Italo Carfagnini: spiega perché si è dimesso da Celanese

0
174

A pochi mesi dalla cessione di SO.F.TER. al gruppo statunitense Celanese, il fondatore della realtà forlivese Italo Carfagnini ha abbandonato definitivamente l’azienda dimettendosi da ogni carica. Ecco il punto di vista a 360 gradi di uno degli artefici delle fortune del settore compounding in Italia

Italo Carfagnini: ecco perché ho lasciato Celanese

Con alle spalle una storia personale e una carriera imprenditoriale come la sua, Italo Carfagnini possiede certamente tutte le caratteristiche per osservare il settore delle materie plastiche da un punto di vista privilegiato. Quasi mezzo secolo di attività, culminata a partire dagli anni Ottanta con la creazione e la crescita del Gruppo SO.F.TER., diventato uno dei punti riferimento mondiali del compounding, ne fa un osservatore autorevole su molti aspetti strutturali: dall’andamento congiunturale all’evoluzione dei mercati e delle strategie aziendali. Anche per questo, la notizia della cessione della “sua” SO.F.TER. al gruppo chimico texano Celanese nell’ottobre 2016 ha fatto molto discutere. Così come ancor di più si sta parlando della sua scelta più recente, cioè di lasciare definitivamente l’azienda da lui fondata, dimettendosi dalla carica di presidente emerito, a suo tempo concordata con il nuovo management.

Partiamo proprio da questo passaggio, che ha certamente spiazzato molti addetti ai lavori. Quali sono i motivi che l’hanno portata ad assumere questa decisione?
È stata, come si potrà bene immaginare, una decisione sofferta e difficile. SO.F.TER. è l’azienda che ho fatto nascere, seguito direttamente e visto crescere in tutti questi anni. Con essa ho identificato la gran parte della mia attività professionale e imprenditoriale, oltre quella della mia famiglia e dei miei collaboratori. Credo sia proprio questo legame “viscerale” ad avermi portato a questa scelta, in quanto fin dai primi mesi seguiti alla cessione del Gruppo sono sorte le prime divergenze con le strategie e i metodi di impostazione della conduzione aziendale introdotti dalla nuova proprietà e dal relativo management. Non c’erano, insomma, i presupposti per continuare un rapporto all’interno di una realtà aziendale che non sentivo più “mia”.
Oltre a me, ha lasciato l’azienda anche Riccardo Meucci, direttore commerciale e socio di minoranza, e al momento hanno presentato le dimissioni l’amministratore delegato e socio di minoranza Stefano Zocca, il direttore amministrativo Walter Rizzo e altre figure professionali con cariche non istituzionali, ma non meno importanti nella struttura.

Facciamo un passo indietro. Quali sono stati i motivi che l’avevano portata ad accettare l’offerta per la cessione di SO.F.TER.?
Credo sia innanzitutto corretto precisare che non ci trovavamo nelle circostanze di passare la mano a tutti i costi. Non cercavamo un acquirente ed è stata Celanese Corporation a presentarsi con un’offerta economica importante. La cessione è quindi maturata a seguito di una serie di condizioni favorevoli che, ho pensato, avrebbero permesso alla mia azienda di continuare il suo percorso di crescita – sia produttivo sia occupazionale – a garanzia innanzitutto di tutti i collaboratori che in questi anni hanno lavorato per rendere l’azienda uno dei primi compounder indipendenti al mondo.

“L’Italia è ancora capace, a pieno titolo, di presentarsi come la capitale del compounding nel mondo”
Italo Carfagnini

L’operazione è avvenuta in un contesto di grandi cambiamenti per il settore…
Negli ultimi anni, anche e soprattutto per gli effetti della crisi economica, abbiamo assistito a una forte selezione tra gli attori presenti, in termini sia di presenza sia soprattutto di qualità dell’offerta. Alcune imprese sono però riuscite a rafforzarsi, continuando a investire per supportare la propria competitività, in primo luogo concentrandosi sulle innovazioni di prodotto e contemporaneamente lavorando attivamente per diversificare i mercati in cui proporlo. L’esperienza di SO.F.TER. è inquadrabile in questo modello.
La liquidità accumulata con la crescita è stata costantemente investita a supporto della ricerca di nuovi prodotti e mercati, e i risultati ottenuti dimostrano la bontà di questa scelta, che ci aveva portati a poter vantare il portafoglio prodotti più completo e diversificato del settore. Se inizialmente il 70 per cento del nostro fatturato veniva realizzato nel mercato interno, la condizione è oggi diametralmente opposta, con il 70-80 per cento dello stesso rappresentato alle esportazioni.

Nel frattempo lo scenario è profondamente cambiato…
Si tratta di una trasformazione per certi aspetti irreversibile e tuttora in corso. In molti casi questo mutamento di condizioni nel mercato del compounding si è tradotto nel progressivo ridursi della presenza di aziende locali a vantaggio di grandi realtà maggiormente consolidate. Ciò ha inevitabilmente portato alla progressiva riduzione della presenza delle famiglie italiane in grado di controllare le proprie aziende e che, per molti aspetti, hanno scritto la storia del settore in Italia e in Europa. Il recente passaggio di proprietà di SO.F.TER. non è un caso isolato (si pensi a Nilit e API Plastic, NdR), e la tendenza alle acquisizioni da parte di grandi gruppi esteri, in particolar modo statunitensi e cinesi, è ancora in atto.

A parte nella solidità economica e nelle dimensioni aziendali, quali sono i cambiamenti più significativi in termini di strategie di approccio ai mercati?
A mio giudizio molti tra questi grandi attori, dotati di solidità finanziaria e soprattutto di grande liquidità utilizzabile per investire, approcciano le nostre aziende mossi soprattutto dal desiderio di consolidare la propria presenza in Europa. Spesso, come è stato il caso di SO.F.TER., si tratta di gruppi con importante presenza nel settore chimico, che nel segmento del compounding si contraddistinguono per la capacità di proporre un’offerta essenzialmente quantitativa, per la quale non sono necessarie né grande specializzazione, né un vasto portafoglio di prodotti. Operazioni come quella effettuata con SO.F.TER. vanno considerate quindi alla stregua di una vera e propria chiave di volta per aumentare presenza e competitività nel Vecchio Continente, potendo gestire e offrire al mercato una gamma complementare a quella originale e quindi veramente completa.

Come è stato possibile, in questi anni, condurre un Gruppo in grado di ricavarsi un ruolo importante nel settore?
Impossibile rispondere senza guardare fino in fondo alla mia storia personale di imprenditore. Ho sempre gestito la mia azienda con entusiasmo, costruendo giorno per giorno rapporti seri con i fornitori e i clienti vecchi e nuovi e, soprattutto, non avendo timore di cercarli anche all’estero quando si presentavano opportunità interessanti. Siamo arrivati a possedere la capacità di esportare anche in Cina, grazie a un lavoro di ottimizzazione della catena dei trasporti e della logistica. Il tutto, potendo contare non sui grandi numeri, ma al contrario su una struttura snella e dinamica e soprattutto razionalizzando al massimo la gestione delle risorse produttive e umane a disposizione.

Cosa risponde a chi sostiene che per gli imprenditori italiani è sempre più difficile lavorare nel proprio Paese?
Certamente ci sono condizioni strutturali non sempre favorevoli a chi fa impresa. Ma, almeno finora, siamo riusciti a lavorare per smentire queste pre-condizioni. Fin da quando ho intrapreso questo percorso, il mio unico timore è sempre stato di trovarmi senza l’opportuna capacità di affrontare e risolvere i problemi finanziari che di volta in volta si sarebbero manifestati, come regolarmente accade a qualunque imprenditore. Ho per questo assunto una decisione, per così dire strategica, della quale non mi sono mai pentito, che mi ha portato a non voler mai dividere gli utili prodotti nel corso degli anni, scegliendo di investirli per il miglioramento dell’azienda. In sostanza, abbiamo sempre lavorato con le nostre forze ma soprattutto con le nostre risorse.

Ritiene quindi che esistano ancora i presupposti perché l’Italia mantenga il primato mondiale nel compounding?
Questo Paese è ancora capace, a pieno titolo, di presentarsi come la capitale del compounding nel mondo. Altrove non si può minimamente contare su quello straordinario connubio tra capacità tecniche e fantasia, abbinate a una forte conoscenza dei processi. Un’inventiva che ha fatto la fortuna del settore nel nostro paese e che spero nessuno possa essere in grado di toglierci.

“Il futuro del settore è nelle bioplastiche e nella cosiddetta nuova chimica. Lo dico da chimico oltre che da imprenditore”
Italo Carfagnini

Quali le condizioni dell’azienda che ha lasciato e cosa suggerisce perché rimangano tali, o che addirittura migliorino, in futuro?
SO.F.TER. è sempre stata un’azienda dotata della comprovata capacità di ottenere risultati mettendo in pratica una certa filosofia, che si è tradotta in un biglietto da visita di eccellenza per proporsi sul mercato. Certamente, la mia personale esperienza, quando ho avviato operazioni all’estero, si è basata su un approccio diametralmente opposto a quello a cui stiamo assistendo con le recenti acquisizioni in Italia.
Negli Stati Uniti, SO.F.TER. non è approdata mediante acquisizioni o fusioni, ma ha sempre creato da zero, nell’ottica di poter seguire le aperture sul territorio di importanti aziende nostre clienti. Siamo andati sul posto presidiando l’avvio degli stabilimenti attraverso la presenza dei nostri tecnici, a supporto di manager locali. L’intenzione è sempre stata quella di essere il più vicino possibile al mercato locale.

Ritiene che queste differenze di approccio contribuiranno a cambiare il mercato in Italia, alla luce delle diverse eccellenze produttive che stanno passando in mano a gruppi esteri?
Credo che in un periodo quantificabile nei prossimi cinque anni questo scenario potrà cambiare sensibilmente. I compounder indipendenti italiani potranno rientrare nei nuovi equilibri occupando i loro spazi. La domanda da porsi dovrebbe essere mirata piuttosto a chiedersi quanti ne rimarranno. È inevitabile che la situazione che stiamo attualmente vivendo comporterà la necessità di attraversare un periodo di transizione, durante il quale si creeranno nuovi equilibri. Un fenomeno da guardare con attenzione. Se è infatti vero che i grandi gruppi possono contare su di una disponibilità finanziaria quasi illimitata, questa da sola può non bastare per gestire al meglio realtà più piccole, ma così profondamente diverse nel DNA.
Le imprese italiane hanno costruito le proprie fortune sulla capacità ai limiti dell’estremo di offrire elasticità e flessibilità, che tradotte nella capacità di soddisfare le esigenze del cliente si sono rivelate un valore assoluto e unico. Anche quando SO.F.TER. aveva raggiunto posizioni di mercato di assoluto livello, continuavo a percorre personalmente 100.000 chilometri all’anno, seguendo in modo quasi maniacale la mia filosofia di attenzione nei confronti del cliente. Una politica del “porta a porta” che non rinnegherò mai, perché dietro di essa si cela la capacità di garantire un servizio e soddisfare qualunque esigenza che dà appeal alle aziende che hanno fatto la storia di questo comparto.

Parlando del futuro del settore, che scenario di innovazione ipotizza pensando sia alle materie prime sia al compound finale?
È un dato di fatto che proporre soluzioni nuove diventa sempre più difficile. Se ancora fossi un imprenditore credo che punterei sulle bioplastiche. Del resto, anche il mondo della chimica inevitabilmente dovrà continuare ad aumentare la propria attenzione verso la capacità di utilizzare risorse alternative a quelle di origine fossile. Settori come l’automotive o l’industria farmaceutica ormai da tempo stanno investendo risorse importanti per misurare le proprie capacità di utilizzare prodotti della cosiddetta nuova chimica, che per me rappresenta il vero futuro sul quale puntare. In Italia per troppo tempo si è pensato al mondo delle bioplastiche in modo limitante, confinandole quasi esclusivamente al packaging compostabile. In realtà, esistono polimeri biobased non compostabili che aprono un orizzonte sconfinato per applicazioni in numerosi settori. Lo dico da chimico oltre che da imprenditore…

E a Italo Carfagnini invece, cosà riserverà il futuro?
Dopo tutti questi anni passati lavorando, è già difficile immaginarmi in un contesto differente da quello professionale… Mi si conceda una battuta. Ho da sempre la passione per la navigazione. Ecco, come tutti i buoni marinai, mi piacerebbe esplorare il mondo lasciandomi trasportare dal mare e dal vento. E magari un giorno tornare alla terraferma, approdando a un nuovo porto…

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here