Voglia di “Home 4.0”

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L’automazione ha cambiato la fabbrica, rubato e ridato un lavoro. ma sarà in grado di migliorare davvero la nostra vita?

Ogni grande trasformazione tecnologica è dilaniata dal gioco degli opposti. Molto più spesso, però, a prevalere sull’euforia è il catastrofismo, trainato dall’atavica paura dell’uomo di essere soppiantato dalla “macchina”. E dalla prima rivoluzione industriale a oggi – l’Era di Industria 4.0 – non è cambiato niente: la “spinning Jenny” incuteva lo stesso timore che robot, macchine intelligenti e sistemi interconnessi suscitano ai moderni operatori della fabbrica. Ora come allora il sentimento comune sopravvaluta gli effetti della tecnologia nel breve termine e sottovaluta – o trascura? – l’influenza nel lungo temine. Credo che a scatenare questa dinamica sia il terrore della perdita del posto di lavoro e della tranquillità associata. E le opinioni sul tema, peraltro supportate da studi di settore, veicolate cavalcando l’onda pessimistica non contribuiscono certo a tranquillizzare gli animi.

Una delle ricerche più allarmistiche è quella dei ricercatori dell’Oxford Martin School – “Technology at Work v2.0: The Future Is Not What It Used to Be” – secondo la quale nei prossimi vent’anni l’automazione metterà a rischio il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti e il 57% nei Paesi Ocse, valore medio dal quale si stacca nettamente la Gran Bretagna (35%), orientata più ai servizi che al manifatturiero. La tesi è suffragata anche da Future Jobs che, al World Economic Forum 2016, ha previsto una perdita netta di oltre 7 milioni di posti lavoro compensati solo parzialmente dall’impatto della nuova rivoluzione industriale, che creerà circa 2 milioni di nuove occupazioni. L’elenco delle previsioni di una futura apocalisse potrebbe allungarsi, ma fermiamoci qui.

Una nota positiva arriva dallo studio “Racing With or Against the Machine? Evidence from Europe” di Terry Gregory et al. dell’istituto tedesco ZEW. La loro analisi, basandosi su presupposti agli antipodi, delinea due possibili scenari. Nel primo, che ipotizza il totale reinvestimento in Europa degli utili prodotti dalla tecnologia, l’automazione crea un saldo positivo di 11,6 milioni di posti di lavoro, a fronte della distruzione di 9,6 milioni di lavori routinari. Nel secondo, che assume l’intero investimento degli utili all’estero, il saldo è di “soli” 1,9 milioni di posti di lavoro. Ma quali sono le ragioni di una simile discrepanza? In un’intervista rilasciata a Riccardo Oldani, Gregory sostiene che i benefici della tecnologia siano strettamente dipendenti da chi controlla il capitale. Dunque, a vincere sulla macchina è l’uomo che, servendosi di tecnologia e competenze, sa rendere le fabbriche sempre più produttive.

Significa allora che possiamo stare tranquilli? No. «Oggi la produttività è più alta che mai, ma sempre meno persone hanno un lavoro. È il grande scollamento della produttività dall’occupazione, della ricchezza dal lavoro», sostiene Erik Brynjolfsson, coautore del libro “Race Against the Machine”. «La tecnologia avanza rapidamente, ma lascia indietro sempre più persone». È quanto sta accadendo nel manifatturiero, ma anche nel software, servizi e commercio: il bancomat ha sostituito l’impiegato e l’acquisto in rete il commesso. La verità è che nelle mansioni routinarie stiamo perdendo la competizione con la macchina. «Come possiamo creare una prosperità condivisa?» si chiede Brynjolfsson. «Invece di competere con le macchine, dobbiamo imparare a competere insieme a loro: è la nostra grande sfida».

La tecnologia ha già la risposta: i robot collaborativi (cobot), pensati per affiancare i colleghi in carne e ossa, rendendo meno gravose le mansioni ripetitive e usuranti, e lasciando il tempo per migliorare le proprie competenze. Le statistiche ci dicono che, nei Paesi occidentali, l’età è in aumento e che la forza lavoro sarà sempre meno in grado di svolgere compiti faticosi. L’evidenza ci dice che i giovani sono sempre meno disposti ad accollarsi lavori pesanti e noiosi, da catena di montaggio fisica e intellettuale. Dobbiamo pensare ai cobot come dei nemici?

Negli ultimi 250 anni la tecnologia ha distrutto posti di lavoro per crearne di nuovi, diversi e sostanzialmente migliori. Pensando a lungo termine vedo un futuro privo dell’automazione sufficiente a migliorare la nostra vita e sono preoccupata. Sto invecchiando e tra dieci anni non mi dispiacerebbe possedere un cobot che mi aiuti a riordinare la casa, stirare la biancheria… Chissà se sarà possibile. Ma, come sosteneva Arthur C. Clarke, un famoso scrittore di fantascienza degli anni ‘50, qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

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