La rivoluzione “imperfetta”

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boniardi_webQualcuno ha definito la stampa 3D la terza rivoluzione industriale. Forse perché il mercato delle stampanti è in forte ascesa, oppure per l’entusiasmo della tribù dei makers, il movimento inarrestabile che la segue con un’euforia tale da averla portata all’orecchio dei media. Tutte ragioni plausibili, ma pensando al capovolgimento delle sorti dell’economia statunitense provocato dallo shale gas – anch’esso definito terza rivoluzione industriale – ho qualche difficoltà a immaginare la tecnologia che sta avanzando al grido del “do by yourself” come una vera e propria rivoluzione industriale. Indubbiamente è un fenomeno importante, che sarebbe sbagliato trascurare, ma una rivoluzione è un evento che stravolge la vita di tutti i giorni, l’economia, l’industria… La stampa 3D riuscirà a fare tutto questo?

Basta digitare su un qualunque motore di ricerca le parole stampa 3D e terza rivoluzione industriale per trovare analisi più o meno accurate del fenomeno, che evidenziano analogie e differenze con le due rivoluzioni precedenti. Rivoluzionare significa trasformare in modo radicale. E in un certo senso il 3D printing lo fa: la filosofia di produzione è completamente diversa da quella tradizionale. Vuoi un oggetto? Puoi realizzarlo, esattamente come è nella tua mente, anche da solo e senza il bisogno di una filiera industriale.
Proviamo a ipotizzare che questo fenomeno cresca fino a far diventare la stampa 3D un reale mainstream. Una tale ascesa svincolerebbe la produzione dalla dimensione industriale calandola in quella artigianale, in una bottega dove il cliente e il produttore si confondono in uno scambio continuo di idee. Una bottega altamente specializzata, perché per fabbricare manufatti con requisiti ben precisi e definiti, attraverso una tecnologia evoluta come la stampa 3D occorrono professionalità specializzate – designer, architetti, progettisti 3D, formulatori di nuovi materiali – più facilmente reperibili nei Paesi ad alta scolarizzazione. E tutto questo non vi sembra che conduca all’esatto contrario della delocalizzazione? Ma perché accada – se mai accadrà – sono necessari ancora molti anni. Preferisco quindi pensare al fenomeno del 3D printing come a una rivoluzione culturale. E per almeno un paio di motivi.

Primo. La logica che guida il mondo dei makers, cioè l’open source dei software utilizzati. Sulla rivoluzionarietà di questa filosofia non esiste alcun dubbio, dato che mette in crisi il concetto di copyright. Si fonda, infatti, sul presupposto che si possa spendere il proprio tempo per creare qualcosa (un software libero o una pagina di Wikipedia, la più grande enciclopedia della storia) con la consapevolezza che, se tutti fanno altrettanto, lo sforzo di ognuno è trascurabile in confronto al beneficio che ne deriva.
Secondo. Le attrezzature utilizzate dai makers non permettono ancora di realizzare manufatti con le stesse caratteristiche prestazionali ed estetiche di quelli ottenuti con le tecniche di produzione di massa, anche se – è inevitabile – le diverse tecnologie finiranno per accorciare le distanze. È solo una questione di tempo. Ma non è questo il punto, perché i pezzi imperfetti nati dal 3D printing possono aprirci a un’idea diversa del difetto, spingendoci a considerarlo stimolante soprattutto nel campo delle arti o del design, agendo da propulsore alla creatività. In ambito industriale la sfida è già stata accolta con il fine di realizzare oggetti inconsueti e provocatori, dei pezzi unici, e quindi con un valore ben più elevato di quelli seriali.

Ma non è solo un fatto economico, perché l’elogio del difetto ci apre a un’altra visione degli oggetti di uso quotidiano, quella dell’affezione. “Quel” pezzo in plastica – la nostra sedia, i nostri occhiali… –, ormai consumato dal tempo, è nostro e abbiamo imparato ad amarlo, con tutti i suoi difetti. È l’approccio del wabi sabi descritto da Marinella Levi nel suo libro “Il valore dell’imperfezione”. Una logica che porta a scoprire il valore del tempo, un valore di cui oggi gli oggetti in plastica – per disattenzione o per cultura – sono quasi del tutto privi e che dovrebbero recuperare.

Guarda la video intervista a Marinella Levi, professore ordinario al Politecnico di Milano e responsabile di +Lab

 

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