La semplice arte della confusione

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Vera Brandes non avrebbe mai immaginato che il 24 gennaio 1975 sarebbe stato uno dei giorni più emozionanti della sua vita. A 17 anni, Vera era la più giovane promoter di concerti tedesca: una ragazza in gamba, che aveva convinto il Teatro dell’Opera di Colonia a ospitare Keith Jarrett per un’esibizione jazz. L’artista avrebbe suonato davanti a 1.400 spettatori totalmente improvvisando, senza prove, senza spartito e senza scaletta.

Ma quella serata del 1975 non partì sotto i migliori auspici. C’era stato un errore: il teatro aveva procurato il pianoforte sbagliato, per giunta stonato e scassato. Era talmente inadeguato che, nonostante le ore trascorse ad accordarlo, Jarrett si rifiutò di esibirsi. Una catastrofe. Ma la giovane Vera non si perse d’animo e provò a persuadere l’artista a tenere il concerto lo stesso. Fu talmente convincente che riuscì. E questo è il primo miracolo.

La leggenda vuole che Jarrett le abbia detto: «Non dimenticarlo. È solo per te che lo faccio!».

Il musicista suonò. E scatenò la sua fantasia compositiva, sfruttando tutte le potenzialità di quel misero pianoforte, dando il meglio. In pochi istanti fu chiaro a chiunque fosse in teatro che stava accadendo qualcosa di magico. E questo è il secondo miracolo. Il pubblico andò in delirio. Quella musica ebbe un grande successo e ancora oggi ne ha: con oltre 3,5 milioni di copie, la registrazione del Köln Concert è uno dei dischi jazz più venduti di sempre.

Un gran bel risultato. Proviamo a trarne ispirazione. Keith Jarrett, sebbene al primo impatto con la difficoltà fosse tentato di desistere, ha affrontato una situazione che si annunciava un disastro e l’ha risolta più che brillantemente. Credo che nessuno di noi, se gli venisse chiesto di dare il meglio con strumenti pessimi vorrebbe tentare. Perché affrontare ostacoli non necessari? Jarrett ha cambiato idea e ha dimostrato che dalle difficoltà possono nascere vantaggi inaspettati. I fatti ci dicono che non ha sbagliato. La psicologia cognitiva e sociale – ma anche quella spicciola – sono piene di esempi che portano alla stessa conclusione. Così come la teoria della complessità e la musica, per restare in tema.

Pensiamo a Brian Eno. Nella sua carriera ha contribuito all’uscita di molti album di successo di grandi artisti, tra cui David Bowie, gli U2, i Coldplay… Come ci è riuscito? Li ha disturbati imponendogli di suonare un “pianoforte insuonabile”. E l’ha fatto con un metodo tutto suo – Oblique Strategies – messo a punto insieme a Peter Schmidt. Materialmente è un mazzo di carte con delle frasi enigmatiche, nate per trarre dall’impaccio creativo i musicisti, ma chiunque può utilizzarlo per stimolare il pensiero laterale, cioè la capacità di risolvere i problemi guardandoli da angolazioni insolite, fuori dai confini entro cui la mente tende a circoscrivere l’area che contiene le soluzioni. L’approccio essenziale per affrontare il blocco creativo.

La stessa logica è applicabile alla risoluzione di problemi complessi. Per esempio, realizzare un dispositivo sofisticato con una funzione critica. Le variabili da considerare sono moltissime: forma e dimensioni, materiali, condizioni di processo, eventuali lavorazioni secondarie… Per risolvere tutti questi problemi di solito si segue un percorso per fasi successive: il prototipo viene modificato, testato, migliorato e poi testato ancora fino ad arrivare al risultato ottimale. È indubbiamente un buon modo di procedere, ma – per seguire la logica di Eno – aggiungere un pizzico di confusione all’inizio del processo potrebbe accelerarlo.

Prima di essere carte, le frasi di Eno erano scritte su un elenco appeso al muro. Ma il metodo non aveva successo: scorrendo l’elenco, gli occhi si fermavano sempre sulla soluzione che al momento sembrava la meno problematica. Procedere per livelli successivi è come scorrere l’elenco: spesso si finisce in un vicolo cieco, qualche volta si arriva a una buona soluzione, quasi mai a quella geniale. E così, procedendo senza rischi, i risultati sono poco innovativi, i ricavi marginali… È la via che molti scelgono in questi anni difficili per cercare di limitare i danni. Mi domando cosa potrebbe accadere se – almeno qualche volta – provassimo a seguire la strategia del “piano insuonabile”. Forse ritroveremmo la creatività e la passione, e sprizzando entusiasmo qualcuno – come Keith Jarret con Vera Brandes – si fiderà delle nostre idee, perché crederà in noi e nelle nostre capacità.

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