Il PLA che parla italiano

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Un gruppo di ricerca dell’Università di Milano ha messo a punto un processo che permette di produrre PLA ad alte prestazioni. Una tecnologia che promette di aprire nuovi scenari per l’impiego del biopolimero

L’acido polilattico o PLA, un poliestere termoplastico ottenuto a partire dal mais, è stato tra le prime bioplastiche a entrare nel mercato e a essere commercializzato su vasta scala, in virtù di alcune proprietà fisiche e meccaniche che, almeno per alcune applicazioni, lo rendono uno dei migliori sostituti di termoplastici da fonte petrolchimica. Inizialmente utilizzato nel settore biomedicale, con la produzione di fili di sutura, il suo impiego si è gradualmente esteso ad altri comparti e attualmente la stragrande maggioranza dei consumi riguarda il settore packaging (circa il 70%), dove viene impiegato come imballaggio per pane, latte, succhi, acqua, profumi, detergenti, grassi e olii, per la realizzazione di imballaggi rigidi per l’elettronica, con la quota restante suddivisa tra tessile, sport e automotive.

Accanto alle virtù, però, il PLA presenta alcuni limiti che ne frenano le possibilità di impiego. Il primo è rappresentato dal prezzo, circa doppio rispetto a polimeri come PP, PE, PET, con i quali si trova a competere. A questo si aggiungono una serie di problematiche intrinseche al materiale, come la rigidità che, a differenza di quanto accade proprio con PP e PE, rende difficoltosa la produzione di film morbidi, la fragilità, che crea problemi nella filmatura e alla termoformatura, come rotture nel taglio, nel rifilo, e una bassa resistenza allo stato fuso (melt strenght) che crea non poche difficoltà nella filmatura in bolla e nei processi di foaming. Inoltre, ha una bassa resistenza alle temperature: si deforma facilmente sopra i 60 °C e se lavorato intorno ai 160 °C tende a degradare rapidamente; ciò ne rende impossibile l’impiego con bevande calde, il trattamento con microonde, la stiratura dei tessuti. Un altro limite è legato alle scarse proprietà barriera verso i gas. Quindi, se usato come film per avvolgere alimenti, non impedisce il passaggio di ossigeno e umidità lasciando marcire il cibo più velocemente.

Non stupisce dunque che in tutto il mondo siano diversi gli studi che puntano a superare queste criticità, che rendono problematica la trasformazione del biopolimero e che finora hanno costituito un ostacolo per il suo utilizzo in nuove applicazioni. Una svolta in questa direzione può arrivare da un lavoro di ricerca condotto presso il laboratorio di polimeri industriali dell’Università di Milano, dove il gruppo di ricerca guidato dal professor Giuseppe Di Silvestro ha messo a punto un processo per la produzione di PLA con proprietà e caratteristiche tali da rendere il biopolimero competitivo con le tradizionali commodity.

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