dimostrato un partner affidabile anche negli anni della recente crisi economica, durante la quale siamo riusciti non a caso ad acquisire importanti quote di mercato. Siamo un’azienda sana, con una reputazione solida, che non ha intenzione di cambiare l’approccio al mercato. Perché, dunque, non dovremmo avere le carte in regola per affrontare con successo anche il futuro?

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