Agbogbloshie: la discarica dove la tecnologia va a morire

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Ogni anno il mondo genera una sterminata quantità di rifiuti elettronici. Una montagna di elettrodomestici, computer e smartdevice che nel 2016 arrivava a 44,7 milioni di tonnellate (Fonte Global E-waste Monitor 2017). Su questi prodotti, al momento dell’acquisto, ciascuno di noi paga una tassa per il regolare smaltimento a fine vita. Purtroppo, buona parte dei rifiuti tecnologici non raggiunge mai un impianto di smaltimento omologato, perché è molto più conveniente spedirli in Africa, dove arrivano sotto forma di beneficienza, regali o apparecchi rivendibili sul mercato dell’usato. In realtà, solo una parte è ancora funzionante o riparabile, ma per gli abitanti del Ghana – un importante centro di ricezione degli e-waste – che difficilmente possono permettersi di acquistare un qualsiasi dispositivo elettronico appena uscito dalla fabbrica, è ancora merce di valore.

Le vie della capitale Accra pullulano di botteghe di riparatori e di negozi, che “in vetrina” espongono pile di frigoriferi e televisori di seconda mano e nel retrobottega nascondono giovani, armati di pinze e altri utensili, che cercano di recuperare circuiti stampati e componenti ancora funzionanti. Tutto quello che non serve più finisce ad Agbogbloshie, una discarica illegale in cui va a morire ogni tipo di dispositivo elettronico. È un inferno di falò di plastica, nuvole di fumi tossici e strade fangose brulicanti di persone che – senza alcuna protezione – armeggiano con la spazzatura elettronica per estrarne con mezzi di fortuna tutto quello che ha un valore di mercato e rivenderlo per pochi cedi al chilo. Nel loro sangue sono presenti elevate quantità di metalli – pesanti e non – e altri contaminanti pericolosi per la salute. Anche l’ecosistema non sfugge al disastro: le sostanze tossiche arrivano nel suolo, nell’acqua e nell’aria con ricadute devastanti perfino sulla catena alimentare. Non è tutto. I pescatori che navigano quel ramo di costa tornano con le reti cariche di rifiuti, parte dei quali – i più macroscopici – sono fatti con la tanto odiata plastica. La punta dell’iceberg in questo angolo così lontano dalle logiche della Plastics strategy dell’Unione europea.

Agbogbloshie è famosa perché è il lato “oscuro” della tecnologia. Questo universo inquietante, però, può insegnarci molto. Nel nostro mondo i dispositivi elettrici ed elettronici sono solo beni di consumo, scatole nere che utilizziamo senza sapere come funzionano e cosa contengono. Chi vive ad Accra o bazzica la discarica, invece, sa esattamente di cosa sono fatti e come recuperare rame, alluminio, perfino oro, argento e palladio (l’urban mining nel 2016 valeva 55 miliardi di euro). Tutto questo ci ricorda che il “fare” è un ciclo che inevitabilmente passa per il “disfare” e il “rifare”, «Un ciclo che in un angolo dell’Africa si svolge attraverso uno scambio di competenze pratiche tra le generazioni, l’esatto contrario del modello scolastico tradizionale basato sulla conoscenza teorica» spiega DK Osseo-Asare, fondatore insieme a Yasmine Abbas di Agbogbloshie makerspace platform, un progetto che, partendo dalla fusione di questi due diversi approcci, si propone di costruire un motore innovativo per trasformare la discarica in un laboratorio creativo e sostenibile.

Negli ultimi cinque anni, Osseo-Asare e Abbas hanno collaborato con 1.500 giovani, sia tecnici teorici sia rottamatori e piccoli produttori provenienti da Agbogbloshie e dintorni, per sviluppare la piattaforma Spacecraft, un luogo di aggregazione fisica e virtuale, all’interno del quale operare in logica open source, proprio come in un fablab. Niente di costoso e complicato, però. Si tratta di piccole officine prefabbricate, complete di strumenti di lavoro, che attraverso un’app scambiano informazioni per trasferire conoscenze e competenze, ma soprattutto per mettere in comunicazione chi cerca un dispositivo con chi è in grado di costruirlo o di ripararlo.

È l’altra faccia della medaglia di Agbogbloshie. Quella di chi impara e lavora per liberare il suo potenziale trasformando lettori DVD in laser per incisioni, componenti in disuso in stampanti 3D o droni, oppure modellando rifiuti di plastica in oggetti utili. Quella che permette ai produttori emergenti di riunire risorse e strumenti per aumentare la quantità e la qualità della produzione. Quella che rende possibile il commercio creando un ricavo costante, dando dignità alla popolazione africana. Smettiamo di pensare ad Agbogbloshie come a una semplice discarica. Cominciamo a vederla come una gigantesca fabbrica a cielo aperto, dove chiunque può raccogliere dei materiali di scarto e dargli una nuova vita.

E solo un piccolo passo? Forse sì, ma se l’UE applicasse protocolli e controlli Agbogbloshie probabilmente non esisterebbe.

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