Esplorando i polimeri: gli elastomeri termoplastici

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Come i TPE superano i limiti della gomma tradizionale grazie a cicli rapidi, al recupero degli sfridi e a soluzioni avanzate di sovrastampaggio

di Giovanni Lucchetta, Università di Padova

Quando si parla di gomma, si pensa subito a componenti morbidi, elastici e capaci di smorzare urti e vibrazioni. Nella pratica industriale, però, quel comportamento elastomerico è spesso richiesto insieme a una trasformazione rapida e ripetibile, tipica dei polimeri termoplastici.

Fig. 1 – Classificazione dei TPE e principali famiglie

È qui che entrano in gioco gli elastomeri termoplastici (TPE): materiali che, a temperatura di esercizio, si comportano come elastomeri, ma che in lavorazione possono essere fusi e trasformati con tecnologie convenzionali, in particolare stampaggio a iniezione ed estrusione.

L’interesse per i TPE nasce quindi da un equilibrio molto concreto: cicli di produzione più rapidi rispetto alle gomme vulcanizzate, possibilità di recuperare gli sfridi e i canali di alimentazione e, soprattutto, nuove opportunità progettuali, come l’integrazione di funzioni “soft” (presa, tenuta, smorzamento, protezione) direttamente sul pezzo rigido, tramite sovrastampaggio.

Il punto chiave è che la sigla TPE non indica un singolo materiale, ma un insieme di famiglie chimiche diverse, ciascuna con punti di forza e limiti specifici: per orientarsi, conviene partire da una mappa di classificazione.

La figura 1 aiuta a leggere correttamente le sigle: nei TPE l’ultima lettera identifica la famiglia. “S” indica i TPE stirenici (TPS), basati su copolimeri a blocchi; “O” i TPE olefinici (TPO), in genere leghe poliolefiniche con fase elastomerica; “U” i TPE poliuretanici (TPU), noti per resistenza all’abrasione e ampia modulabilità; “V” i vulcanizzati termoplastici (TPV), cioè sistemi in cui la fase gomma è reticolata durante la miscelazione; “A” i TPE poliammidici (TPE-A/PEBA), utili quando servono leggerezza e prestazioni dinamiche; “C” i TPE copoliesteri (TPC, spesso indicati anche come TPE-E o COPE), apprezzati per buona tenuta meccanica e resilienza; “Z” raccoglie famiglie speciali o non riconducibili alle precedenti.

Comportamento elastomerico e termoplastico

Fig. 2 – Confronto tra (A) gomma vulcanizzata e (B) TPE: nella gomma la rete è formata da reticolazioni Sx (ponti di zolfo tra le catene, permanenti), mentre nei TPE la rete è mantenuta da domini di polistirene che fungono da ancoraggi fisici reversibili

La differenza tra un elastomero termoindurente (la gomma tradizionale) e un elastomero termoplastico non è semplicemente il grado di morbidezza, ma la maniera in cui la sua elasticità viene mantenuta. Nelle gomme vulcanizzate l’elasticità deriva da una reticolazione chimica: durante la vulcanizzazione si formano legami permanenti tra le catene polimeriche, creando una rete stabile che impedisce lo scorrimento. Il materiale si deforma e recupera, ma non può rifondere.

Nei TPE, invece, la funzione di rete è affidata a ancoraggi fisici reversibili: domini rigidi o fasi termoplastiche che tengono insieme la parte elastomerica alla temperatura di esercizio e che, al crescere della temperatura, possono indebolirsi fino a spegnersi. È questo il cuore della doppia natura del materiale (vedi figura 2): a freddo la rete fisica è attiva e il comportamento è elastomerico; a caldo la rete perde efficacia e il materiale torna a scorrere come una resina termoplastica, diventando trasformabile.

La stessa reversibilità, però, comporta un aspetto progettuale essenziale: un TPE è un materiale viscoelastico, cioè ha memoria della deformazione subita (comportamento elastico), ma, con il tempo, tende a dimenticarla (rilassamento viscoso). In pratica, se lo sforzo è mantenuto, le catene trovano lentamente nuovi assetti e il pezzo può deformarsi progressivamente o perdere tensione.

Qui entrano in gioco due termini che conviene chiarire. Il creep (scorrimento viscoso) è la deformazione che aumenta nel tempo quando lo sforzo resta costante: per esempio, un supporto che, sotto carico continuo, si deforma lentamente.

Il compression set (compressione permanente) indica invece quanto un materiale non riesce a recuperare dopo essere rimasto compresso (figura 3): una guarnizione può non tornare allo spessore iniziale, riducendo così la tenuta. Sono fenomeni normali nei polimeri viscoelastici, ma diventano critici quando il componente opera a caldo o deve mantenere una tensione nel tempo.

Il vero compromesso nel passaggio dalla gomma vulcanizzata al TPE riguarda proprio il limite termico della rete. Nelle gomme, i legami chimici restano attivi anche a temperature elevate (entro i limiti di degradazione del materiale), per cui la rete mantiene bene la forma. Nei TPE, invece, la rete fisica dipende da una fase rigida che, a un certo punto, rammollisce o fonde.

Fig. 3 – Prova di compression set: il provino viene compresso per un tempo definito e poi rilasciato; lo spessore dopo il recupero quantifica la deformazione permanente

Qui è utile distinguere: nei TPE amorfi (tipicamente i TPS, stirenici) la soglia pratica è legata alla temperatura di transizione vetrosa (Tg) della fase rigida; nei TPE semicristallini (ad esempio TPC/COPE o TPA/PEBA) il limite è più spesso associato alla temperatura di fusione (Tm) della fase cristallina che funge da ancoraggio. Superata quella soglia, la rete perde coesione e il materiale tende a rammollire rapidamente.

Esiste però una famiglia che fa da ponte tra i due mondi: i TPV (vulcanizzati termoplastici). Sono costituiti da particelle di gomma già reticolata chimicamente disperse in una matrice termoplastica. La matrice consente la trasformazione reversibile tipica dei termoplastici, mentre la fase di gomma vulcanizzata migliora in modo significativo la tenuta elastica, spesso con un compression set superiore a quello di molti altri TPE. Non eliminano il limite termico della matrice, ma rappresentano una soluzione molto efficace quando la principale richiesta è mantenere nel tempo una tenuta in condizioni più severe.

Durezza e finestra prestazionale

Una volta chiarite le famiglie, il modo più rapido per capire un TPE è osservarne la durezza, perché condensa in un numero una parte importante del comportamento percepito e funzionale. Nel settore si usano soprattutto le scale Shore A e Shore D. La Shore A è pensata per i materiali morbidi, tipicamente elastomerici: è la scala con cui si descrivono i gradi da soft-touch, le guarnizioni e i materiali da presa. La Shore D è invece più adatta a materiali più rigidi, che si avvicinano ai termoplastici: è la scala con cui si inquadrano TPE più duri, adatti a componenti semistrutturali o a inserti con maggiore capacità portante.

Fig. 4 – Intervalli indicativi di durezza per le principali famiglie di TPE e confronto con gli intervalli tipici delle gomme e delle plastiche sulle scale Shore A e Shore D

La figura 4 mostra bene come i TPE coprano un ampio intervallo di durezze, che può spaziare da un comportamento quasi gommoso a materiali che si avvicinano alle plastiche rigide.

La durezza non è solo una sensazione tattile: è la misura della resistenza alla penetrazione, e quindi non coincide con la rigidità in senso stretto. Tuttavia, nella pratica progettuale, è un indicatore molto utile perché tende a correlarsi con la capacità del materiale di resistere alla deformazione elastica. In prima approssimazione, all’aumentare del valore Shore aumenta generalmente il modulo elastico e diminuisce la deformazione sotto carico: un TPE più duro cede meno e sostiene meglio la geometria.

I gradi a bassa durezza sono quindi ideali quando conta l’adattabilità: seguono le superfici, smorzano urti e vibrazioni e offrono grip, per esempio nelle impugnature, nelle protezioni antiurto e antivibranti e nelle guarnizioni a bassa pressione. Al contrario, i TPE ad alta durezza garantiscono una maggiore stabilità dimensionale e una migliore resistenza all’usura superficiale, risultando adatti a inserti funzionali, bordi di protezione, appoggi e componenti che devono sostenere carichi senza diventare fragili.

È importante, però, non fermarsi alla durezza, perché due materiali con Shore simile possono comportarsi in modo molto diverso nel tempo e a diverse temperature. In generale, la durezza è una scorciatoia preziosa per collocare un TPE nella sua finestra prestazionale e per una prima selezione, ma la scelta finale va completata con i parametri che governano la prestazione nel tempo: temperatura reale d’esercizio, durata del carico e requisiti di recupero elastico e di stabilità dimensionale.

Criteri di scelta e progettazione

Fig. 5 – Guscio di un battery pack realizzato mediante stampaggio a iniezione bicomponente (hard-soft) su supporto in PA con TPE; il sovrastampaggio in TPE assicura l’assorbimento d’urto e la protezione dei bordi

Il primo criterio è la temperatura di esercizio effettiva, ma soprattutto il tempo trascorso a quella temperatura. In pratica, un componente soggetto a brevi picchi può comportarsi in modo accettabile, mentre lo stesso materiale può risultare inadeguato se deve mantenere una tensione o una geometria per molte ore a caldo. Qui diventano centrali le prove e i dati sul compression set e sul comportamento sotto carico in temperatura, perché è lì che si misura la differenza tra un elastomero che tiene e uno che, gradualmente, si rilassa.

Per le applicazioni di tenuta è utile considerare anche lo stress relaxation, cioè la perdita di tensione nel tempo a deformazione costante: è un parametro diverso dal compression set e può essere determinante quando ciò che conta è mantenere la pressione di contatto.

Il secondo criterio è l’ambiente di servizio. Oli e grassi possono causare rigonfiamenti e variazioni di durezza; acqua e umidità possono influenzare la stabilità e l’adesione nelle soluzioni hard-soft; UV e agenti atmosferici possono cambiare il colore e il tatto superficiale, con effetti pratici sulla percezione e sulla durabilità. Non basta la compatibilità chimica nominale, perché la temperatura e il tempo amplificano ogni interazione. In molte applicazioni i problemi derivano dalla combinazione tra un ambiente moderatamente aggressivo e uno stato di sollecitazione continuo (compressione o flessione).

Il terzo criterio riguarda la funzione elastomerica richiesta. Morbido può voler dire tre cose diverse: smorzare e assorbire energia (antivibranti e protezioni), garantire presa e comfort (grip e soft-touch), oppure assicurare una forza di contatto nel tempo (tenute e guarnizioni).

Nel primo caso contano la resilienza, l’isteresi e il comportamento dinamico: un materiale con bassa resilienza tende ad assorbire meglio urti e vibrazioni, mentre uno più resiliente restituisce più energia ed è più adatto a componenti reattivi. Nel secondo, diventano importanti il tatto, l’attrito, la resistenza all’usura e la non appiccicosità; nel terzo, il parametro guida è spesso la compressione permanente. In altre parole, la stessa durezza può essere adeguata per un’impugnatura, ma insufficiente per una guarnizione, se compression set e stress relaxation non sono coerenti con la temperatura e il tempo di servizio.

Un quarto criterio, spesso decisivo, è l’integrazione hard-soft. Il sovrastampaggio non è solo una scelta estetica: è un modo per eliminare assemblaggi, portare funzioni di tenuta e protezione direttamente sul pezzo e controllare meglio la ripetibilità. Ma l’adesione non si improvvisa. Dipende dalla compatibilità tra le due resine, dalla finestra di processo e dal design della zona di contatto: temperature del fuso e dello stampo, pressioni di mantenimento e di riempimento coerenti, superfici di contatto più ampie possibile e, quando serve, texture e ancoraggi meccanici.

Fig. 6 – Spazzolino con sovrastampaggio dell’interruttore e delle superfici soft-touch: materiale TPE (TPS) sovrastampato su PP per ottenere grip e comfort, mantenendo elevata resistenza meccanica e ampie possibilità di colorazione

In questa architettura va considerato anche il ritiro differenziale tra il supporto rigido e il TPE. Se non gestito con geometrie, spessori e condizioni di raffreddamento adeguati, può comportare distorsioni del pezzo finito. Anche il modo in cui si valuta l’adesione rientra nel progetto. Prove dedicate, come il peel test, aiutano a distinguere un distacco adesivo da una rottura coesiva del TPE e, di conseguenza, a capire se il limite è chimico, geometrico o di processo.

Infine, ci sono i requisiti di contesto, che spesso restringono la scelta più di quanto si pensi: comportamento alla fiamma, norme automotive, contatto con alimenti, requisiti medicali e biocompatibilità. Sono vincoli che conviene applicare presto, perché determinano non solo la famiglia, ma anche il tipo di formulazione e, talvolta, la strategia di sovrastampaggio.

(Articolo tratto dalla rivista Plastix di aprile 2026)


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