Dalla formazione giuridica alla direzione strategica dell’azienda di famiglia: l’approccio economico-gestionale della CEO di Fimic per far crescere la sua impresa, difendere la filiera del riciclo europeo e scalare i mercati internazionali
di Nadia Anzani
Imprenditori non si nasce, si diventa. A volte per intuizione, altre per una scelta di campo maturata quando la vita sembrava aver già preso un’altra direzione. È la storia di Erica Canaia, CEO di Fimic, azienda di Carmignano di Brenta (Padova) che rappresenta un’eccellenza italiana nella progettazione di sistemi di filtrazione per il riciclo industriale della plastica.
Classe 1985, con una laurea in Giurisprudenza nel cassetto, a 28 anni capisce che la carriera forense non fa per lei. Decide così di varcare la soglia dell’impresa di famiglia – un’officina che al tempo contava due dipendenti e un fatturato di 600 mila euro – per prenderne in mano lo sviluppo commerciale.
Oggi, a distanza di 17 anni, Fimic è un player internazionale che ha chiuso il 2025 con 16 milioni di euro di fatturato e 60 dipendenti, puntando ai 20 milioni per la fine dell’anno in corso. Una svolta arrivata unendo la spinta globale di Erica al genio progettuale del padre Antonio.
«La nostra forza nasce dalla combinazione di competenze: la mente inventiva di mio padre e la mia predisposizione allo sviluppo del mercato», racconta Canaia, esponente della terza generazione di questa storia familiare, ai microfoni di Plastix.
La forza della comunicazione e della formazione

Entrata in azienda quando Fimic produceva solo sei macchine all’anno per il mercato nazionale, Erica ne coglie subito il potenziale inespresso. Le macchine paterne erano gioielli d’ingegneria che meritavano la platea globale.
Nel giro di un paio d’anni arrivano i primi successi oltreconfine e, con essi, le chiamate di colleghi in cerca di consigli per internazionalizzarsi. Da qui nasce la sua seconda vocazione: la comunicazione. Invece di limitarsi ai consueti canali istituzionali, sceglie LinkedIn per dialogare in modo diretto con il mondo imprenditoriale.
«C’era un enorme bisogno di confronto tra colleghi. Ho iniziato a condividere la mia visione e la vita d’impresa per creare un dialogo autentico: la vera ricchezza è imparare dalle esperienze altrui», precisa Erica Canaia.
La formazione, del resto, è il suo mantra. Nonostante i successi, Erica dedica ogni anno del tempo al proprio aggiornamento, muovendosi tra management, finanza ed economia circolare. Un’attitudine che trasmette ai suoi collaboratori e ai giovani, ma senza ricette rigide: «I percorsi standardizzati funzionano poco. Per far crescere le persone bisogna ascoltarle, capirne la sensibilità e cucire la formazione su misura. Solo così si conquista la loro fiducia», dice convinta.
Oltre la narrazione: i nodi del settore e l’incertezza europea

Trattare il tema della plastica e della sostenibilità richiede lucidità, specialmente in un momento storico dominato da narrazioni approssimative. Per Canaia, la priorità è fare chiarezza con dati oggettivi, contrastando la disinformazione che penalizza il comparto.
Il punto critico, oggi, sono le normative europee sugli imballaggi (tra cui il PPWR) e i criteri di Design for Recycling che, pur essendo essenziali, sono paralizzati dalla mancanza di atti esecutivi e di un quadro sanzionatorio nazionale chiaro. Con l’entrata in vigore nell’agosto di quest’anno, l’assenza di parametri tecnici definitivi sulla riciclabilità sta spingendo molte aziende a congelare investimenti milionari in nuove tecnologie per evitare rischi insostenibili.
Anziché unificare il mercato interno, questi ritardi hanno frammentato le politiche nazionali, spingendo un fronte di otto Paesi guidato dall’Italia a protestare a Bruxelles contro regole che rischiano di soffocare l’economia circolare.
Le conseguenze sono già evidenti: la chiusura di diverse imprese di riciclo italiane ha aperto la strada a importazioni di plastica riciclata a basso costo da Paesi extra-UE privi dei medesimi standard e tracciabilità. Questo paradosso economico mina l’intero sistema della raccolta differenziata e impone una tutela decisa del Made in Europe.
Valori umani e visione per il futuro

In un settore manifatturiero storicamente maschile, Canaia ha saputo imporre il proprio stile di leadership puntando su trasparenza, coerenza e valorizzazione delle competenze trasversali. In Fimic le cosiddette soft skill contano quanto le abilità tecniche.
«Le competenze hard si possono sempre apprendere, ma servono l’umiltà e la volontà di mettersi in gioco. In azienda cerchiamo persone capaci di ascoltare, comunicare e lavorare davvero in squadra».
È questo clima di ascolto reciproco – supportato da incontri annuali dedicati al benessere e alle aspirazioni dei lavoratori – e la presenza costante sul territorio a rendere l’azienda immune alla crisi del personale che colpisce molti settori.
Guardando avanti, il prossimo capitolo dell’impresa di Carmignano di Brenta non riguarda solo i volumi di vendita, che oggi superano le 60 macchine all’anno, ma la custodia del capitale umano.
«La sfida più complessa, nel mercato attuale, è continuare a crescere insieme alle persone che hanno costruito con noi questo percorso. Restare centrati sui nostri valori e condividere i risultati con la squadra è l’unica vera strategia per continuare a competere nel tempo», chiosa l’imprenditrice.




